#2 SALI D'ARGENTO

L’immagine fotografica nasce da un istante luminoso: un’impronta latente, fragile e invisibile, generata dalla sensibilità dei sali d’argento prima di essere resa stabile dal fissaggio.

Così agisce la memoria, che raccoglie esperienze immediate e le imprime in immagini mentali riconoscibili, organizzando il vissuto per sottrarlo alla dispersione. Entrambe trasformano l’effimero in traccia leggibile e interpretabile nel tempo.

Archivio Famiglia Cherubini, 1945

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INDICE

03. Tracce

Un gruppo di emigrati al lavoro nei pressi di una boscaglia posa per una foto

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Ricreare il passato

La fotografia come strumento di costruzione della memoria collettiva

di Valentina Fagnani

Il rapporto tra fotografia e memoria è profondamente radicato nella cultura occidentale e si manifesta in molte pratiche sociali e cerimoniali. La fotografia non è solo un mezzo per documentare il presente, ma anche uno strumento efficace per creare un patrimonio personale e collettivo di memoria visiva: ogni immagine, nel momento in cui viene scattata, trascende l’individuo e lo pone in una relazione stretta con la società, la storia e le narrazioni che attorno ad essa si possono edificare.

La dimensione evocativa della fotografia si è integrata fortemente nel modo di pensare e nel sistema simbolico umano, rispondendo ad un bisogno intrinseco di duplicazione, di proiezione di sé nel mondo. Nella fotografia si manifesta così una sorta di urgenza: l’urgenza di esistere, di essere ricordati, di lasciare una traccia tangibile di sé nel flusso incessante del tempo, creando un legame tra il soggetto rappresentato e chi ne osserva l’immagine, un singolo individuo, una famiglia o una comunità intera.

“Nell’espressività verbale comune” infatti, “la fotografia della persona diventa la persona stessa’’, scrive Antonello Ricci nella prefazione al volume che di Intermesoli racconta immagini e storie: quando guardiamo una foto siamo abituati a dire e pensare “‘questo è il nonno’, e non ‘questa è una fotografia del nonno’”. 

Archivio Famiglia Cherubini, 1909

Una collezione e un intero fondo dell’Abruzzo Digital Archive sono dedicati alla raccolta fotografica contenuta nel libro di Gianfranco Spitilli Il paese “di mezzo”. Storie di vita e fotografie familiari a Intermesoli (2007). Questo lavoro presenta i risultati di una ricerca sul campo condotta nel piccolo paese alle pendici del Gran Sasso, incentrata sui processi di costruzione della memoria attraverso l’uso delle immagini; indagine che si colloca nel delicato punto d’incontro tra la trasmissione orale e la rappresentazione fotografica, alla scoperta del modo in cui i racconti verbali e le immagini si influenzano reciprocamente.

I racconti scaturiti dalle fotografie, pur avendo in origine una relazione diretta con esse, si evolvono seguendo percorsi autonomi, contribuendo così a una continua rielaborazione del passato, rinegoziandolo nel presente. In questo contesto, l’immagine non è solo un supporto mnemonico passivo che preserva visivamente gli eventi dalla dissoluzione temporale, ma agisce come potente catalizzatore, come incentivo e stimolo attivo per il dispositivo della rievocazione, generando un flusso di storie e ricordi aggiornati e plasmati dalle emozioni e dalle interpretazioni dei narratori.

La memoria visiva, così, non si limita a conservare, ma ridefinisce in modo dinamico il vissuto personale e culturale di chi si trova, in quel dato momento, a narrarlo, arricchendolo di nuovi significati, di sfumature intime e di rinnovati contenuti emotivi

Una vecchia fotografia di famiglia scattata durante una festa può stimolare ricordi diversi in ognuno dei presenti: un osservatore può ricordare il profumo del cibo, un altro l’emozione di una conversazione importante, mentre un altro ancora potrebbe rivivere il disagio di un momento di tensione tra parenti.

E così per le tante altre immagini custodite presso le famiglie del paese e nell’archivio composito che ne è scaturito: l’abitato e i paesaggi circostanti, con la montagna, i boschi, la neve; scene di vita sociale, di scampagnate, feste, processioni, pellegrinaggi; fotografie del lavoro agricolo e pastorale, di guerra e di emigrazione. Questa continua rielaborazione della memoria non è solo un processo individuale: le immagini condivise in una famiglia o in un più ampio gruppo sociale acquisiscono il valore di simboli di esperienze comuni, attraverso un racconto multiplo che diventa strumento di costruzione della memoria collettiva.

Se la fotografia etnografica si fonda sulla capacità di individuare le connessioni tra gli elementi della realtà osservata e di organizzarli secondo gli ordini di significato che le sono propri, anche le fotografie familiari di Intermesoli possono essere interpretate a partire da questa prospettiva. Da un lato, esse rimandano alle modalità specifiche di ciascuno sguardo che le ha generate, alla singolarità di ogni atto di osservazione e alla particolare posizione estetica ed esistenziale dei loro autori; dall’altro, considerate come un insieme unitario di sguardi diversi, le immagini si intrecciano fino a comporre una visione condivisa, dotata di una coerenza che appartiene al peculiare modo intermesolano di osservare la realtà e di parteciparvi.

“E in questo”, scrive Gianfranco Spitilli, “le immagini restituiscono sguardi molto affini tra loro, cosi come sono affini i percorsi umani, le traiettorie biografiche, le vicende particolari che hanno interessato gli abitanti di Intermesoli nel secolo appena trascorso”. 

Nel suo silenzio, la fotografia parla di ciò che è stato e di ciò che rimane, incastonando volti, paesaggi e frammenti di vita in un dialogo tra il vissuto, il ricordato e il percepito.

Archivio Famiglia Reginaldi, 1930

Archivio Famiglia Paolina Pacella,1956

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Vedere la storia

Giovanni Paolone e l’eredità della Seconda Guerra Mondiale

Intervista a cura di Gianfranco Spitilli
Testo introduttivo e trascrizione di Valentina Fagnani

Giovanni Paolone dimora in un ricordo senza confini. L’intera sua esistenza gli si rivela con la stessa limpidezza di ciò che ha di fronte, un’immagine ininterrotta che mai si dissolve: non è un richiamo del passato, ma una visione costante. La Seconda Guerra Mondiale emerge con un’intensità particolare, non è un evento concluso, ma un segno profondo che genera innumerevoli racconti, raccolti con cura in un diario e in altri scritti. Custodisce gelosamente vari cimeli di quel periodo, inclusi documenti di prigionia, la tessera del campo e alcune fotografie. Paolone rammenta vividamente la profonda povertà che precedette i conflitti, le campagne desolate e lo spopolamento dovuto ai giovani uomini costretti a partire per il fronte.  

Foto di Gianfranco Spitilli

Richiama alla memoria anche i racconti del padre sulla Grande Guerra, la paura della morte che spingeva molti a procurarsi ferite volontariamente per sfuggire al massacro delle battaglie.

Storia lunga?

Eh, lunga. Io mi ricordo di tutto quello che ho fatto, da quando sono nato, proprio, e poi quando ho cominciato la vita militare, la guerra, la prigionia, mi ricordo tutto. Se ti metti a leggere, qui c’è il diario.

Questo diario quando lo hai scritto?

Nel 1943.

Dove?

In Germania, quando ero prigioniero.

In che posto? Dove sei stato prigioniero?

C’è anche il campo di concentramento, qui segnato. A Stargard, a Greifswald, e poi un altro campo di smistamento, il 9°C era chiamato, dalle parti di Nordhausen, la regione della Turingia, che poi là era un campo di lavoro, dove ho lavorato quindici mesi in una fabbrica di motori di carri armati; io ho lavorato quindici mesi da tornitore, fresatore, a millesimi.

Prima della guerra c’era la miseria, vero?

Nel 1930, quando ho iniziato la scuola io, la cinque lire, non la conosceva più 

nessuno. A casa mia ci stava sempre, grazie a Dio; ci stava la cinque lire, la cinquanta lire, la cento lire, qualche pezzo da mille lire. Quelli che non possedevano nulla passavano i guai, povera gente. Mi ricordo, era Natale una volta, avevo otto-nove anni, ma non so se avevo cominciato la scuola, e allora avevo un operaio che veniva a lavorare, e diceva a mamma: “Giulia, quando è Natale vengo a mangiare i caggionetti [dolci tradizionali]”; e là da me si usava a fare i caggionetti la sera della Vigilia, si friggevano con l’olio… e non è che ne facevano pochi, ne facevano un tavolo come questo qua pieno! Come dei ravioli, fritti. E allora nevicava, e diceva “chissà se passa Pietro (si chiamava Pietro questa persona)”; e verso le nove, a Natale, la sera, nevicava a cielo aperto, quando sentimmo “tum tum” alla porta. Andai a vedere, perché mi dissero mamma e papà “questo è Pietro”: “allora li posso prendere questo caggionetti?”; “sì sì”, e allora entrò, prese un piatto di caggionetti grande così e lo poggiò fuori alla finestra dove non ci nevicava per fargli rinfrescare, e se li mangiò tutti!

Voi c’avevate la terra, la casa…

Sì, noi avevamo la campagna, e la casa era nostra.

E quelli che stavano a mezzadria, o i braccianti?

Quelli Madonna liberaci! C’avevano una campagnola sotta la casa mia, raccolsero dodici quintali di grano, sei loro, sei il padrone, era una famiglia di nove persone, una famiglia numerosa. C’avevano una campagnola sotta la casa mia, raccolsero dodici quintali di grano, sei loro, sei il padrone, era una famiglia di nove persone, una famiglia numerosa, una volta si pagava la fondiaria, le tasse, sopra i sette figli, capito? Nel ’30 il pane lo conosceva poca gente, io mi ricordo tutto, poi avevo gli operai a lavorare, a fare la legna, a zappare le vigne, avevamo molte vigne, e si parlava, si ragionava…si alzavano la mattina quando nevicava e non potevano 

Foto di Gianfranco Spitilli

andare a lavorare, e non avevano niente da mettere in bocca; cose dell’altro mondo. Mi ricordo, era Natale una volta, avevo otto-nove anni, ma non so se avevo cominciato la scuola, e allora avevo un operaio che veniva a lavorare, e diceva a mamma: “Giulia, quando è Natale vengo a mangiare i caggionetti [dolci tradizionali]”; e là da me si usava a fare i caggionetti la sera della Vigilia, si friggevano con l’olio… e non è che ne facevano pochi, ne facevano un tavolo come questo qua pieno! Come dei ravioli, fritti. E allora nevicava, e diceva “chissà se passa Pietro (si chiamava Pietro questa persona)”; e verso le nove, a Natale, la sera, nevicava a cielo aperto, quando sentimmo “tum tum” alla porta. Andai a vedere, perché mi dissero mamma e papà “questo è Pietro”: “allora li posso prendere questo caggionetti?”; “sì sì”, e allora entrò, prese un piatto di caggionetti grande così e lo poggiò fuori alla finestra dove non ci nevicava per fargli rinfrescare, e se li mangiò tutti! E poi, abitava a Cermignano, doveva tornare a Cermignano, portava un cappotto tutto rovinato, e dentro al cappotto ci portava una seghetta così lunga…“e questa?” – gli dissi –: “eh, con questa per la strada devo trovare un po’ di legna per scaldarmi”. La miseria era nera. Io abitavo qui vicino, c’era la strada che veniva da Poggio delle Rose, passava qui e andava fino a giù a Ponte Vomano, e mi ricordo che quando era inverno, in giorni come questi, c’era la gelata, e allora vedevi quelli di Poggio che passavo con gli asini e andavano a Ponte a prendere il granturco…mangiavano pizza e polenta, quello era tutto.

Insomma la miseria ci stava.

Ci stava! Noi come ti ripeto non abbiamo sofferto la fame, grazie a Dio il mangiare lo abbiamo avuto sempre, granturco, fagioli, patate, grano, tutto.

Quanti eravate? Quanti figli?

Eravamo sette più due, nove persone. Prima cinque figli maschi, il primo nel 1917, il secondo nel ’18, terzo nel ’21, quarto io, nel ’22, e un altro il ’25, più due figlie femmine nacquero nel ’30 e nel ’32, più i genitori, nove.

La mamma come si chiamava?

Giulia Delli Compagni.

Che ti ricordi della mamma?

Eh, che ti vuoi ricordare, tutto mi ricordo! Mamma veniva da una buona famiglia. Poi sposò mio padre, nel 1914, ebbe il primo figlio nel 1915, che poi morì, si ammalò questo bambino, mi pare che morì a quindici mesi, poi è nato quell’altro il secondo nel 1917, quando mio padre stava a fare la guerra, quella del ’15-18, la fece tutta quanta.

Ma tuo padre ti raccontava qualcosa della guerra?

E come no, certo che raccontava! Mio padre sai che fece, per salvarsi dalla guerra? Portava le carrette da battaglione, all’epoca con i muli, col carretto portava rifornimenti e tutto quello che serviva…mise un piede sotto a una ruota e gli ruppe il dito, al piede sinistro, andò in infermeria, per guarire ci volle tempo, e poi lo misero in cucina, e stava a Rimini a fare il cuciniere. Un primo fratello morì, Nicola, morì su, a Col di Lana, sulle Alpi. Quell’altro, mio zio Giovanni, stava anche su, ci stette molto tempo, e una volta sai che fece? Posizionò il moschetto per spararsi sulla mano, tre volte provò, e non gli sparò, e dovette fare la guerra; quello aveva deciso di spararsi sulla mano per ferirsi, capito? Questo è un fatto vero, mica chiacchiere…non c’era da scherzare. Il Servizio Militare e la Prigionia di Giovanni e dei Fratelli…

E invece tu il militare per quanto tempo l’hai fatto?

Io, venti mesi, poi altri venti mesi di prigionia, e tre mesi sono stato in Germania in attesa di rimpatrio dopo che sono stato liberato.

 

Ma quando sei partito per la guerra?

Mi hanno chiamato, mi hanno mandato la cartolina… il primo fratello partì nel 1938, il 1° settembre, quello nato nel 1917, quello del ’18 doveva partire nel ’39, in Libia, allora, non lo fecero partire, fece reclamo, c’era una legge che diceva che se avevi un fratello in guerra non dovevi partire, e rimase, ma l’anno dopo lo chiamarono. E siamo a due. Lo mandarono a Fiume, che ora è in Jugoslavia. Poi c’eravamo quello del ’21 e io. Quello del ’21 doveva partire nel ’41, però aveva già due fratelli sotto le armi, e gli diedero l’esonero per un anno, ma l’anno dopo anche se dieci fratelli stavano in guerra dovevi partire per forza, uno solo lo rimandavano a casa; dunque a lui arrivò la cartolina per partire il 22 gennaio del 1942, e poi arrivò a me che dovevo partire il 2 febbraio, in dieci giorni partimmo in due. E siamo a quattro.

Quattro in guerra.

Quattro sotto, in guerra. Il primo era già prigioniero a Sedi el Barran, dopo Tobruk, era arrivato a sessanta chilometri da Alessandria d’Egitto. E così il primo dei fratelli finì prigioniero, che poi in seguito fu mandato in India. Quando partii io il primo già stava in India, prigioniero, a Bombay.

Come si chiamava il primo?

Nicola.

E quello che andò a Fiume?

Berardino Paolone. Fece la guerra in Jugoslavia, ma dopo una settimana la Jugoslavia fu occupata, nel 1941, e allora rimase là, negli stati balcanici.

 

Poi è tornato?

Sì sì! A ottobre del 1942 tornammo io con la licenza agricola da Trieste, quell’altro del ’21 che partì dieci giorni prima di me stava a Caserta – che poi doveva andare in Tunisia –, e quest’altro che stava in Jugoslavia e lo rimandarono con la legge che se quattro fratelli stavano in guerra uno lo rimandavano a casa. Però dopo quattro mesi lo richiamarono. Io ripartii il giorno dopo di Ognissanti, tornai il 15 ottobre e ripartii il giorno dopo di Ognissanti; l’altro tornò il 25 di ottobre e non ripartì, e quell’altro mi pare che rivenne il 28 e ripartì il 10 di novembre. 

E quand’è che ti hanno fatto prigioniero?

La sera del 10 settembre.

Di che anno?

Del ’43, sempre del ’43! Quando ci fu la capitolazione dell’Italia l’8 settembre. Io la sera dell’8 sentii alla radio, mica c’era la televisione…disse…Badoglio fece il bollettino: “cari italiani, la guerra per noi è finita, difendetevi contro chiunque”…chi era chiunque? Contro i tedeschi, capito? La mattina verso le 4.00…la notte noi facemmo mezz’allegria, la mattina verso le 4.00 sentimmo le cannonate a sparare lì vicino. I tedeschi attaccarono la compagnia italiana. Dicemmo “adesso andiamo a Trieste”, c’erano dodici chilometri, e ci fermarono a un campo dove ci stavano le antenne radio, noi stavamo qua e i tedeschi li vedevamo sulla cima di una collina, a Opicina era detto, dove stava una caserma grossa del Genio, Genio telegrafisti, Genio pontieri, Genio guastatori, Genio di ogni genere, la caserma era oltre quattro ettari di terra, e i tedeschi l’avevano già occupata. E stemmo là tutto il giorno del 9, la sera del 10, ci arrivò l’ordine del capitano: “buttate le armi che adesso andiamo dai tedeschi”; la caserma Vittorio Emanuele III, dove avevo fatto il servizio militare allievi, ci stavano settantatre fanterie. Andammo là, passammo davanti alla 

Foto di Gianfranco Spitilli

caserma, ci portarono duecento metri più avanti, dove c’era una pista di cavalli, dove facevano le corse dei cavalli, come si chiama…l’ippodromo, là ci inquadrarono e ci consegnarono ai tedeschi, i tedeschi ci disarmarono e si misero con le mitraglie tutti attorno…dove vai più? Come ti muovevi un po’ sparavano. E allora, ci dicemmo “ora ci portarono in stazione, ci mettono sul treno e ci riportano al di là del Po”; in effetti ci caricarono e ci chiusero con i catenacci, alla stazione c’erano tutti i documenti in terra, gli scaffali devastati, di quelli che se n’erano andati…misero i catenacci, quando arrivammo prima di Monfalcone ci sta un bivio di corsia, che gira a destra e a sinistra, quello a destra riva’ su per Postumia, quello a sinistra torna in Italia…e il treno girò a destra, e allora pensammo “si va in Germania”. Un vagone era rimasto aperto…avevano attaccato quaranta vagoni, era in salita, ci volevano quasi due locomotive per spingerlo, e andava piano, un po’ i macchinisti lo facevano apposta.

Ma erano tutti prigionieri?

Tutti prigionieri. Quando scendemmo dal treno, era il primo vagone di italiani prigionieri che arrivava là, lì alla stazione come ci cominciarono a far scendere ci misero per sei, per andare al campo di concentramento che era a venti chilometri, ci misero per sei allargati e i frastuoni, le luci, il cuore dovette resistere, sentivi: “Italiani, traditori, Badoglio” e ettuuu sputavano, e ci stava un cavalcavia sopra a questa strada, in cima vedevi i tedeschi così, donne, uomini, vecchi, ttuuuu ttuuu sputavano sembrava che nevicasse…“italiani, Badoglio, traditori!”. Arrivammo al campo di concentramento, ci mettemmo là dentro, una volta al giorno arrivava un po’ di acqua sporca, un po’ di patate, qualche pisello là in mezzo, due volte al giorno facevano il controappello, il capitano andava sempre con la pistola così, col baffo hitleriano, testa bianca andava sempre con la pistola così. Se ne passò, dal 14 settembre, il 15, 16, 17, 18 per fare il numero, le matricole, io ho anche il numero di matricola qui, ora ti faccio vedere.

Ma il campo com’era fatto?

Tutto reticolato, campo reticolato, baracche, il coraggio ci voleva, ogni baracca recintata, ognuna per conto suo, potevi parlare con le altre baracche però parlavi così, non potevi andare da una baracca all’altra. Quando fu fatta l’immatricolazione e tutto stemmo fino al 23 settembre; il 24 settembre fecero le squadre e ci chiamarono, dove trenta, dove quaranta dove cento, la squadra rossa ne fece sessantacinque, per andare a lavorare con un’azienda a cavare le patate. E allora sessantacinque, due vagoni, e ci portarono in un paesetto. Prima di partire ci fecero l’adunata, nel piazzale grosso di questo campo, si misero due fascisti e un tedesco, seguaci di Mussolini, capito? E dissero chi voleva andare a combattere a fianco dei tedeschi, che venisse avanti, e non avanzò quasi nessuno, e c’era un fascista, italiano, parlava italiano proprio, passò proprio dietro a me, e diceva: “non andate a combattere a fianco dei camerati tedeschi? Andrete a lavorare in campagna e sarete trattati come bestie”. Poi si fece avanti un mezzo matto che voleva andare a combattere, due, tre, con le tute neppure vestiti da soldati, e c’era uno vestito da soldato che non si propose e lo portarono a spogliarsi, diedero la sua divisa a quel matto e lui si dovette mettere i suoi cenci. E poi andammo tutti a raccogliere le patate.

Quindi il ritorno? 

Il 10 giugno. Siamo ripartiti per l’Italia, però dovevamo rientrare dalla Svizzera. Poi da Ancona arrivammo a Giulianova. A Giulianova, scendo, per Teramo c’era un postaletto piccolo, e c’era uno del mio giro che portava questo postaletto…andammo là e diceva “e mo’ non si può salire”…gli dissi: “si può salire o non si può salire io salgo che devo tornare a casa”. Da nove mesi erano privi di notizie, capito? Dal mese di novembre non sapevano più niente, se tornava qualcuno a casa o no. Arrivo a Teramo, era notte. Ora come si fa? A piedi. Quel sacchetto che portavo 

Foto di Gianfranco Spitilli

lo lasciai in una casa, a Teramo, dove c’era uno di Cermignano, il giorno appresso ci andò mio padre a prenderlo e manco azzeccò, e allora il giorno dopo ci tornai io. Quando ripartii da Teramo la sera era notte, avevo un paio di ciabatte, di sandali, mi tolsi i pantaloni e me li misi sulla spalla, con la maglietta, faceva un caldo, era il mese di luglio; presi la strada del fosso s. Antonio, a Sardinara, che ho fatto tante volte a piedi mica una, arrivo su a ‘Ngelucce c’era una fonte d’acqua, una fontana comunale, c’erano tre quattro donne, e una mi disse “giovanotto, ma dove ritorni, dove ritorni?”, poche parole…ma chi la sentiva quella a parlare, io ero una lepre. Giunsi qua che era passata mezzanotte, era chiuso, passai da mio zio, chiamai, e non mi voleva far andare via, subito prese il bicchiere e altre cose, ma io ad Ancona lasciai la fame, fino ad Ancona la fame mi si mangiava, ad Ancona mangiai pure il pane con le pere, senza sale, finì la fame, l’appetito.

E quando sei tornato, poi?

Quando tornai ripresi normale, ricominciai a mangiare.

Ma quando ti videro?

Ah! Non si parlò per niente; mio zio mi fece stare là, e mi si stava per mangiare il cane la notte. E la sera prima, anzi due giorni prima era arrivata a casa la notizia che ero morto.

Chi?

Io. C’era un mezzo matto che andava indovinando, che indovinava, che sapeva, che faceva con un libro, la buonanima di mamma gli disse: “ma vedi un po’”. Fortuna che tornai il giorno dopo. La mattina prima di giorno tornai a casa.

E la mamma?

Ah! Che parliamo a fare. Non ci contava proprio che tornavo…ma si era rasserenata quando gli arrivò quella lettera…cose tristi.

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Epopea migratoria

North Minto, Canada, inizi del XX secolo. Un gruppo di emigrati al lavoro nei pressi di una boscaglia posa per una foto. Tra gli altri sembra di riconoscere alcuni componenti della famiglia Cherubini di Intermesoli: Felice (con mandolino), Domenica (al centro delle donne) e Lorenzo (con i baffi alle spalle delle donne). 

La fotografia è emblematica dell’epopea migratoria italiana, avvenuta tra il 1861 e gli anni Ottanta del Novecento, che ha visto circa 29 milioni di persone espatriare in cerca di condizioni di vita migliori; e ne evidenzia l’aspetto epico, il coraggio, il sacrificio e il pericolo che comportava. Nella separazione e nell’incertezza la fotografia diventa un sostituto del corpo assente, suo prolungamento nello spazio e nel tempo, destinato a confortare chi è rimasto in patria.

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Il corpo e la luce

una fotografia di Michelangelo Antonioni

di Gianfranco Spitilli

In piena guerra, nel marzo 1941, Luigi Reginaldi sta svolgendo a Pavia il Corso Allievi Ufficiali e invia alla madre una sua fotografia in divisa con poche, tenere parole di saluto: “Con immenso affetto alla mia cara mamma. Aff.mo figlio Luigi”. Autore dello scatto è Michelangelo Antonioni (1912-2007), suo compagno di Corso. Luigi è originario del paese di Intermesoli, sotto il Gran Sasso; per questa via, attraverso i materiali raccolti sul campo presso le famiglie intermesolane, ha fatto il suo ingresso nell’Abruzzo Digital Archive una fotografia del futuro maestro del cinema italiano. 

Leggiamo in questa immagine l’uso rigoroso e analitico della luce che ritroveremo in seguito quale elemento strutturale del linguaggio cinematografico di Antonioni, in particolare nella cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità (L’avventura, 1960; La notte, 1961; L’eclisse, 1962): uno strumento narrativo essenziale alla scena, posto al servizio della costruzione dello spazio e del rapporto del personaggio con esso. In una fotografia dello stesso periodo che ritrae gli allievi del Corso, scorgiamo Michelangelo Antonioni assieme a Luigi Reginaldi: è il secondo in basso da destra, come segnato da Luigi sulla stampa, mentre Reginaldi è al suo fianco, alla sua destra.

L’emigrazione e la guerra si legano saldamente l’una all’altra in queste immagini, con i loro tragici destini: il padre di Reginaldi era morto in Canada nel 1921, dove era emigrato per garantire condizioni migliori di vita ai suoi figli, in seguito a un incidente sul lavoro; Luigi fu esonerato dal servizio militare in quanto figlio di madre vedova, ma venne poi mandato in Russia e successivamente richiamato per svolgere il Corso, tornando di nuovo sul Fronte Russo da tenente.

Foto di michelangelo antonioni

Archivio Famiglia Reginaldi, 1941

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Credits

Ideazione: Valentina Fagnani, Stefano Saverioni, Gianfranco Spitilli

PROGETTO GRAFICO: STEFANO SAVERIONI, GIANFRANCO SPITILLI

Coordinamento Editoriale: Gianfranco Spitilli

GESTIONE INFORMATICA:PANSPEECH

Editore: Bambun APS

Nell'immagine di copertina e dei crediti il ritratto di Maria, madre di Suor Agnese,1928. Fondo Monache Agostiniane Spello/Parrocchia di Santa Maria Assunta, Intermesoli.

MAGICH – Magazine sul patrimonio immateriale del Gran Sasso e monti della Laga – è uno spazio pensato per esplorare particolari aspetti del patrimonio culturale immateriale  del Gran Sasso e dei Monti della Laga e dei documenti custoditi nell’archivio digitale, attraverso un approccio narrativo e visivo. 

A partire da un concetto cardine, ogni numero del Magazine è organizzato in quattro sezioni: Fondamenta, dedicata all’articolo tematico di approfondimento; Voci, in cui trova posto una testimonianza viva e diretta di un protagonista, in forma di intervista; Tracce, dove si mostra il lato percettivo, poetico e iconico, di natura sensibile dei contenuti documentali; Connessioni, che collega il tema centrale al presente, attraverso forme variabili di restituzione.

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Credits

Fondo Monache Agostiniane Spello,1928