Saperi tecnici e artigianali
La pasta “rullata”
La preparazione delle stróngole a San Pietro
Preparate in prevalenza nel periodo invernale, in occasione del Carnevale o delle festività più importanti, le stróngole, chiamate li strónghëlë nel dialetto locale, sono una pasta lunga e dalla densa consistenza, a sezione larga e spessa, ottenuta da un impasto lavorato con gesti energici e sapienti del polso. Conosciuta in tutta la Valle Siciliana, a San Pietro di Isola del Gran Sasso è una pietanza tramandata in ogni casa del paese; Maria Scalone, con movimenti ritmici e coordinati delle mani sul mattarello, trasforma il panetto di massa in una sfoglia circolare simile a un velluto, segno tangibile di una maestria che viene da lontano.
“Stróngolə, s. f. pl. – Specie di maccheroni fatti a mano, sodi e rullati in forma di grossi spaghetti. Il nome risponde al gr. στρογγύλος (strongýlos), tondo, cilindrico”.
Giuseppe Savini, 1881
Le stróngole (ostrongələ) sono un tipo di pasta fatta a mano, simile a maccherone di grande formato, caratteristiche della tradizione culinaria della Valle Siciliana, particolarmente diffuse nel territorio di Isola del Gran Sasso e di Tossicia. Chiamate nel dialetto locale li strónghëlë, sono citate e descritte nel fondamentale lavoro di Giuseppe Savini del 1881, La grammatica ed il lessico del dialetto teramano, in cui l’insigne linguista e filologo teramano ne riconduce il nome alla loro forma cilindrica e arrotondata, derivandolo dal greco στρογγύλος (strongýlos), “rotondo”, transitato poi attraverso la forma latina strongylus.
Savini sottolinea come il nome stesso del piatto ne rappresenti la forma fisica, e lo cataloga non solo in termini di alimento ma quale elemento distintivo del patrimonio linguistico e culturale dell’Abruzzo teramano. Un altro aspetto rilevante della descrizione di Savini è il riferimento alla tecnica di lavorazione manuale necessaria per ottenere questi “grossi spaghetti”, differenziandoli dalle paste più comuni o “trafilate” dell’epoca: l’impasto era “rullato” passandolo con forza sulla spianatoia sotto il palmo della mano per acquisire infine una sezione circolare e una forma piena, come precisa ulteriormente quando illustra la preparazione delle altre paste realizzate manualmente. È proprio la specifica azione della “rullata”, dunque, a distinguere le stróngole dai maccheroni alla chitarra, che vengono invece “tagliati” dalle corde.
A San Pietro di Isola del Gran Sasso questa pasta tipica è nota in ogni casa; veniva preparata tradizionalmente a Carnevale o nelle feste più importanti, in genere nel periodo invernale. L’uso delle uova nell’impasto ne faceva una pietanza d’occasione, in base alle disponibilità della famiglia; in tempi di povertà, ricorda Maria Scalone, le uova erano merce di scambio per acquisire il prezioso sale, e solo raramente potevano essere utilizzate per fare la pasta o altre preparazioni alimentari. In perfetta rispondenza con quanto esposto da Giuseppe Savini alla fine del XIX secolo, le stróngole di Maria hanno una struttura compatta e una consistenza soda, scaturite dalla miscela di ingredienti – farina, uova e sale – e dalla lavorazione energica della massa tramite l’uso della parte inferiore del palmo della mano, in prossimità del polso, che schiaccia ripetutamente l’impasto fino a portarlo alla densità desiderata.
Dopo un breve tempo di riposo, il panetto viene steso esercitando pressione con il mattarello sulla spianatoia; quando ha raggiunto una sufficiente estensione e un adeguato spessore, inizia la fase più complessa della lavorazione: avvolta attorno al mattarello, la sfoglia viene schiacciata e distesa al contempo con movimenti ritmici delle mani, che si allargano e stringono attorno all’asse dello strumento come sul battente di un telaio, per arrivare a ottenere una superficie ampia e circolare, abbastanza sottile ma robusta al tatto, arrotolata a partire da due capi fino a formare un doppio rotolo congiunto, tagliato infine in strisce sottili con il coltello.
Esempio di cucina legata alla tradizione pastorale e contadina del Gran Sasso rurale, le stróngole sono spesso condite con saporiti sughi di carne, identificate tuttora come “il piatto della domenica” o della festa anche se nel tempo se ne è persa la rigida distinzione dalla cucina più povera dei giorni feriali, espressione emblematica dell’ingegno contadino che trasforma ingredienti semplici in una pasta dalla consistenza unica.
Le stróngole di Carnevale
Teramo, 5 maggio 2024.
Registrazione di Gianfranco Spitilli
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La pasta “rullata”
Il taglio
Foto di Gianfranco Spitilli,
Teramo, 5 maggio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La pasta “rullata”
La lavorazione della massa
Foto di Gianfranco Spitilli,
Teramo, 5 maggio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La pasta “rullata”
Il panetto
Foto di Gianfranco Spitilli,
Teramo, 5 maggio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La pasta “rullata”
La stesura
Foto di Gianfranco Spitilli,
Teramo, 5 maggio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La pasta “rullata”
Le stróngole
Foto di Gianfranco Spitilli,
Teramo, 5 maggio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La preparazione delle stróngole
Teramo, 5 maggio 2024.
Riprese di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La preparazione delle stróngole è oggi diffusa in tutta la Valle Siciliana, particolarmente nei territori dei comuni di Isola del Gran Sasso e di Tossicia, soprattutto nelle frazioni, in ambito domestico ma anche in quello della ristorazione locale. Nelle case è preparata diffusamente lungo tutto l’arco dell’anno, la domenica o nelle festività più importanti; non ha perso, pertanto, la connotazione peculiare di pietanza festiva, sebbene la sua consumazione avvenga con maggiore frequenza che in passato, quando la ristrettezza di beni di prima necessità ne limitava la produzione a poche circoscritte occasioni. A San Pietro di Isola del Gran Sasso, in particolare, le stróngole sono cucinate in quasi tutte le case del paese, nelle circostanze più diversificate, e la ricetta continua ad essere tramandata attraverso le generazioni. Maria Scalone, ad esempio, ne ha trasmesso le tecniche di preparazione al figlio Romano Fagnani, che oggi la aiuta nei passaggi più faticosi come la realizzazione dell’impasto “rullato” con la base del palmo della mano.
Non esistono al momento percorsi strutturati di salvaguardia dei saperi e delle tecniche di preparazione delle stróngole, anche se questo tipo di pasta appartenente alla tradizione locale è di frequente disponibile presso i numerosi ristoranti della zona, o è presente all’interno di percorsi museali dedicati alla cultura materiale del territorio come il Museo delle Genti del Gran Sasso di Tossicia, dove sono documentate quale elemento cardine della dieta pastorale. Per iniziativa di alcuni studiosi appassionati di gastronomia come Rino Faranda, ad esempio, le stróngole sono menzionate e valorizzate all’interno di pubblicazioni sulla cucina teramana, in particolare della Valle Siciliana, dove vengono definite dalle testimonianze delle anziane “la pasta del coraggio”, per la forza richiesta nel “rullare” l’impasto sulla spianatoia fino a ottenere cordoncini lunghi e spessi.




