
#4 MANI
Mani che operano nel silenzio raccolto del lavoro solitario, muovendosi con una sapienza che somiglia a una preghiera; abili, delicate o vigorose, buone per plasmare la materia prima e trasformarla in alimento, con gesti sicuri e competenti; o che ondeggiano nell’aria e si appoggiano sul viso, essenziali per sorreggere l’emissione di un canto e accompagnarne il flusso sonoro. Primario strumento degli umani, veicolo tangibile della conoscenza, le mani sono intermediarie concrete di un sapere che attraversa i secoli.
Archivio Editta Serpente, anni Sessanta del Novecento
INDICE
Intervista a cura di Gianfranco Spitilli
Fotografie di Marco Magistrali
di Gianfranco Spitilli
Le mani di Maria
Carezze che mescolano e plasmano la materia
di Valentina Fagnani
Una finestra lascia entrare la luce chiara delle montagne del Gran Sasso, mentre il sole timido accarezza la spianatoia di legno, segnata dal tempo. Il profumo della farina si mescola con l’aria, mentre le mani di Maria, indurite e piene di grazia, iniziano ad impastare. “Non serve molto”, mi dice con voce calma quando le chiedo di spiegarmi i passaggi fondamentali: “solo acqua, uova, farina e pazienza”. Le strongole nascono così, da un impasto essenziale che prende vita sotto le dita: ogni gesto è misurato, ogni piccolo movimento pare quasi comporre una preghiera.
Maria Scalone nasce nel 1936 nel territorio montuoso di San Pietro di Isola, tra focolari domestici e il duro lavoro nei campi; la natura, con la sua sinuosità e le sue sfide, ha plasmato la sua anima rendendola tenace come gli alberi che hanno visto molte stagioni cambiare. Le chiedo come abbia imparato a fare le strongole, con la vaga certezza di conoscere già la risposta. Si prende un attimo, poi con un’espressione che mescola tenerezza e una lieve malinconia, racconta che è un sapere che risale alle donne della sua famiglia: “ho imparato guardando mia madre, così come lei aveva fatto con la sua; erano altri tempi, si faceva tutto con quello che c’era dentro le case”.
Mentre parliamo Maria lavora la pasta con forza, tirandola e piegandola fino ad ottenere un panetto liscio e tondeggiante: “è un lavoro semplice che richiede cura”, mi dice, “bisogna sentire la pasta tra le dita, capire quando è pronta; non basta seguire la ricetta, devi ascoltare l’impasto”.
Foto di Gianfranco Spitlli
Foto di Gianfranco Spitlli
Mi mostra come arrotolarlo per bene e lo fa sembrare incredibilmente semplice; faccio finta di non sapere quanta minuziosa pratica ci voglia per rendere il lavoro perfetto.
Il sole illumina i suoi capelli argentati e le sue mani ruvide; ogni tanto, tra un gesto e una parola, si ferma per assaporare la quiete della casa: c’è un silenzio sospeso, rotto solo dal lieve rumore della farina che cade leggera sul tavolo e dal mattarello di legno, che incalzante sbatte le sue superfici sul bianco pianale.
Maria si china sulla spianatoia, tocca nuovamente la farina con un gesto familiare, quasi carezzevole; le sue mani iniziano a muoversi con la sicurezza di chi conosce profondamente la materia trattata e con la calma di chi vorrebbe che qualcuno apprendesse la stessa sapienza. Le dita affondano nell’impasto che ancora umido è finalmente pronto, lo spingono, lo piegano.
Ogni gesto è lento e preciso, frutto di anni di esercizio ed osservazione silenziosa: la divisione del panetto in piccole parti, la stesura con il palmo delle mani fino a formare lunghi fili sottili quasi come fossero di seta: “eccole, queste sono le nostre strongole; non devono essere perfette, anzi, se sono tutte uguali, vuol dire che qualcosa non va, come le persone”.
Mentre il pacato racconto si intreccia delicato ai gesti, le strongole vengono distese su un canovaccio per preservarne la consistenza; Maria rallenta ora movimenti e parole, osserva le strisce di pasta allineate con cura, ed accenna un sorriso: “la pasta non vuole la fretta, deve riposare, deve prendere tempo”.
Quando l’acqua nella pentola inizia a bollire, prende le strongole e le immerge lentamente, quasi con rispetto: “non servono tanti minuti, lo vedi a occhio”, dice; “un attimo, ed è fatta, se le lasci troppo, si rompono”.
Intanto, il sugo di pomodoro e aglio, che sobbolle nel tegame accanto, riempie l’aria di profumi che parlano di casa: “è il condimento più semplice, ma qui non serve altro; è la pasta che deve parlare”. Quando le strongole emergono dall’acqua, sono pronte per essere mescolate con delicatezza al sugo fresco e condite con solo una spolverata di formaggio. Mi porge un piatto, nei suoi occhi c’è un orgoglio silenzioso, quasi un atto d’amore materializzato: “assaggia”, bisbiglia, “sentirai la differenza; la pasta fatta in casa ha un sapore che non si può dire a parole”.
Non c’è nulla di spettacolare in quei movimenti, ma è proprio nell’ordinario che c’è la bellezza della semplicità assoluta in cui ogni boccone è un dialogo con la terra e con chi l’ha lavorata prima di noi. Questa pasta fatta in casa non afferisce solo a un tempo passato fatto di memoria lontana: tuttora è possibile mangiare le strongole in qualche casa del paese. E così, nella luce di un giorno qualunque, la cucina della signora Maria diventa un universo in miniatura in cui è possibile rintracciare con forza una continuità di pratiche apprese e ancora trasmesse.
Foto di Gianfranco Spitlli
La solitudine del telaio
L’arte del ricamo raccontata da Lucia Ioannone
Intervista a cura di Gianfranco Spitilli e Stefano Saverioni
Testo introduttivo e trascrizione di Valentina Fagnani
Cosa resta del ricamo quando lo si spoglia della nostalgia? Lucia Ioannone ripercorre una vita passata tra le sfilature del punto a giorno e il rigore del punto pieno, svelando una tecnica che impone il telaio e una solitudine necessaria per non tradire il conteggio della trama. Dalle botteghe invernali di Castelnuovo Vomano alle sfilate storiche della signora Irene, il racconto si snoda tra la manutenzione di pezzi d’epoca e la resistenza del lino, capace di superare i secoli se trattato con sapone di soda e luce solare. Il corredo emerge così come un manufatto identitario: lenzuola, tovaglie d’altare del XIX secolo e “camicine della fortuna” in bisso diventano architetture fisiche tra le generazioni. Un viaggio tecnico e umano nell’arte di abbinare il disegno alla stoffa, dove ogni punto è un gesto di pazienza calcolata e ogni restauro è il recupero di una storia che rischiava di sfilacciarsi.
Archivio Dario Fidanza fine anni Cinquanta del Novecento
Partiamo dall’inizio. Come è entrato il ricamo nella sua vita?
Mi è sempre piaciuto fin da piccola. Mi piaceva proprio. Da bambine, con la mamma, ci sono stati i primi incontri con l’ago. A Castelnuovo c’era poi una signora non sposata che passava tutto l’inverno a ricamare, Lina; noi ragazze andavamo da lei nei mesi invernali. D’estate non c’era tempo, eravamo tutte impegnate nei campi. In famiglia eravamo in tante tra sorelle e cugine; io ero la piccola e cercavo di imitare tutto. A quattordici anni, però, iniziai ad andare da una vera professionista: è stata lei a insegnarmi i punti “seri”, come il punto pieno e il punto ombra. Lì ci vuole occhio e mano ferma, non s’improvvisa.
C’è stata una figura di svolta?
Mi sono sposata giovane, a ventuno anni, e mi sono dedicata alla famiglia, ma il ricamo non l’ho mai abbandonato: ricamavo in casa tra una faccenda e l’altra. La svolta vera è stata l’incontro con la signora Irene. Per me è stata una figura eccezionale, una donna di cultura e saggezza rara che ti insegnava la vita oltre che il ricamo. Io sono nata a Teramo, a Caprafico, e mi sono trasferita a Canzano solo dopo il matrimonio, ma con lei è nato un rapporto stretto. Abbiamo iniziato a organizzare mostre insieme d’estate.
Cosa succedeva durante queste mostre a Canzano?
Preparavamo mostre sui merletti, vestiti antichi, su tutto. Erano stupende, sono stati anni faticosi ma belli davvero. La signora Irene metteva a disposizione tutto e preparavamo sfilate che erano viaggi nel tempo. Aveva una collezione incredibile: curava ogni dettaglio, dai guanti coordinati alle scarpe. Venivano le persone più importanti da Teramo per vederle.
C’erano pezzi che scendevano dalla sua famiglia e lei non buttava nulla, riparava tutto con cura. Sua cugina, poi, girava l’Italia per scovare pezzi unici: tende, tovaglie e bigiotteria. Era una professoressa in pensione, non era sposata. Spendeva il suo stipendio per salvare ricami rari, testimonianze di un’arte che stava scomparendo. Erano pezzi davvero belli, belli.
Come funziona esattamente il lavoro del ricamo?
Non so spiegarlo bene: è una passione, sicuro è un’arte di pazienza. Se non hai calma, non puoi farlo, con poco tempo si fa poco. Per un lavoro fatto bene serve il telaio, non se ne può farne a meno. Se te lo devo provare a spiegare: è sempre la stessa cosa, si tende la stoffa e si lavora con una mano sopra e una sotto; il filo deve essere tenuto corto, altrimenti quando lo sfreghi sulla tela si sfilaccia e perde lucentezza. Esistono vari modi: i punti contati, dove segui la trama, e il ricamo a disegno. Il disegno è tutto, non ti puoi inventare quasi mai niente senza disegno. Uso la carta forno o la velina per riportare poi la traccia sulla stoffa. È una cosa delicata: quando disegno o quando sfilo la stoffa per il punto a giorno devo essere da sola. Se qualcuno ti distrae rischi di tagliare il filo sbagliato e rovinare tutto. Il ricamo è un po’ complesso, se ti agiti è difficile farlo. Io non mi stufo mai, mi rilasso.
Citi spesso “il punto”: pieno, ombra, raso, rodi… Ci racconti cos’è?
L’ago che attacca con la stoffa che ricama, quello è il punto. Sono tutti diversi. Ago e filo è il punto, poi ci si lavora. Una trama che passa nella stoffa; è come se il filo diventasse parte della stoffa stessa. Se vuoi fare una rosa, usi il pieno o il raso per dare sfumatura e forma. È precisione assoluta. Ci sono il punto rodi, il punto inglese, il punto festone, il punto pieno, il punto ago… ne puoi usare tanti.
Foto di Stefano Saveroni
Sono sempre punti che devi passare alla stoffa, ma sono tutti diversi.
Oggi la tradizione del corredo esiste ancora a Canzano?
Incredibilmente sì, le nonne ci tengono moltissimo e le regalano ancora alle nipoti, almeno un pezzo. Verso maggio, per le comunioni, ricevo molte richieste: vogliono regalare un pezzo che resti per sempre. Il corredo di una volta era fatto di tanti pezzi, spesso una dozzina di asciugamani, lenzuola, camicie da notte ricamate. Oggi si fanno meno pezzi. Io conservo ancora quelle di mia suocera in lino bellissimo. Il segreto era anche il materiale: il lino dura centinaia di anni e diventa più bello col tempo. È un legame affettivo che non si spezza. I pezzi buoni di lino si tramandano, non si rovinano mai: mia figlia me ne ha presi molti, ora li ha lei.
Che ruolo ha il ricamo per i battesimi o per la chiesa?
Per i battesimi si usa ancora il “bisso di lino”, una tela per vestitini e cuffiette, sottile sottile. C’era anche la tradizione della “camicina della fortuna” in seta o lino finissimo, che serve a proteggere la pelle dei neonati dalle allergie alle fibre sintetiche. Adesso faccio anche i bavaglini, me li chiedono ancora. Per la chiesa, ho fatto spesso qualcosa, ad esempio ho restaurato tovaglie d’altare antiche. Una è in chiesa a Canzano. Il sole che entra dalle vetrate mangia il lino puro col tempo; io intervenivo ricamando fiori a punto pieno proprio sopra i buchi, recuperando pezzi che avevano anche centocinquant’anni. Molti di quei lavori originali erano stati fatti dalle suore, le massime esperte di un tempo. È un ricamo particolare quello delle Madonne, dipende tutto dalle suore: sono fatte con fili sottili doppi, costano molto. Anche adesso ci sono delle suore che ricamano.
Ricordi quando il lino si lavorava direttamente in zona?
Sì, ero piccola. Era un lavoro lunghissimo: si doveva filare e mia zia aveva il telaio in casa. Noi bambine dovevamo stare attente a non toccare nulla! Una volta il lino era grezzo, color corda. Per sbiancarlo lo si lavava col sapone fatto in casa e lo si stendeva al sole per giorni. Il sole di una volta e quel sapone naturale davano un bianco perfetto. Oggi, con lo smog e il cambiamento del clima, se lasci un panno al sole troppo a lungo rischi che ingiallisca.
Cosa provi quando finisce un ricamo?
Mi piace proprio, quando finisco un pezzo quasi quasi mi dispiace ridarglielo. Mi piace vedere la pulizia del lavoro. Certo, è faticoso e ci vuole tempo, ma la mia passione è cresciuta sempre di più. All’inizio guardavo le ricamatrici brave e mi chiedevo se sarei mai stata capace; poi, con la pratica e con le buone maestre, ti appassioni. Più fai e più ti appassioni. Anche se ho la famiglia e tante cose da fare, quando mi siedo al telaio è un momento di pace. Tutto il resto non c’è più.
Foto di Stefano Saveroni
Foto di Stefano Saveroni
Foto di Stefano Saveroni
Il canto e la mano
Sequenza fotografica di un canto di lavoro agricolo intonato da Giulio Cirone, contadino e cantore di alta competenza, realizzata da Marco Magistrali nelle campagne di Farindola in contrada Rigo (PE) nel 1994 (Archivio Magistrali, Rufina, FI). I movimenti delle mani accompagnano l’emissione della voce, coadiuvando l’atto performativo.
Elogio della pazienza
Una scultura audiovisiva di Stefano Saverioni
Testo introduttivo di Gianfranco Spitilli
Quella del ricamo è un’arte antica, tuttora esercitata in ambito domestico dalle donne. Diffusa in tutta la provincia di Teramo attraverso la presenza di alcune scuole significative per la cultura locale, la pratica del ricamo si è consolidata nel capoluogo dal 1838 tramite l’operato delle Suore della Carità. A Canzano furono le Suore di Sant’Anna, giunte in paese nel 1880, a trasmettere le più raffinate tecniche del ricamo a partire dalla scuola per l’infanzia da loro fondata e fino agli anni Cinquanta. L’opera educativa avviata dalle suore fu continuata nella prima parte del XX secolo da Concetta Marinelli e da altre abili ricamatrici canzanesi, di umili origini e tutte residenti nel centro storico. Con l’istituzione della scuola post-elementare nel 1958 l’arte del ricamo e il suo insegnamento sono stati ereditati e instancabilmente trasmessi dalla maestra Editta Serpente e, a partire dal 1989, dall’Associazione Ars et Labor da lei stessa fondata. La lunga vicenda che intreccia Canzano alla storia del ricamo unisce in una stessa e inseparabile trama i momenti più significativi dell’esistenza individuale e del vivere sociale alle produzioni di tessuti ricamati, dalle nascite ai funerali, dalle comunioni, ai matrimoni e alle ricorrenze religiose, celebrate con il prezioso abito processionale della Madonna dell’Alno o con le vesti devozionali di ringraziamento a Sant’Anna indossate dalle famiglie “per grazia ricevuta”. La scultura audiovisiva Elogio della pazienza, esposta all’interno della mostra Canzano si racconta. Documenti, storie e immagini delle famiglie di Canzano dal XVII secolo (17 maggio-18 settembre 2014, Palazzo De Berardinis, Canzano, TE), con Lucia Ioannone, Maria Felpa, Editta Serpente, Rina Di Ferdinando, Alessandra Di Gregorio, scaturisce da una ricerca sul campo condotta presso le abitazioni delle ricamatrici di Canzano da Gianfranco Spitilli e Stefano Saverioni. Le immagini e i suoni mostrano il gesto ciclico e riflessivo del ricamo, che si traduce di volta in volta in trame multiformi e cangianti; una “scrittura” al femminile, svolta nello spazio protetto e silenzioso delle proprie case, misura paziente di una vocazione espressiva fondata sull’intimità e sul raccoglimento.
Foto di michelangelo antonioni
Credits
Ideazione: Valentina Fagnani, Stefano Saverioni, Gianfranco Spitilli
PROGETTO GRAFICO: STEFANO SAVERIONI, GIANFRANCO SPITILLI
Coordinamento Editoriale: Gianfranco Spitilli
GESTIONE INFORMATICA:PANSPEECH
Editore: Bambun APS
Nell'immagine di copertina e dei crediti le mani della contadina Laura Salvi ritratte da Stefano Saverioni, Sciusciano, 2003.
MAGICH – Magazine sul patrimonio immateriale del Gran Sasso e monti della Laga – è uno spazio pensato per esplorare particolari aspetti del patrimonio culturale immateriale del Gran Sasso e dei Monti della Laga e dei documenti custoditi nell’archivio digitale, attraverso un approccio narrativo e visivo.
A partire da un concetto cardine, ogni numero del Magazine è organizzato in quattro sezioni: Fondamenta, dedicata all’articolo tematico di approfondimento; Voci, in cui trova posto una testimonianza viva e diretta di un protagonista, in forma di intervista; Tracce, dove si mostra il lato percettivo, poetico e iconico, di natura sensibile dei contenuti documentali; Connessioni, che collega il tema centrale al presente, attraverso forme variabili di restituzione.
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