#5 INTRECCI

Nell’intreccio gli elementi si incrociano e si aggrovigliano, per poi tornare a distendersi o rimanendo ben saldi fra loro, assumendo nuove forme e strutture. 

Segno tangibile di interrelazione, gli intrecci accadono nel punto in cui due cose smettono di essere sole, senza aggiungere o togliere, ma generando ciò che prima non c’era attraverso l’atto di annodare. Trama che lega la fibra al gesto, la voce a un’altra voce, il corpo al ritmo, la radice al sostegno, ovunque qualcosa regge c’è un intreccio che lo tiene. 

Primaria grammatica dell’unione, gli intrecci sono il pensiero silenzioso con cui l’umano ha imparato che nulla sta in piedi da solo.

Foto di Gianfranco Spitilli

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Il Laccio d’amore di Penna Sant’Andrea

Intreccio di legami invisibili tra generazioni in dialogo

di Valentina Fagnani

Un palo o un albero attorno al quale si intrecciano i nastri è un modello coreutico ricorrente in molte culture, basti pensare al Maypole anglosassone o alle celebrazioni indiane, nordafricane e dell’America Latina, dove elementi verticali avvolti da cordoni colorati durante la danza simboleggiano spesso la rinascita primaverile, l’unione nuziale e il legame indissolubile tra cielo e terra. Nel Medioevo europeo, danze simili erano strumenti che celebravano l’abbondanza dei raccolti e contribuivano a rafforzare il senso di comunità, specialmente nei piccoli centri rurali, divenendo momenti di intensa aggregazione sociale. 

Per l’antropologo e storico delle religioni britannico James George Frazer, celebre autore della monumentale opera Il ramo d’oro, il cerimoniale danzato in forma circolare attorno al palo-albero ha un’ipotetica origine preistorica, “all’interno di una più vasta liturgia di riti agresti risalenti probabilmente alla fase neolitica”, come evidenziato dall’etnocoreologo Giuseppe M. Gala, lo studioso che più di tutti se ne è direttamente occupato nell’area dell’Italia centrale. Legati alla fertilità della terra e al ciclo delle stagioni – come i festeggiamenti per solstizi ed equinozi – includevano l’uso di nastri e intrecci in funzione propiziatoria, riflettendo il passaggio “dall’economia di tipo nomade, venatorio e pastorale a quella sedentaria e agraria”, segnata dalla “dipendenza economica dall’elemento vegetale”.

Il Laccio d’amore di Penna Sant’Andrea costituisce un caso esemplare di come tali pratiche culturali possano propagarsi nei secoli e veicolare significati profondi e strutturati, riflettendo la coesione sociale e l’articolazione delle relazioni comunitarie. Il complesso intreccio dei nastri attorno ad un palo centrale, emblema dell’unione tra l’essere umano e il mondo vegetale, traduce legami interpersonali e dinamiche affettive; in chiave antropologica, questo rituale esprime il sistema simbolico locale, offrendo uno spazio per la costruzione identitaria e la trasmissione di valori condivisi attraverso il coinvolgimento attivo dei partecipanti. 

Archivio "Laccio D'amore", 1954

Foto di Cesare Baiocco

Il Laccio d’amore è una danza che continua ad essere praticata e tramandata, offrendoci l’opportunità di indagare i processi di trasformazione e di adattamento di un patrimonio culturale vivo. Non è una mera esibizione di abilità coreografica ma un intreccio figurato che narra il percorso amoroso di una coppia di innamorati: il momento di apertura, accompagnato dalla musica della saltarella, segna il loro primo incontro; segue il trallallero, dove il giovane viene inizialmente respinto; la polka incarna l’accettazione del corteggiamento e la circostanza del fidanzamento, mentre la successione finale di intrecci a ritmo di saltarella esprime l’unione coniugale. Ogni nastro è vivacemente colorato in tonalità brillanti come il rosso, il blu, il giallo, il verde e l’arancione: questi colori vibranti non sono scelti casualmente, attingono dai cromatismi stagionali della vita naturale ed esprimono la fertilità e l’energia della metamorfosi, della rigenerazione e della procreazione, valori centrali in una tradizione rurale che interpreta questo genere di riti anche in chiave divinatoria e scaramantica. Il laccio, incarnato da nastri colorati intrecciati e legati attorno al palo, diviene un contenitore di significati che si rinnovano e si trasformano nel tempo, riflettendo l’evoluzione della comunità stessa, oltre che una metafora del legame d’amore, dell’unione e della cooperazione: “la danza – afferma Giuseppe M. Gala – diventa così rito di iniziazione e di fecondazione, i nastri rappresentano lunghi fili fecondatori, variopinta colata di energie vitali”. 

Durante la danza, il laccio trascende la materialità e costituisce il fulcro simbolico, rappresentando il legame che si crea tra i partecipanti e personificando le relazioni affettive, il matrimonio, la fedeltà e l’unione sociale. I danzatori – che ballano a coppie – si incrociano fra loro per avvolgere i nastri colorati intorno al palo centrale, in una sequenza ben orchestrata che culmina nell’intrico definitivo, quasi a dimostrare come l’armonia sociale e il benessere collettivo si costruiscano assieme, compartecipando. Uno degli aspetti più affascinanti da denotare è il modo in cui il ballo del palo intrecciato ha saputo attraversare le epoche, preservando una tradizione che continua ad essere trasmessa di padre in figlio, di madre in figlia: il passaggio del sapere avviene attraverso una dimensione di 

apprendimento intergenerazionale, in cui i giovani imparano dai più anziani non solo tecnica e passi, ma soprattutto il significato intrinseco che tale rito assume nella vita comunitaria.Ogni generazione che partecipa alla danza contribuisce a mantenerla viva, ma al contempo la trasforma leggermente, integrando nuovi significati, sguardi e sensibilità. Il ballo diventa in tal modo un veicolo non solo per preservare il passato, ma anche per interpretare il presente offrendo una rappresentazione visiva che racchiude un chiaro messaggio sociale, in cui ciascun movimento diviene un gesto che collega eredità condivise, esperienze ed aspirazioni future.

La persistenza di questa danza, anche a fronte di esodi rurali, progressiva urbanizzazione e frammentazione della micro-società che l’ha generata, testimonia una capacità di adattarsi ai nuovi contesti. Non senza difficoltà, il Laccio d’amore continua ad essere praticato e tramandato, grazie all’impegno di associazioni culturali che si adoperano per salvaguardare questo prezioso patrimonio immateriale: ogni legame, come ogni nastro, deve essere curato e nutrito, affinché continui a saldare generazioni e a tessere storie che, sebbene individuali, appartengono a tutti. Il Laccio d’amore non è soltanto un simbolo di legami visibili – l’amore, l’unione, la comunità – ma anche di quelli invisibili, più sottili e difficili da cogliere; è un vincolo che tiene insieme le discendenze non solo nella continuità fisica, ma anche in quella spirituale, in un flusso di memorie e sentimenti. Ogni intreccio porta con sé un lascito di emozioni, di vite vissute e di desideri non detti, è un filo che lega ciò che non si vede: la paura di perdersi, la speranza di ritrovarsi, il bisogno di sentirsi parte di qualcosa che ci supera. 

La sua tenacia di fronte ai processi di standardizzazione intellettuale e morale può essere interpretata alla luce delle teorie di Pierre Bourdieu sul capitale culturale, che sottolineano l’importanza delle pratiche culturali nel costruire e mantenere le distinzioni sociali come vero contrassegno di appartenenza. Questo ballo ci invita a riflettere su come, anche nella vita, le relazioni, come i nastri, siano intrecci delicati: a volte si aggrovigliano, si annodano e si complicano, ma nell’intreccio troviamo il senso del nostro cammino.

Foto di Cesare Baiocco

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Il “vestito” delle sedie

L’arte dell’impagliatura raccontata da Domenico Luciani

Intervista a cura di Gianfranco Spitilli
Testo introduttivo e trascrizione di Valentina Fagnani

Domenico Luciani è un artigiano che custodisce tra le dita l’eredità della civiltà contadina delle valli orientali del Gran Sasso. Ex carpentiere, ha ritrovato nell’antica arte dell’impagliatura delle sedie il filo che lo ricongiunge a nonna Giulia; è da lei che ha appreso attraverso l’osservazione silenziosa non solo la tecnica dell’intreccio, ma un intero sistema di valori e di saperi.  Dopo una vita nei cantieri, Domenico è tornato alla lavorazione dell’erba palustre e del legno, trasformando quella che un tempo era una necessità di sopravvivenza in un atto di resistenza culturale. Il suo racconto lega i gesti ciclici del lavoro manuale – dalla raccolta della vollë (erba palustre) lungo il fiume Piomba alla sapiente torcitura del filo – alle vicende profonde della sua famiglia, segnata dalle assenze di Prima e Seconda Guerra Mondiale e dal peso di un nome ereditato da chi non è mai tornato. 

 

Foto di Gianfranco Spitilli

Domenico, partiamo dalle tue origini. Chi sei e da dove viene la tua famiglia?

Mi chiamo Domenico Luciani. Sono nato a Cellino Attanasio il 10 marzo del 1953. Impaglio le sedie da cinquant’anni, ho imparato da mia nonna. Si chiamava Giulia Di Giorgio ed era originaria di Montegualtieri. Si era spostata a Cellino, per sposarsi, andando a vivere sotto Santa Maria di Scorrano. È lì che è rimasta per tutta la vita, fino a quando è morta, nel 1967. Era una donna d’altri tempi, nata nel 1898, mi ricordo tante belle cose di lei. Sapeva fare tutto, sempre con il sorriso, nonostante una vita segnata da fatiche che oggi mi è difficile anche solo pensare. Il primo marito l’ha perso nella Prima Guerra Mondiale, poi si è risposata col fratello da cui ha avuto ancora cinque figli, di cui il primo morto nella Seconda Guerra Mondiale. È da lei che ho imparato l’intreccio. 

Come te lo insegnava?

Non era una scuola come la intendiamo oggi. Io stavo lì, ero un tipo intrigante, nel senso che mi infilavo dappertutto, volevo vedere, toccare. Disfacevo una cosa nuova, e la rifacevo da capo, a volte non lo facevo capire nemmeno a lei. Mi ha lasciato insegnamenti che porto dentro ancora oggi, non li ricordo tutti. Mi insegnava il valore del risparmio. Diceva che è meglio saper risparmiare un soldo che guadagnarne cento, perché se sai gestire il poco, nel momento del bisogno ti trovi sempre bene. I giovani di oggi a volte non lo capiscono; abbiamo vissuto troppo bene, abbiamo avuto tutto e non sappiamo più dire di no. Lei invece sapeva rimediare a ogni cosa.

Ricordi qualche aneddoto particolare su di lei?

Certo. Era una donna come non se ne trovano più, sapeva tante di quelle cose, è inimmaginabile adesso a pensarlo. La nonna aveva un rimedio per tutto. Se avevi la tosse, faceva bollire un po’ di lauro, un fico secco, non ricordo con precisione tutta la composizione, ma funzionava. 

Se avevi mal di gola, prendeva della cenere calda, la metteva in un fazzoletto e te lo stringeva al collo la sera, e la mattina stavi bene. Si faceva con quello che c’era in casa. 

Prima dicevi che tua nonna parlava del valore del risparmio: aveva un timore concreto legato alla sopravvivenza?  

Sì, c’era una saggezza figlia della fame. Lei diceva sempre una cosa che mi è rimasta impressa: “Guai a quel dente che si mangia il seme dell’anno dopo”. Significa che se arrivi al punto di mangiare il grano che avevi messo da parte per seminare, l’anno successivo non avrai raccolto, non avrai vita. Era un modo per spiegare che non bisogna mai intaccare le risorse fondamentali per il futuro, anche quando si ha fame. Sono piccole cose che oggi magari dimentichiamo, ma che io ho sempre in memoria. Se ci ripenso un po’, capisco che quegli insegnamenti erano la loro unica assicurazione sulla vita. Lei aveva sofferto tanto, aveva perso il marito e il figlio, e sapeva che la differenza tra la vita e la morte stava tutta nel saper gestire quel seme.

Cosa era successo? Ti va di raccontarlo?

Questa è la parte dolorosa della nostra storia familiare. Mia nonna Giulia perse il primo marito molto giovane; lui si chiamava Domenico Luciani. Era morto a Segrate, vicino Milano. Lei poi si risposò con il fratello di lui, una pratica comune allora per non disperdere la famiglia, ed ebbe altri figli. Il primo figlio maschio del nuovo matrimonio lo chiamò Domenico, come il primo marito defunto. Questo mio zio partì per la Seconda Guerra Mondiale. Era tornato dall’Africa, era passato per casa ma poi dovette ripartire. Ricordo che la nonna raccontava di quel giorno: lui non voleva neanche mangiare, non voleva rimettersi in sesto per dover ripartire. Invece dovette riandare al fronte e non tornò mai più. È morto nel 1945 in un campo di concentramento. Per sessant’anni non abbiamo saputo nulla. 

Foto di Gianfranco Spitilli

Mia nonna è morta senza sapere dove fosse sepolto il figlio. Solo molti anni dopo, grazie a un mio vecchio compagno di scuola, amico di un Colonnello dei Carabinieri, siamo riusciti a rintracciarlo. Era sepolto nel cimitero militare di Padova. Sono andato lì, ho visto la tomba, ho fatto le foto. Portare il suo nome, il nome di chi non è tornato e del primo nonno scomparso, è un peso e un onore che mi lega a questa terra.

E tuo padre che uomo era?  

Era un tipo molto sveglio, potrei dire in gamba. Gli piacevano le novità: era il primo a voler comprare i nuovi attrezzi che uscivano sul mercato. Aveva questa curiosità per la meccanica e per tutto ciò che poteva migliorare il lavoro. Aveva però la stessa sapienza manuale di tutti gli altri. A quei tempi, saper fare con le mani era una condizione inevitabile della vita. Se avevi bisogno di un attrezzo o di una riparazione, dovevi saperci mettere le mani tu, con i tuoi strumenti. 

Come nasce una sedia impagliata?

Bisogna conoscere il tipo di paglia, di erba. Tutto parte dall’erba palustre. In italiano si chiama così, ma noi la conosciamo come giunchino, vella… la vollë in dialetto. Bisogna andare lungo i fiumi – io spesso vado verso il fiume Piomba – a raccogliere la canna e l’erba giusta. Una volta era mia nonna che andava; mi raccontava che bisognava conoscere bene i tempi e i modi. L’erba va tagliata in un periodo preciso, tra giugno e settembre. Una volta tagliata, va messa a seccare all’ombra per otto, dieci giorni, quindici. Non al sole diretto, altrimenti diventa fragile. Va girata due o tre volte al giorno finché non è asciutta, senza traccia di umidità. Poi si ripone per l’inverno. Oggi me la faccio arrivare anche da Firenze, ma ormai ho problemi alla schiena, ne faccio poca. Dopo si può arvulla’ la siggë, impagliare la sedia

E come si passa dall’erba secca all’intreccio sulla sedia?

Quando decidi di lavorarla, devi inumidirla. Solo così non si spezza mentre la tiri. Devi intrecciare, aggiungere i fili. Se una volta metti un filo grosso e una volta uno piccolo, il sedile viene tutto irregolare, brutto a vedersi e scomodo. È difficile spiegarlo a parole, è una cosa che devi sentire sotto le dita. Io sono cinquant’anni che vedo e faccio questi movimenti.

 

Le sedie dove le prendevate?

Una volta passavano gli artigiani che venivano dall’Alta Italia, magari da Belluno. Erano specialisti. Arrivavano nei nostri paesi, stavano lì quattro o cinque giorni, dormivano dai contadini che gli offrivano vitto e alloggio. Tagliavano le piante sul posto, preparavano il legno e facevano le sedie nuove o riparavano quelle vecchie per tutta la famiglia.

Anche dalle nostre parti, sopra San Gabriele, a San Pietro…c’era gente molto brava che faceva un modello di sedia simile al nostro, ma ognuno aveva il suo tocco. Anche per il taglio del legno, come per il vimine, c’erano delle regole ferree legate alla luna. Ci vuole la luna piena, la luna “tosta”, diciamo noi.

Oltre alle sedie, la tua famiglia si dedicava ad altri tipi di intreccio? Ad esempio, per la raccolta o il trasporto dei prodotti agricoli?  

Certamente. Oltre alla paglia di fiume per le sedie, lavoravamo molto con i rami di salice, lu vonghë, per fare i canestri. Quella è un’altra tecnica ancora. Bisogna saper curare le piante, potarle al momento giusto per avere i getti novelli, quelli freschi e flessibili. Se non hai la materia prima elastica, il canestro non prende forma. Ricordo mia nonna quando tornava dai campi: portava questi canestri enormi sulla testa. Usava un panno attorcigliato per ridurre il peso e dare stabilità. Sapeva equilibrare carichi pesantissimi con una disinvoltura incredibile, camminando per sentieri sconnessi senza mai far cadere nulla. Era una questione di baricentro, di forza del collo, ma soprattutto di abitudine alla fatica.

Eravate molto legati alla campagna, qual era l’animale più importante della stalla?

La mucca. Senza la mucca non si faceva nulla. In campagna si usava la mucca per la semina, per arare, per riportare il grano a casa. Si usavano i carri o, dove il terreno era difficile, la slitta – noi la chiamavamo la trajë – che non aveva ruote ma scivolava sul terreno. Le mucche erano parte della famiglia. 

Foto di Gianfranco Spitilli

Foto di Gianfranco Spitilli

Avevano nomi come Fiorina, Tamiscella. Ci si passava la vita insieme, ci si parlava, ti ascoltavano anche. Quando una mucca si ammalava era una tragedia economica e affettiva. Ricordo che per proteggere le mucche si facevano delle cose: si prendeva un po’ di pelo con le forbici, si recitavano delle formule, si facevano dei segni, delle croci. Una mucca viveva con te quindici o sedici anni; solo quando era troppo vecchia si vendeva al macello, ma era sempre un momento particolare. E la notte di Natale non si doveva andare alla stalla perché si diceva che le mucche tra di loro parlavano, non si doveva andare a sentire cosa dicevano.

E gli altri animali? Il maiale, ad esempio?

Ci facevamo tutto. Io e mio fratello, da bambini, eravamo dei piccoli delinquenti: quando portavamo i maiali al pascolo, ci saltavamo in groppa, li prendevamo per le orecchie e cercavamo di cavalcarli come fossero asini. Ci divertivamo così, mio nonno ci si arrabbiava. C’erano anche le pecore e le galline, tutto contribuiva a creare quell’ambiente dove non mancava mai il necessario se sapevi lavorare.

La croce si usava anche per benedire i campi?

Si preparava con i rami di ulivo benedetto, solitamente nel giorno della Domenica delle Palme o per la festa della Santa Croce a maggio, era un senso di protezione per la campagna e si metteva sopra ai covoni, sopra al mucchio del grano. Quando arrivava il momento della trebbiatura si passava sul mucchio della paglia, la prima cosa che si faceva era portarci questa palma di ulivo sopra. Non ricordo poi d’inverno quando veniva messa al fuoco. 

Oggi questo lavoro per te cos’è? 

Nella vita ho fatto altro di lavoro, sono stato muratore e carpentiere. Poi però ho avuto problemi alla schiena, non potevo più stare sui cantieri. Ma io non so stare fermo. La testa deve lavorare, le mani devono muoversi. Così ho ripreso l’arte dell’intreccio che avevo visto fare da piccolo. È una passione, un modo per passare il tempo e per lasciare qualcosa. Faccio sedie per i figli, per i nipoti. Tutti loro hanno le mie sedie.

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La trama delle voci

Canto polivocale per la mondatura del grano intonato da Maria Salzetta e Bambina Miraglia, registrato a Macchie di Farindola (PE) l’11 dicembre del 1998, proveniente dall’Archivio del Progetto di Recupero, Valorizzazione e Diffusione delle tradizioni orali abruzzesi (1996-1997) del Comune di Arsita, finanziato dalla Regione Abruzzo e custodito presso Rondilà – Centro per l’eredità culturale dell’alta val Fino. Nella foto, Maria Salzetta con la figlia Bambina Miraglia e Vincenzo Salzetta mentre cantano in casa durante una sessione di registrazione effettuata da Marco Magistrali; Macchie di Farindola (PE), primavera 1992 (Archivio Magistrali, Rufina, FI). Parte di entrambi gli archivi sono oggi consultabili presso l’Abruzzo Digital Archive.

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Legando. In silenzio con Angelo De Dominicis

Un documentario breve di Gianfranco Spitilli

Testo introduttivo di Gianfranco Spitilli

Presentato ai MAV – Materiali di Antropologia Visiva 2024, il lavoro di etnografia visiva con Angelo De Dominicis, pensionato dedito all’autoproduzione agricola in un campo non lontano da casa, a Colledoro (TE), si inscrive in un decennale rapporto con il mondo contadino dell’entroterra appenninico e nel solco di una lunga conoscenza maturata nel corso degli anni, fatta di numerosi incontri, interscambi, testimonianze, esperienze condivise, anche con il suo nucleo familiare e il più ampio universo paesano in cui la sua vita quotidiana si svolge. Il cortometraggio Legando. In silenzio con Angelo De Dominicis, fondato su una quasi integrale assenza di parole, nasce dunque sulla base di una forte impronta collaborativa e si realizza in un contesto di interazione ravvicinata, sebbene largamente “invisibile”. Lo spazio dell’orto, al margine dell’abitato, si apre allo scenario della montagna che lo sovrasta; un “regno” intermedio in cui l’agire dell’uomo è posto in continuo scambio con l’ambiente che lo accoglie. L’umano e il non umano si intrecciano in un dialogo fatto di silenzi, di suoni, di atti in reciproca relazione. L’ecologia dei gesti risponde a un’ecologia del pensiero, legata a una dimensione del margine, geografico ed esistenziale, di una pratica periferica e quasi in disuso all’interno di un percorso biografico prossimo alla fine: predisporre l’orto attraverso tecnologie non invasive, ecosostenibili e di antica consuetudine assume così i connotati di un’attività ritualizzata, ripetitiva e calibrata, impregnata di concezioni sulla natura, sui cicli vegetativi, sull’ascolto del paesaggio, sul rapporto con la materia legnosa, sulle funzioni corporali e le gerarchie sensoriali che intervengono nella lavorazione. Angelo De Dominicis lega con pazienza le canne destinate a sostenere le piante di pomodoro con la tecnica ereditata dagli avi: la torsione di rametti di salice giallo (lu vonghë), potati e selezionati per l’occasione, tenuti in ammollo per alcuni giorni in una vasca d’acqua. L’azione si svolge in un’atmosfera raccolta e silenziosa, accompagnata dai suoni dell’ambiente naturale e dallo scenario montano; il corpo si flette, si innerva, le mani esprimono gesti calibrati, che modellano con sapienza la fibra vegetale.

Foto di Gianfranco Spitilli

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Credits

Ideazione: Valentina Fagnani, Stefano Saverioni, Gianfranco Spitilli

PROGETTO GRAFICO: STEFANO SAVERIONI, GIANFRANCO SPITILLI

Coordinamento Editoriale: Gianfranco Spitilli

GESTIONE INFORMATICA:PANSPEECH

Editore: Bambun APS

Nell'immagine di copertina l'intreccio delle canne e del salice nell'orto di Angelo De Dominicis, a Colledoro, 2019; in quella dei crediti i manufatti intrecciati di Crescenzio Delli Compagni, a Taverna, 2012. Fotografie di Gianfranco Spitilli.

MAGICH – Magazine sul patrimonio immateriale del Gran Sasso e monti della Laga – è uno spazio pensato per esplorare particolari aspetti del patrimonio culturale immateriale  del Gran Sasso e dei Monti della Laga e dei documenti custoditi nell’archivio digitale, attraverso un approccio narrativo e visivo. 

A partire da un concetto cardine, ogni numero del Magazine è organizzato in quattro sezioni: Fondamenta, dedicata all’articolo tematico di approfondimento; Voci, in cui trova posto una testimonianza viva e diretta di un protagonista, in forma di intervista; Tracce, dove si mostra il lato percettivo, poetico e iconico, di natura sensibile dei contenuti documentali; Connessioni, che collega il tema centrale al presente, attraverso forme variabili di restituzione.

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Voci
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Credits

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