#3 CARBONE

Sottratto alle viscere rocciose della terra o ricavato dalla combustione lenta e parziale della legna, il carbone ha segnato la storia umana con la sua forza latente e la sua alta densità energetica.

Nelle profondità sotterranee e sugli altopiani boscosi, attorno al carbone si è costruita un’economia originariamente povera fatta di fatica e sfruttamento, ma anche di disciplina corporea, resistenza e conoscenza degli elementi, trasformando quel nucleo organico di materia grezza e oscura in sopravvivenza e calore.

Archivio Famiglia Tiberio, 1986

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INDICE

03. Tracce

Sequenza fotografica della realizzazione di una “cotta”con l'ultimo carbonaio Rinaldo Sfrattoni.

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A “casa del diavolo”

Storie e immagini dell’emigrazione abruzzese in Belgio

di Valentina Fagnani

Un archivio fotografico non è solo un testimone muto del passato, ma un potente strumento di indagine antropologica. Attraverso l’“occhio” dell’obiettivo possiamo decifrare i contesti quotidiani, i momenti intimi, le emozioni, i sogni e le paure di uomini e donne che hanno vissuto un’esperienza segnante: quella dell’emigrazione dall’entroterra italiano verso i bacini carboniferi del Belgio, in Vallonia e nel Limburgo.

Per i minatori abruzzesi, costretti a lavorare in condizioni estreme, le viscere della terra rappresentavano un vero e proprio inferno; le giornate lavorative erano massacranti, le temperature torride e l’aria irrespirabile. Le gallerie, strette e umide, erano illuminate da fioche lampade, l’atmosfera opprimente. Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, l’Abruzzo, come gran parte dell’Italia interna, era una terra in difficoltà. Il conflitto aveva lasciato ferite profonde sul piano economico e sociale; le campagne abruzzesi, cuore pulsante della regione, non riuscivano più a sostenere una popolazione in crescita, mentre l’industria era pressoché inesistente.

È in questo scenario che nel 1946 fu siglato uno dei più importanti accordi tra Italia e Belgio, il cosiddetto “Accordo del carbone”, con cui l’Italia si impegnava a inviare decine di migliaia di lavoratori nelle miniere belghe in cambio di forniture di carbone vitali per la ripresa industriale del Paese. La promessa di un lavoro stabile, seppur duro, spinse molte famiglie a fare i bagagli e intraprendere un viaggio verso l’ignoto; la speranza di un futuro migliore si mescolava con il timore per le condizioni che avrebbero trovato nelle miniere, ma la fame di opportunità superava ogni resistenza.

Archivio Famiglia Di Pietro, 1956

Lasciare radici ed affetti per dirigersi verso un paese straniero, con una lingua sconosciuta e condizioni di lavoro che si sarebbero rivelate spietate, non era certo decisione facile, ma negli occhi di quegli uomini e di quelle donne c’era il sogno di una vita più dignitosa. “La miniera era il nostro pane quotidiano, ma l’Abruzzo era la nostra anima”, afferma Paolina Pacella, moglie del minatore Orizio Pasquarelli di Pizzoferrato, durante uno dei tanti incontri nella sua casa belga di Forchies-la-Marche.

Attraverso un’accurata indagine sul campo condotta presso le famiglie degli emigrati, casa per casa, le fotografie reperite nei cassetti e negli album privati rappresentano una testimonianza visiva inestimabile: il primo insediamento nelle baracche, le successive e più vivibili abitazioni, i momenti di vita quotidiana che segnavano le tappe dell’integrazione, come i fidanzamenti, i matrimoni, la nascita dei figli, la vita solidale dei quartieri abitati dagli italiani, le domeniche di festa e le riunioni familiari che cercavano di ricreare un senso di comunità, o qualche fotografia dei parenti lontani, le immagini dei ritorni in Abruzzo, durante le ferie estive; e poi i ritratti di donne che, pur non lavorando in miniera, sostenevano mariti o figli in un contesto spesso ostile, sicuramente faticoso. 

Scorrendo il Fondo Emigrazione dell’Abruzzo Digital Archive è impossibile non decifrare un intricato intreccio di legami personali e familiari, una trama sociale definita dalle connessioni tra i protagonisti e dalla fitta trama di relazioni che questi emigrati avevano costruito anno dopo anno. L’esperienza migratoria era spesso segnata da una dualità emotiva: il dolore del distacco e la speranza di costruire una nuova e più agevole esistenza, in un mondo estraneo e del tutto nuovo; ogni fotografia pare svelare la tensione tra identità d’origine e adattamento, contribuendo ad una comprensione più profonda del fenomeno dell’emigrazione italiana in Belgio. 

La raccolta di testimonianze ha preso forma attraverso una successione di incontri, di interviste e di foto-interviste concatenate realizzate nel circondario di Charleroi e nell’area di Genk, nei mesi autunnali del 2010, ciascuna delle quali ha arricchito la narrazione e la comprensione delle immagini con nuovi dettagli e prospettive. 

Per Antonio Pasquarelli la miniera è un luogo ambivalente: un’infernale “casa del diavolo” ma anche uno spazio di fratellanza assoluta dove tutte le differenze si annullano, e i minatori, uniti dalla fatica e dal rischio, diventavano fratelli. Suo padre Onorato, partito da Pizzoferrato nel 1946, sopravvisse miracolosamente alla tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956 grazie a un incidente avuto in precedenza, che gli costò una gamba ma gli salvò la vita: da allora fu addetto al lavoro con i cavalli, impiegati in miniera per il trasporto di carichi e dei carrelli di carbone, e potette riemergere in tempo prima che l’incendio divampasse. Antonio descrive la miniera come un corpo vivo, un organismo che respira e necessita di cure costanti, e racconta con dolorosa lucidità il conflitto interiore tra il legame viscerale per quel luogo ed il terrore delle sue profondità. Prima di congedarsi, Antonio ripete le parole che il padre gli ha lasciato come testamento di etica e di dignità appresa in una vita di sacrifici: “Se non puoi fare del bene, non fare mai del male”. 

Quando pensiamo all’emigrazione, non dovremmo limitarci a vederla come un semplice spostamento di corpi da un luogo all’altro. È un viaggio interiore intimo, un’odissea che incide sulla mappa stessa dell’esistenza umana. È un crocevia dove le identità si ridefiniscono, un processo che trasforma le società con la potenza silenziosa di una semina, portando germogli di nuove prospettive, sapori e modi di vivere in terre lontane. Un fenomeno che arricchisce il patrimonio culturale di intere nazioni, stratificando esperienze, biografie e narrazioni in un tessuto umano sempre più denso e interconnesso, che le immagini fotografiche contribuiscono a mostrarci.

Archivio Famiglia Pasquarelli, 1958

Archivio Famiglia Di Giannantonio, 1976

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Il carbone di Châtelineau

L’emigrazione verso il Belgio raccontata da Adele Di Marcoberardino

Intervista a cura di Gianfranco Spitilli
Testo introduttivo e trascrizione di Valentina Fagnani

 

Dalle fatiche della mezzadria rurale al buio delle miniere di Châtelineau: la storia di Adele Di Marcoberardino è il ritratto vivido dell’emigrazione abruzzese del dopoguerra. La sua storia inizia in un’Italia contadina dove il lavoro non bastava a garantire dignità, spingendo il marito Giovanni Cacciatore a cercare fortuna a 1.400 metri sottoterra, tra il fumo nero del carbone di Châtelineau. Partita nel gennaio del 1960 con tre figlie piccole e il coraggio di chi sfida l’ignoto, Adele incarna la resistenza delle donne migranti: capaci di ricostruire un focolare caldo contro il gelo del verglas, di imparare una lingua straniera tra i banchi del mercato e di crescere figli sospesi tra due identità. Il suo racconto è una preziosa cronaca di integrazione e sacrificio, che mette a nudo il contrasto tra la durezza della miniera e la correttezza di una società che, per la prima volta, riconosceva il merito dei figli degli immigrati.

Archivio Famiglia Cacciatore, 1956

Partiamo dall’inizio, si può presentare?

Mi chiamo Adele Di Marcoberardino. Nata ad Arsita il 24 gennaio del 1934.

Dunque, la prima domanda è su come era la vita qui, il luogo della partenza; in che anni eravamo, di che anni parliamo…

Parliamo…quando sono partita io, nel 1960, nel 1959 è nata Caterina.

E com’era qui la situazione?

Eh com’era qui…io ero sposata e stavo coi miei suoceri, e i miei suoceri stavano a mezzadria, non è che si vivesse tanto bene. E allora, pure perché mio marito stava lì in Belgio, si è deciso di portare là tutta la famiglia. E così una bella volta è tornato lui, e ci siamo diretti in Belgio, tutti e cinque.

Ma lui perché era partito?

Lui era partito proprio perché non gli piaceva più di fare la vita che faceva qui, che lavorava tanto, sgobbava, lavorava con l’aratro, zappava, faceva tutte ste cose, però non era per questo, era contadino, è contadino, ma era che alla fine non raccoglieva i frutti, perché doveva dare quasi tutto ai padroni. I padroni, ma non solo i padroni, ci stava il fattore, che gli si “mangiava” quasi tutto, a quei tempi. E allora a venticinque anni, si è deciso ad andarsene là. Quando un uomo a venticinque anni non si può degnare di farsi un vestito discreto come la pensa lui, un giorno di potersi pure sposare e non si può né sposare né niente, si decide di partire.

 

Ma voi eravate già sposati?

No, no. Dopo ci siamo sposati. E allora lui mi diceva: “quando sono arrivato in Belgio, ho visto che la miniera era nera, più brutto di quel lavoro là non ci stava, ma ho desiderato resistere a quella brutta vita perché almeno mi sono trovato qualche soldo in tasca”. Non è che si guadagnava tanto, però…

Quindi per lui era peggio la vita lì o era peggio la vita qua?

Per guadagnare qualche soldo era meglio la vita là. Ma poteva essere bella? 1.400 metri sottoterra? Ha visto la gente di morire davanti agli occhi suoi sotto alla miniera…Una notte è ritornato a casa, non rientrava, non rientrava, ho detto: “come mai così tardi?”; dice: “siamo stati a tirare fuori un morto”, era uno della Bassa Italia, che era morto, e allora si è dovuto dar da fare per portarlo fuori.

Tante persone partivano in quegli anni, da qui?

Sì, sì, parecchi.

Per il Belgio?

Sì, chi stava bene, tipo un fratello mio, se n’è andato in Venezuela, ma ci volevano 128.000 lire a quei tempi, mi ricordo. Invece mio marito non ce l’aveva e si è dovuto dedicare dove si andava senza pagare, naturalmente. Perché il viaggio là era pagato dalla ditta. 

 

Archivio Famiglia Cacciatore, XX secolo, anni Sessanta.

Quindi da Arsita dove andavano soprattutto le persone che andavano via? 

In Australia, in Venezuela, in Germania non credo di quei tempi. Non lo so, in Germania poco, forse. Di più la gente andava in questi paesi qua. 

Ma in Belgio? 

In Belgio sì, ce ne stavano tanti. Tanti della Sicilia, la parte di Napoli forse meno. Mi raccontava una signora là, avevo fatto la commare alla figlia, che quando è partito il marito ne sono partiti una quindicina; diceva: “solo mio marito è rimasto qui in Belgio, gli altri se ne sono scappati tutti!”. Invece i siciliani sì, i calabresi, i siciliani, i baresi…

Gli abruzzesi?

Sì, gli abruzzesi sì, pure la parte di Teramo, ma pure dell’Alta Italia ci stavano, ci stava tanta gente. La povertà è stata grande. 

E voi eravate famiglie di contadini, quindi? Tutte e due, sia la sua che quella di suo marito?

Sì, sì, sì. 

Dunque, come è avvenuta la partenza? C’è stato suo marito che ha chiesto il raggiungimento della famiglia? 

Sì, sì. Mi è venuto a prendere, eravamo già sposati allora.

Lui era partito a venticinque anni… 

Quando era giovane. 

 

La prima volta…in che anno? 

Mi sembra nel 1953, forse. 

Ma poi era tornato quindi, qui? 

Sì, poi è tornato più di una volta, sì.

Quindi poi voi vi siete conosciuti dopo? 

No, già ci conoscevamo, già ci conoscevamo. 

Vi siete sposati dopo, comunque… 

Ma poi ci siamo sposati dopo, sì. 

In che anno? 

Nel 1957.

E sono nate poi le figlie… 

Sì. 

E lui nel frattempo continuava quindi ad andare su e giù dal Belgio? 

Sì, un paio di volte mi pare, poi si è deciso. Un’altra bambina è nata qui, Caterina, è nata qui pure, nel 1959. Poi Claudio è nato in Belgio. 

 

E quindi ha chiesto poi il ricongiungimento? 

Sì. 

Ed è venuto a prendervi, no? 

Sì, sì, sì.

Mi racconta la partenza, il periodo in cui siete partiti, il viaggio? 

Il viaggio è stato un po’ duro, allora si partiva con i treni di legno, con i sedili di legno. Insomma, però si era pure contenti di raggiungere la famiglia, mio marito, andare là. Eravamo pure contenti. Il contrario dopo, quando stavo lì non mi piaceva più. Perché mi alzavo una mattina, c’era la nebbia, un’altra mattina c’era la nebbia, questo mese, quell’altro mese, quest’anno, quell’altro anno. Alla fine, quando siamo ripartite, era cominciato a cambiare un po’ il tempo. Sennò sempre nuvole, nebbie, e questo mi rattristava proprio. 

Mancava il sole… 

Eh, mancava il sole, mancava il sole, sì. Vediamo qua, quando ci stanno un po’ di giorni con la nebbia, che ci sentiamo giù, insomma. Quando c’è il sole ti senti più sollevato, ti senti meglio, almeno per me è così. 

Comunque voi quando siete partiti eravate contenti o avevate tristezza di lasciare la vostra casa? 

Eh, ero contenta perché raggiungevo mio marito là, però sì, la tristezza del paese 

ci stava, il paese suo è il paese è suo. Anche se là dopo sono stata bene, mi dispiace per mio marito che ha fatto quel bruttissimo lavoro, però per noi, per noi stavamo bene. Io, le bambine, stavamo veramente bene. Non ci mancava niente, a scuola, le figlie, non gli mancava niente, stavano bene.

Tornando al viaggio, quindi voi siete partiti in che anno e da dove? 

Siamo partiti da qui, abbiamo preso il treno a Giulianova. Come dicevo, siamo partiti nel 1960, non mi ricordo il giorno, però è stato il mese di gennaio del 1960. 

Quindi lei, suo marito e le figlie? 

Sì, e le figlie, sì. 

Quante figlie? 

Tre figlie.

Poi avete fatto scalo? 

Sì, abbiamo fatto scalo a Milano, sempre si faceva scalo a Milano, sia tornando qua che andando là.

E siete arrivati dove? 

Siamo arrivati col treno a Charleroi, e dopo a Châtelineau, il paese, dove lavorava mio marito nella miniera, “La Sette”. Quando sono andata a trovarlo, a Santa Barbara là si fa festa, si fa festa per i minatori, si va a riprendere i mariti, o i figli, chi ha i figli sotto, si va a riprendere sulla miniera, no?

Archivio Famiglia Cacciatore, XX secolo, anni Cinquanta.

Allora io vado insieme a un amico nostro, che sta in Belgio, che adesso non c’è più. Mi ha accompagnato questo qua, a me e le bambine, siamo andate su, io vedevo tutte queste facce nere, ma più nere dei neri veramente. Allora che vedevi, solo i denti. Mi ha detto quest’amico nostro: “vedi Giovanni, dove sta?”. “Io non lo vedo”. “Là, là sta Giovanni, mi diceva, quello è Giovanni”. Ma che riconoscevi? Non riconoscevi niente! 

Che giorno era questa festa? 

La festa di Santa Barbara, il 4 dicembre. 

E quando siete arrivati, dove vi siete sistemati? Avevate una casa? 

Eh sì, in questa casetta dove c’era una bella cucina, poi si scendeva, là si usano in tutte le case, le cantine sotto, lo scantinato, dove ci si rientra pure il carbone, c’è un buco fuori a questa cantina dove scarica il camion del carbone, quattro quintali al mese, mi pare di non sbagliarmi, quattro quintali al mese d’inverno e due d’estate. 

Per il riscaldamento? 

Per il riscaldamento, sì, per questo si stava bene, si stava caldi. Quando mio marito mi rimandava qualche fotografia e ci stava la signora dove lui abitava, io la vedevo senza maniche, tutta smanicata. Dicevo io: “allora com’è, si dice che fa tanto freddo, e questa stava tutta sbracciata così, scollacciata”. Difatti quando sono andata là, vedevo che dentro casa faceva tutto questo caldo, faceva caldo. Poi quando esci fuori ci si copre, si copre bene. Io alle bambine quando andavano a scuola, mettevo il passamontagna, poi mettevo una sciarpa che passava intorno 

al collo, la facevo passare sotto al braccio e la legavo dietro. Grazie a Dio non si sono ammalate mai, andavano a scuola tutti i giorni.

Perché il clima era freddo…

Il clima era freddo. Se tu pensi, quando fa, si chiama il verglas, la glace, il ghiaccio, il vetro, è come uno specchio, per esempio quando pioveva, dopo con tutto questo freddo, si gelava. Si chiamava il verglas ed era come un ghiaccio, come un vetro. Tu camminavi sopra il vetro. Allora per poter camminare ti dovevi mettere certi apparecchi sotto le scarpe, che c’avevano i “grappi”, e così potevi camminare tranquilla. Non è che lo faceva sempre, però quando lo faceva…un anno l’ha fatto, le bambine per una settimana non le ho potute cacciare più fuori, non le ho potute portare all’asilo.

Quindi l’ambientamento col clima è stato difficile.

È stato difficile, sì. Però dentro casa si stava bene. Per esempio, se non facevi andare forte le stufe, la notte, con l’umidità della notte, ti faceva sta brina, la notte vedevi gli alberi tutti bianchi, come se avesse nevicato, ma non era la neve. E così faceva sui vetri se non facevi andare forte le stufe, faceva tutti i rami, tutte cose sui vetri. Però bastava farla andare forte, la stufa, tu stavi bene, stavi caldo.

Quindi stavate soprattutto in casa, oppure avevate amici, poi, quando vi siete ambientati? 

Sì, sì, avevamo amici, sia belgi che italiani. 

Vi siete ambientati subito?

Archivio Famiglia Cacciatore, XX secolo, anni Settanta.

Sì, io mi sono ambientata subito, soprattutto, non lo so perché, ma io ho imparato subito la lingua.

Quando sono arrivata là ci stava una belga attaccata di casa, dove stavamo, dove sono andata io, ci volevamo tanto bene, allora veniva spesso a casa mia. E lei voleva mettermi le parole dentro la testa proprio, me le voleva far capire. Io dicevo a mio marito: “Giova’, ma io come faccio a imparare la lingua? Io non imparerò mai, non ci capisco niente!”. “Ma zitta”, diceva, “vedrai che impari subito”. Dopo ho cominciato ad andare a fare la spesa, a parlare, ho fatto le amicizie, tutto, mi sono imparata a parlare bene. Non dico bene corretto corretto, però da chiunque mi sentivo dire: “ah, madame tu parles très bien”, “parli molto bene”.

Invece le figlie, quanti anni avevano quando sono arrivate? 

Loro avevano due anni e sette mesi le gemelle, sette mesi aveva Caterina, la loro lingua è il francese, diciamo.

A scuola hanno studiato il francese…

Sì, hanno cominciato ad andare all’asilo, dopo l’asilo la scuola, fino alla sesta elementare. 

E quindi l’italiano lo imparavano in famiglia? 

L’italiano, diciamo, gli ultimi anni, si è messo un dopo scuola per parlare italiano, e allora… 

Ah, quindi la prima lingua loro è francese in realtà?

È il francese. Noi parlavamo in dialetto, parlavamo pure un po’ italiano, un po’ misto diciamo.Però è andata bene, a scuola andavano bene.

Poi non ci stavano le ingiustizie, se tu meritavi meritavi, o eri spagnolo, o eri italiano, quello che meritavi ti davano; queste erano sempre le prime della scuola, le bambine mie. Una cosa che non mi piace, proprio questa non mi piace, alla fine dell’anno riconsegnavano la pagella, davanti a tutti, chiamava e diceva, “Cacciatore Caterina, 99 su 100, Cacciatore Anna, 100 su 100”, alla fine dell’anno era su 100, e questa è una cosa che non è bella, per i bambini non è bella, no? Per gli altri che vanno indietro. Però loro non se ne importano, per esempio un giorno ho sentito una signora belga che stava dicendo al direttore – ogni tanto si facevano delle riunioni – perché gli italiani vanno meglio dei belgi, non ho sentito bene la prima parola che ha detto, però ho sentito quello che ha detto il direttore: “Madame, se volete sapere i piccoli spagnoli e i piccoli italiani sono quasi sempre i primi della scuola”. Capito? Per loro c’era la correttezza. Questa è una cosa bella.

Ma era una cosa nuova per voi? Rispetto a dove venivate, dall’Italia… 

Alle mie si è stata fatta l’ingiustizia qua in Italia. Mi ricordo, mi ricordo le gemelle, purtroppo.

Quando siete tornate? 

Sì, stavano alle Superiori, stavano a Teramo, cose che accadono. 

Comunque, quindi il vostro impatto con il Belgio è stato positivo? 

Sì.

E quindi, suo marito lavorava esattamente dove? 

Alla “Sette”, a Châtelineau. 

E che ricorda di questo lavoro di suo marito?

 

Mio marito…bruttissimo, bruttissimo. Perché io già da quando l’ho visto quella sera, che li ho visti tutti neri, e così poi, quando mi riportava i panni, dopo una settimana mi riportava i panni dalla miniera, quando li lavavi, avevo la lavatrice, ma quando li lavavo usciva l’acqua come se fosse uscito il fango, la terra, nero sì, ma come un ruscello dove magari esce tutta acqua, diciamo poca acqua e molta terra. Era…era brutto, era triste. Però, quello era. 

Ma lui raccontava qualcosa del suo lavoro? 

Eh, no, non diceva niente. Che voleva dire? Ormai ci stava lì, doveva aspettare la pensione benedetta, sennò che faceva? Io me ne sarei ritornata per non vederlo più così, però… 

Quindi, insomma, a lei pesava questo…

Beh, era un po’ brutto. Noi stavamo bene, ma sta povera gente che scendeva sotto, quello era brutto.

Ti era antipatico vedere la mattina, quando ti affacciavi, quando mio marito partiva che andava a lavorare, lui andava col motore, no? Aveva una motocicletta, andava col motore, oddio, ti faceva rabbrividire, come se fumava la terra, sulla strada, con tutta questa brina, tutta questa nebbia, tutte ste piante tutte bianche di ghiaccio. 

Ma aveva paura, lei, quando suo marito scendeva? 

Che dici? Pensavi sempre, “che Dio ce la mandi buona”. Mi sono spaventata assai quando mi ha raccontato quella notte che è morta una persona di Bari. Questo signore era tornato in Italia ma ancora non prendeva la pensione, mi pare. Era tornato in Italia e si era fatto una casa, un orticello e pare che gli mancava da aggiustare ancora qualcosa. E allora ha detto: “voglio ritornare ancora in Belgio per rifare un po’ di soldi”. Invece di rifare i soldi è venuto ad acquistare la morte. 

E allora, quando me l’ha raccontato la notte, mamma mia, ti fa spaventare. Tu sai che scende, ma non sai se rimonta sopra.

Ci sono state delle miniere che di disgrazie ne sono successe di più e quello che non è successo lì è successo dopo, perché sta gente è ritornata con la silicosi, quasi tutti quanti. E se non stavi male, la pensione non te la davano. Quando sono partiti, se non stavi bene, proprio con la salute perfetta perfetta, ti facevano passare chissà quante visite, dovevi essere sano proprio, perfetto, per prenderti. Poi, per darti la pensione dovevi essere più che malato, dovevi avere almeno tre gradi di polvere, M3. Mio marito c’aveva il massimo. Grazie a Dio è stato un uomo che ha resistito bene, perché mio marito era forte, un fisico forte. Invece ci sono stati quelli che sono morti subito.

E suo marito quanti anni ha lavorato in miniera?

Tredici anni e tredici mesi proprio di fondo, poi tre anni ha lavorato ai lavori leggeri, lavorava fuori dalla miniera, perché un blocco di carbone gli è sbattuto contro il naso e aveva sempre male alla testa e non lo potevano rimettere a lavorare al fondo, allora ha lavorato fuori.

Quando avete cominciato a pensare di ripartire?

Quando le bambine hanno finito la scuola, hanno fatto la sesta, ormai mio marito aveva preso la pensione, lavorare fuori non è che ne valeva la pena, e allora ci siamo decisi di ripartire.

Che anno era?

Nel 1969, a settembre, perché sono entrate a scuola qui. Ma quanto hanno pianto queste ragazze, quanto me ne sono pentita di essere ritornata.

Perché?

Perché non le potevo vedere più, di piangere. Ormai la loro terra era lì, erano cresciute là da due anni e mezzo e l’abbiamo sradicate proprio, avevano tutte le amichette, gli amici, tutti là. Poi tu li riporti qua, si ritrovano qui al bivio, che non vedi un’anima viva. Adesso magari c’è questo ristorante, anzi ce ne sono due, sono cresciute tutte le altre case, ma allora…sognavano sempre il Belgio. Era così. Non avremmo dovuto andarci. Avrebbe dovuto essere diverso il mondo, qua da noi. 

Cioè?

Non esistere tutta questa discriminazione che un poveraccio che sta a lavorare il terreno, tu ti prendi quasi tutto. Pensare a tutta questa gente che s’è ammalata per andare sotto alla miniera, non ci doveva essere. Chi aveva tanti soldi, aveva tante masserie, poi ha dovuto vendere quando tutti questi contadini se ne sono andati all’estero, non gli è convenuto più di tenere questi contadini, perché dopo con la legge che è cambiata gli dovevano dare di più del 50%, dopo avevano avuto tanti benefici i contadini che erano rimasti…lo potevano fare prima, invece di mandare tutta questa gioventù sotto alla miniera. Quindi per me c’è stata una grande ingiustizia.

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L’arte della “cotta”

Sequenza fotografica della realizzazione di una “cotta” con l’ultimo carbonaio di San Pietro di Isola del Gran Sasso, Rinaldo Sfrattoni, promossa dall’Associazione Tarùss nel 2006. Nelle immagini vediamo alcune fasi della costruzione della catasta a forma conica, dove la legna sapientemente posizionata veniva poi ricoperta di foglie secche e di uno strato di terra umida, in modo da carbonizzare la legna senza bruciarla. La sequenza è parte di una serie di numerose fotografie scattate per l’occasione al fine di documentare l’intero processo artigianale di trasformazione del legno in carbone vegetale (foto Associazione Tarùss, San Pietro di Isola del Gran Sasso).

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Il respiro del bosco

dalla “Via del Carbone” alla memoria di San Pietro

di Valentina Fagnani

Per secoli, il legame tra le comunità dell’Appennino teramano e il bosco è stato sigillato dal fumo lento delle carbonaie, un processo alchemico capace di trasformare la materia vegetale in energia vitale per l’economia domestica e industriale. Questa pratica, fatta di attese silenziose e di un controllo quasi sacro del fuoco e dell’ossigeno, non era solo un mestiere, ma un modo di abitare la montagna, regolandone i ritmi e garantendo la sopravvivenza di intere vallate.  

Tutto originava dalla “cotta”, una sapiente catasta conica di rami di legna, sigillata sotto uno strato di terra battuta per permettere una combustione lenta e priva di fiamma. In questo microcosmo di terra e fuoco, il carbonaio agiva come un custode attento: per quattro o cinque giorni viveva in simbiosi con la carbonaia, interpretandone lo stato attraverso i sensi.

Ascoltava il crepitio del legno che si stringeva, annusava gli odori dei fumi e ne osservava il colore virare dal bianco al bluastro, fino al nero finale. Era un lavoro che umanizzava la materia: si diceva che la carbonaia dovesse essere “rimboccata” o che avesse “sofferto”, trasformando i lavoratori in figure quasi mitologiche che, al termine del turno, rientravano a casa irriconoscibili, con la pelle e i capelli fusi nel nero della cenere.

Questo “oro nero” veniva poi trasportato lungo l’omonimo sentiero, l’unico collegamento vitale che fino agli anni Cinquanta univa la frazione di San Pietro al capoluogo Isola del Gran Sasso. Mentre gli uomini si dedicavano alla produzione nelle faggete, erano le donne a farsi carico del trasporto del carbone, delle fascine e dei prodotti artigianali per la vendita o il baratto lungo i due chilometri di ripida ascesa. 

Foto di Olga Mayer

Foto di Olga Mayer

Sul tragitto, che copre un dislivello di circa 400 metri sotto le pendici del Monte Brancastello, la vita sociale si intrecciava alla fatica: a breve distanza dall’abitato sorge tuttora la fonte “Pisciarone”, dove le donne si recavano con le conche di rame per l’approvvigionamento idrico e per lavare i panni.

Oggi, quel legame indissolubile con la montagna è custodito dall’Associazione Tarùss in stretta sinergia con il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, che attraverso la valorizzazione della “Via del Carbone” mantengono vivo l’antico selciato in pietra e i muretti a secco riportati alla luce nel 2024. L’impegno quotidiano si traduce nella manutenzione costante del percorso e nella tutela della biodiversità, restituendo dignità ai campi seminati di patata Turchesa e valorizzando la memoria delle botteghe storiche dell’arcaro e del sediaro, oggi non più attive. 

Il sentiero non è un reperto, ma un organismo vivo che connette l’attuale gestione del territorio alla sapienza dei padri, snodandosi tra i vecchi campi di patata viola fino alla chiesa medievale di San Pietro, dove il nero del fumo di un tempo cede il passo alla cura del paesaggio contemporaneo.

Foto di Olga Mayer

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Credits

Ideazione: Valentina Fagnani, Stefano Saverioni, Gianfranco Spitilli

PROGETTO GRAFICO: STEFANO SAVERIONI, GIANFRANCO SPITILLI

Coordinamento Editoriale: Gianfranco Spitilli

GESTIONE INFORMATICA:PANSPEECH

Editore: Bambun APS

Nell'immagine di copertina il ritratto di Angelo Marziani con il nipote Franco Buontempo, davanti la sua casa ad Anderlues. Archivio Famiglia Marziani, 1964

Si ringrazia Fabrizio Sfrattoni, Associazione Tarùss

MAGICH – Magazine sul patrimonio immateriale del Gran Sasso e monti della Laga – è uno spazio pensato per esplorare particolari aspetti del patrimonio culturale immateriale  del Gran Sasso e dei Monti della Laga e dei documenti custoditi nell’archivio digitale, attraverso un approccio narrativo e visivo. 

A partire da un concetto cardine, ogni numero del Magazine è organizzato in quattro sezioni: Fondamenta, dedicata all’articolo tematico di approfondimento; Voci, in cui trova posto una testimonianza viva e diretta di un protagonista, in forma di intervista; Tracce, dove si mostra il lato percettivo, poetico e iconico, di natura sensibile dei contenuti documentali; Connessioni, che collega il tema centrale al presente, attraverso forme variabili di restituzione.

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Archivio Famiglia Pacella, 1956