Riti e pratiche sociali

La “Regina dei monti”

La festa di Santa Colomba a Pretara

Il primo di settembre, all’alba, dalla Piana del Fiume i pellegrini cominciano la lunga salita verso l’eremo di Santa Colomba, sospeso a 1.234 metri alle pendici del Monte Infornace. Il sentiero attraversa una faggeta umida e ripida, custode dei segni visibili della devozione umana e di manifestazioni ritenute sovrannaturali, come le impronte miracolose della santa sulle rocce che costeggiano il tragitto. Fra i suoni ritmici e cadenzati dei tamurrë e i canti intonati dalle donne, l’effige di Santa Colomba è portata in corteo fra i boschi attorno all’eremo, mentre i fedeli ne cercando protezione e conforto nella nicchia dell’altare.
“Inoltre facciamo e ordiniamo che qualsiasi persona che volesse portare le pecore al pascolo in montagna, le deve portare attraverso la strada del Vado di Corno, oppure attraverso la strada di Santa Colomba”.
Statuti di Isola del Gran Sasso, 18 giugno 1419
La festa di Santa Colomba, celebrata ogni anno il primo di settembre presso l’omonimo eremo, posto a 1.234 metri di quota sulle pendici del Monte Infornace, nel versante settentrionale del Gran Sasso d’Italia, costituisce uno dei culti pellegrinali di più antica origine dell’area montana della provincia di Teramo, tenacemente conservato grazie alla particolare devozione tributata alla santa dalla popolazione di Pretara. Sorella di San Berardo – vescovo di Teramo dal 1116 al 1122 e oggi patrono della città –, figlia dei Conti di Pagliara che dal IX al XIV secolo dominarono la Valle Siciliana, la santa eremita si ritirò giovanissima sui versanti settentrionali del massiccio nei primi anni del XII secolo, dove sarebbe morta, secondo la tradizione locale, nel gennaio del 1116. Le sue reliquie, custodite per quasi cinque secoli nell’eremo, furono traslate nel 1596 nella chiesa di Santa Lucia, posta nei pressi di Isola del Gran Sasso lungo la strada che dal capoluogo sale verso la frazione di Pretara, dove sono tuttora conservate.
La statua processionale in cera, collocata in passato nella stessa chiesa, fu invece trasferita nel 1955 nella nuova parrocchiale di San Donato a Pretara, dopo turbolenti contrasti che richiesero l’intervento della prefettura e delle forze di polizia per sedare quella che le cronache dell’epoca ricordano come una vera rivolta popolare. La memoria di questo conflitto rivela la profondità dell’appropriazione comunitaria di Santa Colomba da parte della frazione di Pretara, e si riverbera ancora oggi nelle gerarchie devozionali interne, dove la santa eremita prevale, nel sentire dei pretaresi, perfino sul ben più prossimo e celebrato santuario di San Gabriele dell’Addolorata, fulcro del cattolicesimo organizzato della valle.

Il pellegrinaggio si articola lungo un itinerario rituale di circa un’ora di cammino, che parte dalla Piana del Fiume e risale attraverso la faggeta lungo tre colletti progressivi – il primo colle, il Colle della Crocetta (contrassegnato da una croce di legno posta dagli abitanti di Pretara) e il Prato – prima di sbucare sulla radura panoramica dove sorge la piccola chiesa rupestre. Lungo il percorso, i fedeli si fermano nei luoghi dove la tradizione vuole che la santa abbia sostato in vita lasciando impressi i segni anatomici del suo passaggio, in seguito connotati da una sacralizzazione che ne riconosce i particolari effetti taumaturgici: la pietra del sedile, una roccia con una concavità antropomorfa, dove ci si appoggia per il “bene delle ossa”; la pietra della mano, un incavo a morfologia digitata attribuito alla sua impronta; i gradini di Santa Colomba, un segno petroglifico di antica origine, forse di epoca neolitica, attraversato da una serie di incisioni parallele interpretate dai fedeli anche come i denti del pettine con cui la santa avrebbe ravvivato la propria “folta capigliatura”.

La giornata è segnata dal racconto reiterato della leggenda fondante della santità di Colomba: nel gennaio del 1116, ricevendo in visita il fratello Berardo che le chiedeva consiglio sull’accettazione del vescovado di Teramo e non avendo altro da offrirgli per il pranzo, la santa eremita avrebbe fatto fiorire e fruttificare in pieno inverno un ciliegio presso l’eremo, spirando la notte stessa.

Il momento centrale della pratica devozionale si svolge all’interno della piccola chiesa, dove sul lato sinistro dell’altare si apre un’angusta nicchia – secondo la tradizione il giaciglio o il loculo che ospitò per secoli i resti mortali della santa – nella quale i pellegrini introducono progressivamente il capo, e talvolta le braccia, con finalità protettive e terapeutiche legate alla cura del mal di testa e delle cefalee. Nella stessa nicchia i fedeli lasciano oggetti minuti: fermagli, forcine per capelli, coroncine del rosario, lumini, monete, segni materiali di una richiesta personale rivolta alla santa e di una volontà di contatto permanente con la sua benevolenza. L’azione cerimoniale, interpretabile nei termini di una pratica di litoterapia per inclusione corporea in uno spazio sacralizzato dalla prossimità delle reliquie, è attestata in forme similari in pochi altri luoghi dell’Italia centrale quali, ad esempio, la grotta di San Michele Arcangelo di Colli di Monte Bove (Carsoli) e, soprattutto, l’eremo di San Venanzio a Raiano, dove gli studi di Giovanni Pansa e di Annabella Rossi hanno documentato lo strofinamento rituale dei pellegrini sulle rocce che la tradizione orale individua come giaciglio e come impronte della presenza terrena del santo.

Conclusa la messa, ha luogo la breve processione attorno all’eremo, aperta dalla formazione strumentale de Li tamurrë di Pretara. Sulla strada del ritorno, i fedeli raccolgono lungo il sentiero la “crocetta di Santa Colomba”: un piccolo rametto giovane di abete bianco, la cui caratteristica disposizione delle foglie aghiformi produce una sagoma marcatamente cruciforme, portato a casa come simbolo protettivo, o donato a una persona cara secondo una formula essenzialmente affettiva di trasmissione delle proprietà taumaturgiche della santa.

E tu Colomba aiutaci

Gruppo di fedeli, voci.

Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013.
Registrazione di Stefano Saverioni,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Ascolta il brano

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La “Regina dei monti”
Santa Colomba
Particolare della statua processionale di Santa Colomba, ritratta come una giovane donna dai lunghi capelli castani, occhi azzurri e aureola dorata.

Foto di Stefano Saverioni,
Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La “Regina dei monti”
Processione in sosta
Il parroco guida i fedeli nelle preghiere durante le tappe della processione: sulla statua della santa si notano le offerte in denaro, appuntate sulle numerose coroncine di rosario poste sul simulacro dai devoti.

Foto di Stefano Saverioni,
Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La “Regina dei monti”
L’impronta
La mano di un pellegrino si poggia sull’incavo della roccia che la tradizione orale identifica come l’impronta lasciata da Santa Colomba durante una sosta lungo la salita all’eremo.

Foto di Stefano Saverioni,
Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La “Regina dei monti”
Gino Tomolati
Gino Tomolati, suonatore di piffero della formazione dei tamurrë di Pretara, esegue una sonata nella faggeta lungo il sentiero del pellegrinaggio. Il piffero costituisce il principio melodico della squadra strumentale di Pretara, che apre la processione e accompagna i momenti rituali e conviviali della festa.

Foto di Stefano Saverioni,
Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La “Regina dei monti”
Le voci della devozione
Donne pretaresi e dei paesi vicini intonano un canto devozionale al cospetto della statua di Santa Colomba, al termine della processione.

Foto di Stefano Saverioni,
Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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La festa di Santa Colomba

Attorno al piccolo eremo, dopo l’arrivo dei pellegrini, si dispiegano le principali azioni rituali della festa di Santa Colomba: la celebrazione eucaristica all’aperto, attorno alla statua, l’inserimento del capo nella nicchia sotto l’altare, i gesti di cura e di devozione dei fedeli rivolti alla santa, la processione accompagnata dal suono cadenzato de Li tamurrë di Pretara.

Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), 1° settembre 2013.
Riprese di Stefano Saverioni, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

La festa di Santa Colomba presenta un quadro di trasmissione comunitaria di lunga durata, attestato dalla documentazione d’archivio almeno a partire dal Quattrocento: gli Statuti di Isola del Gran Sasso del 1419 menzionano la “strada di Santa Colomba” come uno dei principali itinerari di salita alla montagna, e la chiesetta dell’eremo è attestata già nel registro delle decime della diocesi del 1328. Il pellegrinaggio annuale del primo di settembre costituisce oggi uno dei momenti di più forte richiamo della comunità di Pretara e di quelle dell’immediato circondario, fungendo da canale di trasmissione intergenerazionale della memoria locale legata al culto della santa eremita. La sua tenuta si gioca nella tensione fra la partecipata e intensa religiosità espressa attorno all’eremo e le forme più strutturate del cattolicesimo organizzato, che nello stesso territorio di Isola del Gran Sasso hanno il loro fulcro nel santuario di San Gabriele dell’Addolorata gestito dai Padri Passionisti: due regimi devozionali compresenti e complementari, con funzioni differenziate, fra i quali la comunità di Pretara predilige, nelle parole dei suoi testimoni, la “propria” specifica santa, la “Regina dei monti” alla quale si sente più vicina e intimamente connessa.

A scadenza quinquennale, in agosto, a Pretara si organizzano inoltre solenni celebrazioni straordinarie per l’anniversario della traslazione delle reliquie del 1596: un corteo storico, la rievocazione del prodigio delle ciliegie e la processione con l’urna della santa e i simulacri di San Berardo e San Donato, accompagnata dalla squadra dei tamurrë e dalla banda musicale. Sul piano della valorizzazione, il pellegrinaggio del primo di settembre è inserito da più di un decennio nel circuito del “Cammino dei Santi del Gran Sasso”, promosso dall’Associazione Genius Loci e dai Padri Passionisti di San Gabriele in collaborazione con il CAI di Isola del Gran Sasso, ed è connesso alla rete di itinerari escursionistici della Valle delle Abbazie. Le ricerche condotte dall’antropologa Annunziata Taraschi e dal regista Stefano Saverioni in anni recenti, o quelle di carattere etnomusicologico portate avanti alla fine degli anni Novanta del Novecento da Carlo Di Silvestre, unitamente alle campagne fotografiche come quelle realizzate da Giuseppe Bonifazio o da altri fotografi del territorio, hanno contribuito alla costituzione di un significativo patrimonio documentale sul complesso rituale, oggi utile anche ai fini di una sua potenziale salvaguardia.

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