
#6 PASTORI
In cammino accanto al gregge, misurando con il passo la distanza tra la montagna e la pianura; custodi vigili nelle lunghe ore di sosta, quando lo sguardo si posa sugli animali e l’orecchio teso riconosce ogni voce del branco; capaci di leggere il cielo, di presagire la pioggia, di trovare l’acqua e il riparo.
Lontani dagli affetti e affidati alla solitudine dei pascoli, i pastori vivono sulla soglia, sospesi tra le radici e l’andare, tra la partenza e il ritorno, memoria vivente di un’umanità che ha imparato a fare della distanza un legame.
Fotogramma restaurato tratto dal filmato di Leonardo Riccioni, 1955
INDICE
di Valentina Fagnani
Intervista a cura di Gianfranco Spitilli e Dimitri Bosi
Fotografie di Francesco Fotia
La scrittura che unisce
Lettere di pastori nelle comunità transumanti dell’Appennino
di Valentina Fagnani
La transumanza dall’Abruzzo settentrionale all’Agro Romano, nei primi decenni del Novecento, rappresenta un fenomeno sociale, economico e culturale di grande rilevanza, che si innesta su tradizioni pastorali di lungo periodo. Il processo migratorio stagionale dei pastori e delle loro greggi si configurava come una strategia di adattamento secolare in cui la gestione delle risorse naturali e la risposta alle variazioni climatiche erano cruciali per la sopravvivenza del bestiame. L’entroterra abruzzese, caratterizzato da una morfologia montuosa, con inverni rigidi e abbondanti nevicate, costringeva i pastori a spostarsi con il bestiame verso i pascoli più temperati delle pianure laziali, obbligandoli al distacco forzato dai propri affetti.
Nel mondo dei pastori transumanti dell’Italia centrale l’apprendimento avviene prevalentemente attraverso l’azione, l’osservazione e l’imitazione. È una cultura in cui la trasmissione orale dei saperi ha un ruolo di primo piano, permeata da una comunicazione fondata sulla componente gestuale, visiva e aurale. Ciò non implica, tuttavia, l’estraneità della scrittura: nelle lunghe ore di guardia alle pecore non pochi pastori intagliavano il legno, leggevano i poemi cavallereschi e lasciavano traccia di sé sulla roccia, come attestano le incisioni pastorali della Maiella studiate da Edoardo Micati. E non mancano, nell’Appennino centrale, sorprendenti testimonianze di letteratura pastorale scaturite da questa formazione autodidatta, resa manifesta da pastori-poeti di notevole spessore.
Archivio Berardino Nisii, 1925
Archivio Berardino Nisii, primi anni Cinquanta del Novecento
Francesco Giuliani di Castel del Monte, che per mezzo secolo condusse le greggi tra Campo Imperatore e il Tavoliere pugliese, imparò a leggere e a scrivere, radunò una biblioteca di quattrocento volumi e portò con sé, nella transumanza, l’Ariosto e il Tasso, affidando la memoria del suo paese e dell’esperienza di guerra ai propri quaderni, poi confluiti nella raccolta Se ascoltar vi piace (1992) a partire da un primo interessamento dell’antropologa Annabella Rossi, collaboratrice di Ernesto De Martino, dal 1960. Ad analoga tradizione appartiene Agostino Annibaldi, armentario di Poggio Cancelli, autore di Gregge romane (2025), poema in oltre duemilacinquecento endecasillabi composto nel 1942 e rimasto a lungo inedito, restituito alle stampe solo di recente, dedicato alla vita dei pastori transumanti nella Campagna romana. Oralità e scrittura, in questo orizzonte, non si contrappongono ma si intrecciano, alimentandosi a vicenda
Nell’Abruzzo Digital Archive sono raccolte alcune delle numerose lettere che Silvino Nisii, pastore di Fano Adriano, inviava alla moglie Carolina per rassicurarla del suo amore, rinnovarne l’affetto, e informarsi sulla salute della famiglia. Custodite in una scatola e ritrovate all’interno di un comò dall’ultimo degli otto figli e co-curatore del volume Lettere dalla pastorizia. Scritture di pastori transumanti di Fano Adriano (2024), ad esse dedicato – Berardino Nisii –, le lettere offrono una testimonianza diretta e personale della vita dei pastori transumanti, e rappresentano di fatto un’importante fonte che permette di ricostruire non solo l’esperienza individuale di Silvino, ma anche aspetti specifici della cultura pastorale abruzzese, particolarmente di quella relativa alla porzione più settentrionale del Gran Sasso orientale. L’Archivio Nisii raccoglie circa un migliaio di lettere e oltre cinquecento fotografie, di cui un’accurata selezione è consultabile sul portale archivistico digitale; l’insieme del materiale evidenzia il legame tra la famiglia e il lavoro armentizio, i valori etici, le difficoltà legate alla pratica della transumanza: dalle condizioni climatiche avverse agli ostacoli logistici, fino alla gestione del bestiame e alla produzione della lana, degli abbacchi, del formaggio.
Il linguaggio utilizzato sorprende per chiarezza, precisione e fluida capacità descrittiva: aspetti notevoli dal punto di vista linguistico e culturale, poiché mostrano come la scrittura epistolare possa rappresentare una forma di espressione elevata, anche tra individui con una formazione scolastica limitata. Non parliamo di un atto intellettuale, probabilmente consolatorio, ma di un modo per affrontare il senso di solitudine, per dare voce ai propri pensieri più intimi. “Scrivimi, mia cara Carolina, scrivimi spesso; non mi trascurare, perché non lo merito affatto. Ti amo sopra tutte le donne, tutto ciò che fo, prima di farlo, domando a me stesso se Carolina me lo permetterebbe e se penso che tu non saresti contenta tralascio di farlo”, scriveva Silvino alla moglie il 23 marzo 1927: parole che non sembrano essere solo un mezzo comunicativo, ma un vero e proprio strumento di costruzione e mantenimento dell’identità culturale e personale.
Ciò che colpisce è come queste comunità, pur marginalizzate dai processi di modernizzazione, abbiano saputo fare uso della scrittura epistolare come forma alternativa di resistenza culturale. La transumanza non è solo il movimento dei pastori e delle greggi lungo antichi sentieri, rappresenta una metafora esistenziale del cammino umano. Essa ci parla di una condizione di costante transito, in cui l’uomo è chiamato a confrontarsi con l’imprevedibilità della natura, con la distanza dagli affetti e con la necessità di trovare un equilibrio tra radicamento e movimento. Le lettere di Silvino Nisii incarnano perfettamente una dimensione di liminalità, un incisivo concetto antropologico che indica uno stato intermedio, sospeso tra due mondi. Da una parte il mondo del lavoro e della fatica quotidiana, il paesaggio aspro e mutevole della transumanza; dall’altra, il mondo degli affetti, delle radici familiari, del focolare domestico che si intravede solo da lontano. Scrivere diventa allora un tentativo di superare quel limine, quella soglia che separa l’uomo dalla sua casa.
Archivio Berardino Nisii, 1942
Persone, affetti e fatica
La vita dei pastori transumanti vista da Leonardo Riccioni
Intervista a cura di Gianfranco Spitilli e Dimitri Bosi
Testo introduttivo e trascrizione di Gianfranco Spitilli
Leonardo Riccioni è discendente di una famiglia di armentari di Fano Adriano, proprietaria di una fiorente azienda che dalla prima metà degli anni Trenta del Novecento assunse forma stanziale grazie alla concessione continuativa e permanente dei pascoli e della tenuta dei Casali della Pallavicina dai Principi Boncompagni Ludovisi, culminata poi nel definitivo acquisto negli anni Cinquanta. Nella primavera del 1954, dalle prime settimane di aprile, Leonardo inizia a mettere in atto il suo lungimirante progetto filmico, producendo una serie di preziosi filmati dedicati alla vita dei pastori transumanti, al lavoro agricolo e armentizio presso le tenute familiari di Schizzanello e dei Casali della Pallavicina, alla vita estiva di Fano Adriano, suo paese di origine e luogo di partenza dei pastori.
Archivio Berardino Nisii, fine anni Trenta del Novecento
Come si è avvicinato al cinema, cioè il suo avvicinamento al cinema come avviene?
Il mio avvicinamento al cinema è avvenuto con dei contatti avuti quando facevo sport, ci chiamavano e ci invitavano a fare determinate figure speciali in film, tipo Quo Vadis, Totò contro i quattro, Totò sceicco, Il leone di Amalfi, insomma ne abbiamo fatti parecchi, questo come collegamento. Poi ci sono alcuni amici, sempre dello sport, che hanno proseguito e hanno fatto i film, i film sul serio, tipo Carletto Pedersoli che ha fatto Bud Spencer, Umberto Silvestri che ne ha fatti tanti di film, lui era un olimpionico di lotta greco-romana, mentre Pedersoli era olimpionico di nuoto, però tutti si sono appoggiati al rugby, che era lo sport mio, con tutti gli amici. A parte questo, vediamo perché ho fatto riprese a Fano, come sono sorte. Io avevo comprato questa Paillard, piccola macchinetta da ripresa che si caricava a mano, e ho voluto, subito dopo la guerra, riprendere tutta Fano, con tutta la gente che circolava, lì fra le feste, le riunioni, le passeggiate, perché noi avevamo vissuto su a Fano un periodo favoloso durante la guerra, siamo rimasti isolati, stavamo su e ci siamo legati maggiormente; oltre che come paesani, proprio il momento della guerra, l’unione diventa più forte fra gli individui, e quindi siamo stati lì e ho detto “li voglio immortalare”, e ho incominciato a girare queste riprese del paese, con tutte le varie manifestazioni, quelli che passeggiavano, le processioni. Mi sono un po’ concentrato su quella che è la storia del paese, cioè lì il paese è nato con i pastori, con i branchi di pecore, che si trasferivano a Roma durante l’inverno e l’estate venivano agli alpeggi e rientravano a Fano; e poi si chiudeva tutto con la festa di San Valentino e ritornavano a Roma. Quindi ho detto “fammi prendere un po’ questa storia di passaggi che si sono alternati”, perché all’inizio si andava a piedi, poi si andava con il treno, si scendeva sotto le falde di Campo Imperatore, si saliva sulla montagna, si traversava il Gran Sasso, e poi con i camion. E ho cercato di prendere tutto questo, e anche le lavorazioni che si facevano a quell’epoca nelle aziende, prima era prettamente fatto con gli animali, i buoi che tiravano le falciatrici, aravano il terreno;un po’ tutta la storia della preparazione che si faceva nelle aziende
romane nel periodo, era sempre in primavera e d’estate, quando le pecore non c’erano più, perché erano già in montagna: si facevano i lavori sul terreno, si preparavano tutti, e poi venne la meccanizzazione più completa, subito dopo la guerra, con le mietitrebbia, le pressatrici automatiche. La mietitrebbia McCormick che si vede nei filmati è stata la prima importata in Italia, vennero da tutte le aziende dell’Agro Romano, da tutte le parti a vedere questa macchina che lavorava.
Ma dov’era quell’azienda?
Ai Casali della Pallavicina, una proprietà del Principe Boncompagno Boncompagni e Donna Rosalia, che stavano lì dove c’è anche una chiesa, la chiesa di Sant’Isidoro, fatta nel 1580 per volontà di Gregorio XIII; è fatta li perché era l’unica chiesa del territorio, quindi venivano tutti i bifolchi a sentire la messa, si sposavano, era un punto storico, puntuale. E mio nonno affittava i pascoli dalla Principessa Boncompagni; poi nel tempo Don Bonny si trasferì in America, volle vendere, era in proprietà con la Principessa, volle vendere la parte sua e quindi con uno sforzo ci organizzammo, mio padre, mio zio, e comprammo la parte di Don Bonny, poi mano mano nel tempo anche la Principessa voleva vendere e abbiamo acquistato il terreno, i Casali della Pallavicina dove io abito tuttora.
Ma suo padre e suo nonno chi erano, cosi abbiamo la genealogia?
Mio nonno si chiamava Luigi Riccioni, mio padre Alfredo, mio zio Lino, poi mio padre era avvocato, e mio fratello anche lui era avvocato, e quindi la storia della famiglia nostra è questa; poi siamo incrociati dalla parte di mia madre, che invece è marchigiana. Durante la guerra abbiamo avuto il comando tedesco, veniva da Castel di Sangro nella ritirata, vennero su da noi e ci bloccarono, e sono stati lì, quindi noi abbiamo avuto un legame enorme, tutti i cittadini di Fano che stavamo lì.
Archivio Berardino Nisii, anni Venti del Novecento
Io venivo in bicicletta a scuola a Teramo, e ritornavo su, perché non c’era la scuola, e si doveva studiare; quel gruppo di gente che si vede nei filmini…siamo tutti collegati, abbiamo tutti la storia nostra, perché quello che è importante è sapere le radici, mantenerle; oggi molti giovani se le scordano ed è un peccato, perché le radici sono le cose più belle che ci sono. Rivedendo questi filmini, mentre si cammina nella processione vedo i volti di queste mamme, nonne che c’erano, ragazze giovani che poi sono diventate nonne anche loro, adesso, e siamo andati avanti così.
Quindi l’obiettivo cosciente era proprio di lasciare una testimonianza…
Sì, di lasciare una testimonianza del paese, della gente, dei paesani, perché c’eravamo legati troppo in quel periodo, un legame bellissimo, non c’era una differenza sociale, assolutamente; io ho avuto amici tipo Matteo, un ragazzo che stava sempre con le mucche, andava in montagna, e poi si trasferì a Roma, prima di morire mi veniva a trovare, e quando è morto è come se mi fosse morto un fratello, capito? E così gli altri.
Voi comunque eravate dei possidenti, avevate molto bestiame…
Abbiamo avuto la fortuna di avere una masseria e poi dei bei pascoli affittati, in permanenza, quindi questo ci ha dato una solidità.
Avevate molte pecore, molto bestiame?
Noi eravamo arrivati a circa quattromila pecore, e poi nell’azienda avevamo messo le vaccherie, gli allevamenti di cavalli, di tutto, ma avevamo avuto la fortuna di un buon contratto di affitto per gestire i pascoli, perché prima invece si andava una volta alla Marcigliana, una volta verso Tuscania, una volta verso Ciampino, cioè era proprio una transumanza così, poi invece con questo contratto che volle fare
con molta generosità la Principessa, noi rimanemmo lì stabili, perché avevamo un’azienda che era molto grande all’epoca, e quindi c’era spazio, potevamo fare tutto. Poi cominciammo a fare coi trattori coltivazioni di grano, insomma si trasformò in un’azienda agricola completa e non solo armentizia. Questa è stata la storia, proprio, del lavoro.
Sei nato a Fano Adriano?
Io no, mio padre sì, mio padre, mio zio sì, nati a Fano, però io e mio fratello siamo nati tutti e due a Roma. Abitavamo a Piazzale Flaminio e subito dopo la guerra, noi col cavallo partimmo da Fano, in tre giorni arrivammo. C’erano le strade coi ponti rotti, e arrivati a Piazzale Flaminio legammo i cavalli a una vecchia pompa di benzina che c’era davanti al portone di casa nostra, e mettemmo la museruola con la biada, li abbiamo fatti bere alla fontanella, e aspettammo che arrivavano le pecore, che invece ci mettevano di più ad arrivare a piedi logicamente, e di notte attraversarono tutta Roma, entrarono dalla Salaria, Piazzale Flaminio, San Pietro, e andarono sulla via Aurelia perché in quell’epoca affittammo un pascolo sull’Aurelia, un medicaio. Ed è stato l’ultimo passaggio, credo, della transumanza delle pecore a piedi che è avvenuto. Perché prima era sempre così, sempre a piedi, poi si passò ai treni, noi partivamo dalla stazione di Lunghezza a Roma, la notte viaggiavano e scendevano prima di Assergi, dove c’era la stazione di scarico; si scendeva e si andava in montagna.
Nel video si vedono già quelle con i camion…
Sì, infatti dopo lì si vedono i camion, i camion in partenza e i camion in ritorno.
Di Cerqueto no?
Di Cerqueto sono venuti uno, due mi ricordo, non di più, ma gli altri sono stati per anni, insomma.
Si ricorda i nomi?
C’erano tre fratelli, i Cortellini mi sembra che si chiamavano, erano tre di Senarica; la maggior parte erano di Fano e quindi c’avevamo questo collegamento, poi abbiamo avuto dei collegamenti anche con alcuni marchigiani, pensi un po’, stranissimo, a Roma però, questo a Roma, che sono riamasti lì, facevano un po’ da capoccetti, da fattorini, da fattori, insomma. Però l’origine è tutta basata su Cerqueto, Senarica, Poggio Umbricchio, queste entrate qui. Io a Poggio Umbricchio c’avevo pure la tata mia.
Nel video si vedono due tre cose molto interessanti, una è la processione di San Valentino…che cos’era, me la può raccontare?
La processione di San Valentino è la festa…la chiusura, perché San Valentino in genere, la festa di San Valentino è il 14 febbraio, però per tradizione nella chiesa di Fano la festa di San Valentino si faceva la prima domenica di settembre, perché era un saluto alla stagione, a tutti gli amici di Fano, si faceva questa festa, si portava la processione del santo in giro, e poi tutti si salutavano e cominciavano a partire, chi tornava per il lavoro, chi c’aveva il bestiame, si doveva scendere giù per preparare gli erbai, le sistemazioni per l’invernata, e poi anche per le scuole per chi studiava, quindi era un saluto, un punto finale.
Si vedono anche le campane…
Le campane, il suono delle campane è stupendo, è stupendo, io purtroppo ce l’avevo registrato, lo vorrei registrare di nuovo perché c’è tutta la battitura a tremula che inizia e poi va a finire al tocco… andare su era una lite, “oggi mi devi dare l’onore di suonare la campana, il battocchio della campana maggiore”; e quindi là c’era l’alternanza, no? “Tu l’hai suonata l’altra volta, adesso, oggi tocca a me”, durante la processione, si dava il cambio, perché praticamente lì si partiva con il tocco delle quattro campane, ton ton ton, e poi cominciava la vibrazione con la mano, col mazzocco della campana principale, no? E cominciava to to to ton ton ton ton ton ton ton, poi si lanciava a spinta, al massimo la campana principale, e ogni volta che arrivava si fermava il mazzocco in maniera che non suonasse, e poi iniziava a suonare a campana libera, completa, don don don, con tutte e quattro le campane.
Fotogramma restaurato dal video di Leonardo e Luigi Riccioni, 1954
Il percorso della lana
Sequenza fotografica di alcune fasi della lavorazione della lana in funzione dimostrativa eseguite da Romolo Intini di Pietracamela (TE), la cardatura e la filatura, con i relativi utensili – cardi e filarello o filatoio. Le fotografie sono state realizzate da Francesco Fotia il 24 ottobre 2012 nell’ambito del progetto Tramontana Network (Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun).
Leonardo Riccioni. Tra memoria e cinema
di Gianfranco Spitilli e Dimitri Bosi
Testo introduttivo di Gianfranco Spitilli
I materiali visivi realizzati in pellicola da Leonardo Riccioni (e occasionalmente dal fratello Luigi e dalla sorella Ida) fra i primi anni Cinquanta e il 1955, quando intraprese la sua opera di testimonianza della vita della società armentizia, del paese di origine, Fano Adriano, dei pastori transumanti nella Campagna romana e dell’azienda fondata dal nonno Luigi, furono girati attraverso una cinepresa Bolex Paillard 8 mm, acquistata per assolvere tale scopo. Si tratta in totale di otto pellicole, digitalizzate a cura del servizio di Mediateca della Biblioteca Regionale “Melchiorre Dèlfico” (già Provinciale) di Teramo nel 2014 grazie alla mediazione di Berardino Nisii, del Comune di Fano Adriano e delle associazioni culturali del paese, che ne hanno congiuntamente intrapreso l’opera di recupero, di studio e di diffusione assieme a Bambun APS e a Cineforum Teramo, producendo un primo montaggio dei materiali: Leonardo Riccioni. Tra memoria e cinema. È a tale circostanza che risale l’incontro con Leonardo Riccioni, occasione della lunga intervista – di cui è presentato un estratto nel filmato – condotta osservando insieme e commentando quanto da lui ripreso sessant’anni prima a Fano Adriano e presso le tenute dei Casali della Pallavicina e di Schizzanello, nella Campagna romana. La sperimentazione filmica di Leonardo Riccioni, iniziata di pari passo con la passione per il cinema e la partecipazione come figurante speciale all’interno di produzioni dell’epoca, si è espressa anche nell’ideazione e parziale realizzazione di due progetti filmici assieme ai compaesani, durante le sue prolungate permanenze estive. Il primo, il western Pietà per chi dorme (1954), gli offrì l’opportunità di mettere a frutto, nei modi rudimentali che erano possibili in loco, quanto appreso nei set cinematografici della capitale, come l’uso di pannelli rivestiti di carta stagnola per riflettere i raggi solari e illuminare zone buie delle inquadrature: uno stratagemma che utilizzò anche in seguito, quando si impegnò a documentare i pastori della sua azienda all’interno del vato durante la mungitura e di altri luoghi al chiuso, difficilmente raggiungibili dalla luce diretta. Il secondo, Gli sciampacassoni, non fu invece mai portato a compimento, ed esiste solo in alcune scene abbozzate e mai finalizzate in un prodotto filmico completo.
Fotogramma restaurato tratto dal filmato di Leonardo Riccioni, 1955
Credits
Ideazione: Valentina Fagnani, Stefano Saverioni, Gianfranco Spitilli
PROGETTO GRAFICO: STEFANO SAVERIONI, GIANFRANCO SPITILLI
Coordinamento Editoriale: Gianfranco Spitilli
GESTIONE INFORMATICA:PANSPEECH
Editore: Bambun APS
Nell'immagine di copertina Valentino Nisii con le sue pecore al pascolo ai Prati di Tivo nel 1964 (Archivio Famiglia Nisii); in quella dei crediti Valentino Nisii (sulla sinistra) a Campo Imperatore nel 1939 (Archivio Famiglia Nisii, Gran Sasso d’Italia).
MAGICH – Magazine sul patrimonio immateriale del Gran Sasso e monti della Laga – è uno spazio pensato per esplorare particolari aspetti del patrimonio culturale immateriale del Gran Sasso e dei Monti della Laga e dei documenti custoditi nell’archivio digitale, attraverso un approccio narrativo e visivo.
A partire da un concetto cardine, ogni numero del Magazine è organizzato in quattro sezioni: Fondamenta, dedicata all’articolo tematico di approfondimento; Voci, in cui trova posto una testimonianza viva e diretta di un protagonista, in forma di intervista; Tracce, dove si mostra il lato percettivo, poetico e iconico, di natura sensibile dei contenuti documentali; Connessioni, che collega il tema centrale al presente, attraverso forme variabili di restituzione.
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