Saperi tecnici e artigianali
La nascita del suono
La costruzione dei tamurrë a San Massimo
Nella sua bottega di San Massimo di Isola del Gran Sasso, fra cerchi di frassino, pelli di capra e corde di canapa, Roberto Vantini plasma con tramandata perizia gli strumenti percussivi della tradizione locale, li tamurrë. Le mani lavorano la pelle ammollata per giorni, la dispongono in tensione; i tiranti la stringono, fino al punto in cui, asciugando, restituisce al colpo del battente il timbro vibrante e profondo che accompagna da secoli i passi in processione della Valle Siciliana.
“Giovanni Tomolati l’ho conosciuto tramite la festa che facciamo ogni anno alla chiesetta di Santa Maria di Pagliara, su in montagna. Era un vecchietto favoloso, allegro, uno terra terra. Mi affascinava troppo stare con lui, passare le giornate insieme, parlarne di tante cose: dei tamburi, delle pelli di capra, delle pelli di pecora. Mi portava in cantina: ‘Mo ti faccio un pezzo di formaggio buono e un bicchiere di vino buono’. E da lì ci siamo stretti, conosciuti. Quando è venuto a mancare, mi è dispiaciuto parecchio”.
Roberto Vantini, 26 dicembre 2012
Li tamurrë del Gran Sasso, squadre strumentali composte da grancassa, tamburo, rullante, piatti e flauto traverso a sei fori (piffero), sono caratteristici della Valle Siciliana e della Valle del Fino, nel territorio centro-meridionale della provincia di Teramo, e sono storicamente attestati nelle frazioni montane del comune di Isola del Gran Sasso (Pretara, San Massimo, Casale San Nicola, Fano a Corno, Forca di Valle, Cerchiara) e a Befaro di Castelli. La loro derivazione viene ricondotta dalle ricerche etnomusicologiche degli anni Ottanta del Novecento a formazioni militari di probabile origine spagnola, progressivamente adattate nei secoli successivi attraverso un’articolata appropriazione comunitaria che ne ha fatto il cuore sonoro delle processioni religiose e delle feste patronali della montagna.
Roberto Vantini, suonatore di piffero fin dalla gioventù, si è avvicinato alla costruzione dei tamburi attraverso un apprendistato silenzioso presso la bottega di Giovanni Tomolati, costruttore storico di Pretara, conosciuto in occasione della festa di Santa Maria di Pagliara nei primi anni Novanta del Novecento. Frequentando regolarmente l’anziano maestro nella sua bottega, Vantini ha imparato per osservazione diretta l’intero ciclo costruttivo della grancassa e del tamburo, dalla scelta del legno alla curvatura del cerchio, dal fissaggio della pelle all’incordatura e all’accordatura. Dopo qualche anno di pratica autonoma, quando ha mostrato a Tomolati il primo tamburo costruito, il maestro ne ha riconosciuto la finitura e gli ha riconsegnato simbolicamente il proprio mestiere. Da allora Roberto Vantini è un riferimento riconosciuto della pratica costruttiva dei tamurrë ben oltre i confini di San Massimo, dove fornisce strumenti alle numerose squadre giovanili che si sono moltiplicate negli ultimi decenni nella Valle Siciliana e nelle aree limitrofe del Gran Sasso.
Il ciclo costruttivo del tamburo si articola in tre fasi principali – il cerchio, la cassa, l’assemblaggio della pelle – e impegna materiali scelti per la loro risposta acustica e meccanica: i cerchi (cércënë) sono ricavati da fasce di frassino, al posto dell’orniello utilizzato in passato; la cassa (cascë) è di faggio massello, mentre si usano pelli di capra per la grancassa, di mezza capra per il tamburo, di capretto per il rullante e per il tamburo a frizione (lu vurra vurrë, o rubicone); le corde che fungono da tiranti sono di canapa, munite di regolatori conici di cuoio a scorrimento (tërantë a campanella), necessari per modulare la tensione delle pelli e accordare lo strumento.
Il battente con cui si percuote la grancassa, detto mazzocco nella terminologia locale, viene tornito a partire da un blocchetto di faggio, lavorato in due fasi successive: prima la sagomatura del manico, poi la testa, sulla quale si applica un cuscinetto di spugna modellato con nastro isolante a forma ovale, ricoperto infine da una pelle di capra ben tesa. Nelle varianti tradizionali la testa può essere doppia, con un secondo battente più piccolo sull’estremità opposta del manico, utile a dosare l’intensità e la varietà dei colpi e a sostenere la tecnica del rullato.
Le casse vengono poi rifinite, accordate, e in alcuni casi decorate a richiesta del committente, secondo una consuetudine che è sempre valsa come marchio identificativo delle diverse botteghe della Valle Siciliana.
L'apprendistato e l'inventiva
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013.
Registrazione di Annunziata Taraschi, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La nascita del suono
Lo stemma sulla cassa
Foto di Stefano Saverioni,
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La nascita del suono
I tiranti a campanella
Foto di Stefano Saverioni,
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La nascita del suono
La pelle e le mollette
Foto di Stefano Saverioni,
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La nascita del suono
L’incordatura
Foto di Stefano Saverioni,
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


La nascita del suono
Al tornio
Foto di Stefano Saverioni,
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La lavorazione del mazzocco
San Massimo di Isola del Gran Sasso (TE), 30 settembre 2013.
Riprese di Stefano Saverioni, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La pratica costruttiva di Roberto Vantini si inserisce in un contesto di rinnovata e diffusa domanda di strumenti percussivi: nelle frazioni di Isola del Gran Sasso, di Colledara, di Castelli e nell’intera Valle Siciliana e, parzialmente, nella Valle del Vomano, sono attive oggi decine di nuove squadre di tamurrë, composte in larga parte da ragazzi che hanno ripreso la pratica strumentale tradizionale negli ultimi decenni, anche grazie alla circolazione del genere all’interno di formazioni musicali popolari. Ciononostante, presso le dinastie storiche, l’attività di costruzione artigianale è in contrazione: a Pretara è oggi mantenuta da Gino Tomolati, mentre presso la famiglia Francia di Befaro di Castelli si è interrotta nei primi anni Duemila.
Sul piano della trasmissione delle tecniche costruttive, le ricerche etnomusicologiche di carattere organologico condotte sui tamurrë si sono articolate lungo un arco di oltre quarant’anni, fornendo preziosi contributi: Maurizio Anselmi ne ha avviato la documentazione e l’analisi sistematica nei primi anni Ottanta del Novecento, in particolare a Casale San Nicola, a Pretara e in altre frazioni della Valle Siciliana, ricerche poi riprese e arricchite di nuove ricognizioni documentali e interpretazioni analitiche negli anni Novanta e Duemila da Carlo Di Silvestre, Marco Magistrali e, in seguito, da Annunziata Taraschi.
La diffusione del genere all’interno di formazioni musicali popolari di più ampia scala, anche al di fuori dei contesti rituali come quelli di Santa Maria di Pagliara e di Santa Colomba, ha tuttavia comportato una progressiva standardizzazione dei repertori, mentre la figura del suonatore di piffero – il flauto traverso a sei fori al cuore dell’organico tradizionale – è oggi sostanzialmente in via di estinzione, sostituita dall’organetto a due bassi. La salvaguardia dell’intero patrimonio sonoro dei tamurrë richiede dunque, oltre al presidio della tecnica costruttiva mantenuta da Vantini e da Tomolati, una rinnovata attenzione alla pratica esecutiva e alla preservazione delle suonate processionali più antiche, alle quali sono stati dedicati, negli anni, progetti di trasmissione intergenerazionale e di documentazione audiovisiva.




