
#9 CAMMINI
Si cammina in piedi e, a volte, in ginocchio, per raggiungere il cielo.
Passo dopo passo, un piede davanti all’altro, esplorando la natura o portando il proprio canto di soglia in soglia, nei vicoli e nelle piazze, per ristorare i defunti o per incarnare le voci della Passione, il cammino è una forma del pensiero, che dà senso allo spazio e trasforma la fatica in contemplazione e in preghiera.
Foto di Gianni Chiarini
INDICE
di Valentina Fagnani
Intervista a cura di Gianfranco Spitilli
Il cammino della penitenza
La Scala Santa di Campli come simbolo di ascesa spirituale
di Valentina Fagnani
Dietro un austero portale in pietra, lavorato a punta di diamante, si cela un sentiero segreto che conduce al cielo. Siamo a Campli, antico Feudo Farnesiano adagiato sulle colline teramane: dalle sue mura si può ammirare la catena montuosa che cinge lo sguardo di chi vi arriva; in lontananza, il luccichio del mare Adriatico. La Scala Santa camplese è molto più che una struttura architettonica: è un luogo di intensa venerazione che riproduce simbolicamente la scala salita da Gesù dinanzi a Ponzio Pilato. I fedeli affrontano i ventotto gradini di legno di ulivo in ginocchio, compiendo un’azione di umiltà e sottomissione ispirata pertanto al sacrificio di Cristo. Questo gesto, emblema tangibile di devozione, permette ai pellegrini di avvicinarsi alla spiritualità in modo profondo e autentico. Salire i gradini in ginocchio ha una duplice valenza: da un lato, è una manifestazione concreta della propria fede; dall’altro, rappresenta una forma di penitenza, un sacrificio che impegna il corpo e la mente. Nella tradizione cattolica, ciò rappresenta uno degli aspetti più importanti della vita religiosa: è un’opera di contrizione, un impegno a riconoscere i propri errori e a cercare il perdono. Ogni gradino disegna una tappa della Passione di Cristo, una forma di spiritualità incarnata in cui l’atto fisico della salita si intreccia con il cammino interiore della conversione.
Questo monumento sacro è una delle poche Scale Sante riconosciute dalla Chiesa cattolica al di fuori di Roma: costruita a partire dal 1772 in seguito alla concessione papale ai fedeli della possibilità di ottenere un’indulgenza plenaria percorrendola in ginocchio, si trova all’interno del Santuario della Scala Santa, adiacente alla chiesa medievale di San Paolo, da poco riaperta in seguito ad una ristrutturazione. Al termine della Scala si trova una piccola cappella, il Sancta Sanctorum, che custodisce reliquie sacre e un altare. È proprio dinanzi alle reliquie che incontro Fabrizio Di Sabatino in una piovosa giornata di ottobre: è un uomo gentile del posto, per tanti anni ha guidato gruppi di fedeli in quello che è uno dei luoghi spirituali più storici del paese.
Archivio Nazzareno Sorgi, 1963
Archivio Campli Fotografie, 1951
La sua accoglienza procede di pari passo con l’accuratezza con cui si immerge sin da subito nel raccontarmi preziosi dettagli camplesi, innanzitutto riguardanti l’intento di costruzione, legato al donare all’allora cittadina camplese un rinnovato fare economico e sociale, in seguito ad un momento storico non tra i più floridi conosciuti sino ad allora. Ricordiamo che la Scala Santa di Campli prese forma durante l’Illuminismo, un periodo in cui la ragione, la scienza e il pensiero critico rivoluzionavano l’Europa, portando a una nuova comprensione dell’individuo e della società. In questo contesto, la sua costruzione riflette il desiderio di mantenere vivo lo spirito religioso e l’esperienza devozionale collettiva in un’epoca in cui fede e razionalità sembravano contrapporsi. Simbolo di redenzione e di accesso al sacro, la Scala Santa rappresenta il tentativo di integrare il bisogno di spiritualità con l’esigenza illuminista di rinnovare le forme della religiosità, offrendo uno spazio dove penitenza e perdono divenissero un’esperienza diretta, quasi tangibile.
Niccola Palma, storico e presbitero camplese, ne documenta l’origine, come mi ricorda attentamente Fabrizio: istituito grazie agli sforzi dell’avvocato Giampalma Palma, priore della Confraternita delle Sante Stimmate di San Francesco d’Assisi, con il sostegno del cardinale Andrea Corsini, ottenne da Papa Clemente XIV un breve apostolico, emesso nel 1772, che assegnava alla Scala Santa di Campli il privilegio dell’Indulgenza plenaria, simile a quello della Scala Santa di Roma. Il breve pontificio indicava il luogo di costruzione e stabiliva che le indulgenze fossero concesse in specifici giorni dell’anno, decisi da Monsignor De Dominicis. Successivamente, su richiesta della comunità, Papa Pio VI ampliò le date delle indulgenze e, nel 2001, come ben raccontatomi da Di Sabatino, Papa Giovanni Paolo II le estese ulteriormente, includendo tutti i venerdì di Quaresima. Benedetta a maggio 1776, è stata recentemente chiusa per alcuni decenni e riaperta al culto nel 1995 in seguito ad un minuzioso restauro. L’indulgenza plenaria è oltremodo ricercata dai pellegrini soprattutto in momenti particolari dell’anno liturgico, come durante la Settimana Santa; oltre alla devozione personale, è associata a vari eventi religiosi locali e a celebrazioni solenni, che la rendono un sentito centro di spiritualità.
La Scala Santa di Campli non è soltanto un luogo di penitenza e raccoglimento; è anche un simbolo di resilienza storica e comunitaria. Nel corso dei secoli, questo luogo ha attraversato momenti di splendore e periodi di oblio, adattandosi alle trasformazioni del contesto sociale e religioso. È sorprendente pensare a come questa struttura, eretta in un’epoca di forti cambiamenti culturali, abbia continuato a parlare al cuore dei fedeli fino ai giorni nostri. Importante sottolineare il ruolo delle confraternite locali che, soprattutto nei secoli XVIII e XIX, si impegnarono attivamente per mantenere viva la tradizione delle indulgenze, non limitandosi a promuovere le celebrazioni liturgiche, ma occupandosi anche della cura della struttura, preservando l’integrità dei gradini e garantendo che la devozione trovasse sempre una cornice dignitosa.
Oggi, la Scala Santa di Campli è anche un esempio concreto di come il patrimonio religioso possa essere rivalutato come risorsa culturale: i restauri effettuati negli anni Novanta del Novecento non solo hanno restituito splendore alla struttura, ma hanno anche permesso di avvicinare nuovi visitatori al suo significato. Ogni anno, infatti, pellegrini e turisti si ritrovano qui non solo per compiere il rito penitenziale, ma anche per esplorare il borgo, i suoi vicoli suggestivi e le tradizioni che animano la comunità camplese. Per molti, questa salita rappresenta un ritorno all’essenziale, un’occasione per lasciare da parte le preoccupazioni quotidiane e ritrovare il senso profondo di una spiritualità che parla all’anima. Ed è forse questo il segreto della sua longevità: la capacità di unire memoria, fede e bellezza in un’esperienza che trascende i confini del tempo.
Foto di Valentina Fagnani
Le voci del Venerdì Santo
Canto e comunità nell’esperienza di Elena Maria Cruciani
Intervista a cura di Gianfranco Spitilli
Testo introduttivo e trascrizione di Valentina Fagnani
Elena Maria Cruciani ripercorre la sua vita a Villa Petto tra lavoro contadino, racconti familiari e il ruolo centrale della processione del Venerdì Santo. Cresciuta in un contesto in cui le donne reggevano le famiglie e la comunità si riconosceva nei riti religiosi, racconta una tradizione fatta di voci, ruoli e disciplina collettiva. Dalla figura del padre, lavoratore instancabile e cantore capace di improvvisare stornelli, fino alla sua esperienza come guida della processione, emerge un sapere trasmesso oralmente, costruito sull’ascolto e sull’imitazione. La processione diventa un luogo di formazione e appartenenza: un sistema complesso di ruoli vocali, gerarchie e relazioni affettive. Il racconto attraversa la guerra, la vita rurale, le feste di paese e le trasformazioni sociali, fino alla responsabilità di tenere viva una tradizione che rischiava di interrompersi. Tra prove, scelte e mediazioni con le ragazze del paese, Elena descrive il suo metodo: un equilibrio tra autorità e affetto.
Foto di Stefano Saverioni
Partiamo dall’inizio. Raccontaci di te.
Sono Elena Maria Cruciani, nata a Villa Petto di Colledara, il nove gennaio del 1956, e ci sono sempre rimasta.
E la tua famiglia che faceva a Villa Petto?
La mia famiglia era una famiglia semplice: mio padre lavorava con le ditte, faceva il manovale, però prima non si diceva operaio, si diceva proprio manovale. Ha lavorato pure fuori, lavorava con le grosse imprese, è stato a Genova, a Firenze. Mi diceva sempre che lavorava tredici, quattordici ore al giorno per non farsi mandare via. Era uno che ci teneva al lavoro. Rimandava i soldi a casa, quando tornava li riportava lui. E da ragazzo, prima ancora, faceva il contadino: già a tredici anni andava a mietere. Era forte, era un uomo forte, anche se non era grande di corporatura. Si chiamava Francesco.
Che figura era tuo padre?
Mio padre era conosciuto da tutti. Era un uomo allegro, ma anche molto serio quando c’era da lavorare. Cantava sempre, dappertutto, cantava di tutto, dal Sant’Antonio, ai matrimoni, nelle piazze, organizzava il Carnevale. Non sapeva suonare, però cantava e inventava pure, faceva le serenate alle ragazze, gli stornelli, li inventava lì per lì. Allora ci stava la fame, per esempio a Villa Petto ci stava uno che lavorava su al Comune, che faceva parte anche del Comitato della processione, e papà in occasione del Sant’Antonio entrò in questa casa cantando “la buonasera io la do a tutti, ma all’assessore per prima di tutto”, e quello era un fanatico e non si sa quanta roba gli diede da mangiare! Era così, era un uomo semplice, aveva questo modo di fare. Se oggi vai nei paesi vicini e trovi una persona anziana e gli dici che sono la figlia di Francesco, se lo ricordano ancora. Io ho ripreso da lui, mia madre era più musona.
Tuo padre ha vissuto anche la guerra, giusto?
Sì, lui è stato in Grecia. Lì è successo che durante la ritirata gli si sono congelate le gambe, non riusciva più a camminare. I compagni non potevano portarlo perché rischiavano tutti, e lui stesso disse a tutti di lasciarlo lì. Un compagno di Isola del Gran Sasso gli voleva lasciare una pistola: lui non la volle, perché disse che in un momento di disperazione poteva usarla contro se stesso. Questo me lo raccontava sempre. Poi lo trovarono delle ragazze greche che andarono a lavare al fiume, lo portarono a casa e lo nascosero, una si chiamava Elena come me, io mi chiamo Elena per questo. Quando arrivarono i tedeschi dissero che non c’era nessuno, lo nascosero sotto un letto in mezzo alla paglia: è lì che si salvò, per miracolo. Dopo però gli diedero una medicina sbagliata e andò in coma: è stato quaranta giorni così, lo curarono e poi è rinvenuto, ma c’è voluto più di un anno per riprendersi, perché le gambe non gli funzionavano. A casa lo credevano morto, era stato dichiarato disperso in guerra; mia nonna si vestì di nero. Quando è tornato al paese è stata una scena da raccontare: tutta la gente alla fontana, quando arrivò, mia nonna che correva scalza, si tolse il fazzolo dalla testa…lui lo raccontava sempre, fu una cosa grossa. Ma lui cantava sempre, pure sotto le armi, ovunque.
Invece tua mamma?
Mia mamma abitava in collina, però era sempre di Villa Petto. Mi raccontava che scendeva a piedi al fiume a lavare. Scendere era facile, ma poi doveva risalire con i panni bagnati…era faticoso. Poi a diciassette anni si trasferì giù in paese, perché mio nonno comprò una casa.
Erano soprattutto le ragazze del paese che cantavano? O pure quelle delle colline vicine?
Foto di Gianfranco Spitilli
Si, erano soprattutto quelle del paese, ma c’era qualcuno anche delle contrade vicine, ad esempio Pizzicato. Nessuno veniva escluso se sapeva cantare però i ruoli principali erano pochi: ventiquattro ragazze, sette Spade, Madonna, Veronica e Maddalena, il Calvario…
La processione del Venerdì Santo quando entra nella tua vita? Che cos’era per voi la processione?
Da piccola. Io ho cominciato con le parti piccole, la Giunta, poi la Piangente per tanti anni, ho pure delle foto, poi la Spada, poi la Piaga…e soprattutto il Calvario. Eravamo in tre, e si cantava a due voci, alto e basso: non è facile, devi prendere la nota giusta e non sbagliare più. Io ho cantato fino a quando mi sono sposata, a venticinque anni. Quella del Venerdì Santo è la festa più importante a Villa Petto: se ti dovevi mettere un vestito nuovo non lo mettevi il giorno di Pasqua, ma il Venerdì Santo. Io facevo così anche con i miei figli, mi ricordo ancora quando, da piccoli, gli mettevo il doppio petto e la cravatta il giorno della processione. È una cosa sentita, si acquista in famiglia, da quando si è piccoli.
C’erano regole precise? Qual era il ruolo più importante?
Non c’erano regole riferite all’aspetto fisico, ad esempio. Contava soprattutto la voce. Se una sapeva cantare, cantava. Dovevi essere intonata. Le prove erano serie, non si poteva ridere. Chi guidava decideva i ruoli e correggeva subito gli errori.
A un certo punto diventi guida della processione. Come succede? In cosa consisteva il tuo ruolo?
Per caso, sono l’unica donna che ha preso in mano questa organizzazione. Un anno mancava chi guidava; mentre allattavo uno dei miei due figli, mi chiamarono. Andai in chiesa e iniziai a organizzare; da lì non ho più smesso. Facevo provare le ragazze, assegnavo i ruoli, insegnavo i canti. Era una responsabilità grande e dovevo anche mediare: tenere unite le ragazze, non farle litigare, incoraggiarle.
Le facevo cantare. Le ragazze mi si affezionarono molto, gli davo un consiglio, le aiutavo a studiare, per loro ero una persona grande di cui fidarsi, e io le ho portate in giro quando avevano dodici, tredici anni.
Che metodo usavi con loro? Questo legame continua nel tempo?
Molto basato sull’affetto. Cercavo di non perdere nessuna, anche quando si offendevano. A volte dovevi dire una parola in più, o anche una piccola bugia, per farle restare. Si creava un legame forte. Non è stato sempre facile tenerle unite, ci voleva il giusto modo. Se una si offende e se ne va, perdi una voce. E allora devi trovare il modo di parlarci, di convincerla. Ovviamente seguivo quello che piaceva a me, secondo i miei gusti. Loro si fidavano. Dopo molti anni ho iniziato anche io a chiedere a loro consigli. Sono diventata un’amica. Anche dopo anni, quando si sposano o cambiano vita, restano legate. Se serve, tornano ad aiutare. La processione è una cosa che ti resta dentro per sempre.
Qual è il ruolo più importante? I canti sono cambiati nel tempo?
Sicuramente la Madonna. La mamma di Gesù, un ruolo importante, emozionava tutti. Doveva cantare in modo doloroso, coinvolgente, cercava il Figlio, si doveva immedesimare. Mia cugina Ivana, ad esempio, si immedesimava tantissimo nella parte. Era una bella ragazza, coi capelli lunghi, si metteva i nastrini legati, ci dormiva la notte e il giorno dopo aveva dei boccoli bellissimi. Ci teneva tantissimo, iniziava a cantare piano piano poi alzava la voce e tremava la piazza, quando era fatta bene in piazza non si muoveva una mosca. I canti principali sono rimasti. Si tramandano a memoria, non avevamo testi. Però qualcosa si è perso, soprattutto nel modo di cantarli. L’aria di una volta era diversa.
Ma le famiglie anche aiutavano a preparare la ragazza?
No, le famiglie no. Per le famiglie era una cosa importante il Venerdì Santo, però non aiutavano le ragazze, facevano ognuna per sé. Io sapevo che dovevo fare
Foto di Gianfranco Spitilli
Foto di Stefano Saverioni
la Spada, sapevo che mi dovevo procurare un crocifisso da mettere addosso e una cinta bianca da mettere in vita; non ci si poteva truccare però i capelli li lavavi, facevamo quello che potevamo fare; adesso è diverso.
C’è un episodio che ti è rimasto particolarmente impresso in questi anni?
Sì, nel 2009. Quell’anno la processione non si fece, ci fu il terremoto a L’Aquila e non c’era agibilità per andare in chiesa, è stato l’unico anno che non si è fatta la processione, dopo tutti questi anni. Io un po’ di tempo prima avevo anche sognato che mi ero svegliata la mattina di Pasqua mentre squillavano le campane a festa e non avevo fatto la processione, mi sembrava impossibile che non l’avevo fatta, mi venne un’ansia tremenda, era prima che succedesse davvero. È stato un colpo forte non farla, perché ci tengo molto a questa processione, mi sento addosso una responsabilità grande, un peso, le persone ci tengono molto.
La Dijesilla
La Dijesilla eseguita da Giannina Malaspina e Marino Ciprietti è un adattamento del Dies Iræ, sequenza in lingua latina attribuita, non unanimemente, al francescano Tommaso da Celano (1190 ca.-1260 ca.) e lirica religiosa fra le più note della liturgia cristiana. Era cantata o recitata in forma questuante, attraverso lunghi cammini a piedi o con mezzi di fortuna verso le case sparse e le contrade rurali, per suffragare le anime dei defunti delle abitazioni visitate. Questo brano – e la fotografia che l’accompagna – è stato documentato da Domenico Di Virgilio nel 1993, durante uno degli ultimi itinerari compiuti dalla coppia di diasillari nell’area di Farindola (PE), alle pendici meridionali del Gran Sasso. Il materiale è oggi consultabile presso l’Abruzzo Digital Archive.

La Valle delle Abbazie
Un documentario di Stefano Saverioni
Testo introduttivo di Gianfranco Spitilli
Girato tra il Gran Sasso e l’Adriatico da Stefano Saverioni, con le musiche originali di Luigi Candelori, La Valle delle Abbazie (2015) è un ritratto lirico di un territorio e insieme un’osservazione attenta dei suoi elementi costitutivi, anche minimali o apparentemente secondari. Il tragitto cinematografico segue, dall’alba al tramonto, la vita del paesaggio che comprende i corsi dei fiumi Vomano e Mavone e i grandi edifici romanici delle colline teramane – Santa Maria di Ronzano, San Salvatore di Canzano, San Clemente al Vomano, Santa Maria di Propezzano, San Giovanni ad Insulam. Ne coglie non solo la pietra e la nobiltà delle strutture, con gli affreschi e i decori, ma la vita reale che vi si raccoglie fuori e dentro: le feste, i canti, i rituali e i gesti devozionali, con i volti di chi abita questi luoghi e li rende ogni giorno animati. Cofinanziato dalla Regione Abruzzo e poi confluito nel dvd Una Valle di fede e cultura, curato con Gianfranco Spitilli, il documentario restituisce in forma poetica, attraverso immagini e suoni, il patrimonio naturale e culturale della valle come un paesaggio insieme fisico e spirituale, in cui la storia lunga delle abbazie continua a farsi presente.
A questa restituzione per immagini corrisponde, sul terreno, un cammino. Nato nel 2013 da un progetto dell’Unione dei Comuni “Colline del Medio Vomano” e di ITACA ETS, il Cammino della Valle delle Abbazie ricuce in un unico itinerario ciò che i secoli avevano lasciato disperso: monasteri un tempo autonomi, legati a comunità diverse e raramente pensati come tappe di uno stesso percorso. Ripercorrendo porzioni di antiche vie di pellegrinaggio, il Cammino collega il Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, ai piedi del Gran Sasso, alle colline che digradano verso il mare, restituendo agli edifici sacri la loro funzione originaria di luoghi di sosta e di passaggio.
Parte integrante del network Cammini d’Europa, inserito nella rete regionale e nazionale dei cammini, è oggi percorso a piedi, in bicicletta e a cavallo da chi cerca un turismo lento. È l’esempio di una salvaguardia che non congela il passato ma lo rimette in movimento: il documentario ne fissa la memoria sensibile, il cammino ne riattiva il corpo tangibile, trasformando un patrimonio a rischio di abbandono in un’esperienza viva, condivisa, di nuovo percorsa.
Foto di Gianfranco Spitilli
Credits
Ideazione: Valentina Fagnani, Stefano Saverioni, Gianfranco Spitilli
PROGETTO GRAFICO: STEFANO SAVERIONI, GIANFRANCO SPITILLI
Coordinamento Editoriale: Gianfranco Spitilli
GESTIONE INFORMATICA: PANSPEECH
Editore: Bambun APS
Nell'immagine di copertina la processione della Madonna di Sciusciano, 10 aprile 2016; foto di Stefano Saverioni. Nell'immagine dei credits, la Madonna di Villa Petto, 25 marzo 2005; foto di Gianfranco Spitilli.
MAGICH – Magazine sul patrimonio immateriale del Gran Sasso e monti della Laga – è uno spazio pensato per esplorare particolari aspetti del patrimonio culturale immateriale del Gran Sasso e dei Monti della Laga e dei documenti custoditi nell’archivio digitale, attraverso un approccio narrativo e visivo.
A partire da un concetto cardine, ogni numero del Magazine è organizzato in quattro sezioni: Fondamenta, dedicata all’articolo tematico di approfondimento; Voci, in cui trova posto una testimonianza viva e diretta di un protagonista, in forma di intervista; Tracce, dove si mostra il lato percettivo, poetico e iconico, di natura sensibile dei contenuti documentali; Connessioni, che collega il tema centrale al presente, attraverso forme variabili di restituzione.
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