Natura e universo

Dinastie transumanti

La pastorizia a Cesacastina

Ogni estate, sul versante orientale dei Monti della Laga, tornano le greggi fra i pascoli d’alta quota di Cesacastina; hanno passato l’inverno nella campagna alle porte di Roma, nei dintorni del Divino Amore. Le dinastie di transumanti affittano da generazioni i prati invernali dell’Agro Romano e risalgono a giugno verso le montagne, sugli abbondanti pascoli che sovrastano il paese: ma dove un tempo si contavano decine di pastori e migliaia di pecore, capre, vacche, cavalli, in pochi permangono a custodire il mestiere degli avi, frutto di una passione ereditata dall’infanzia.
“Le società di pastori è difficile che esistano ancora. Il pastore per vocazione è uno splendido solista. Non è come un’orchestra in cui tutti suonano insieme: chi la vede in un modo, chi in un altro, chi la vuole da carne, chi da latte, chi munge le pecore, chi no. Se prendi cento pastori, nessuno fa allo stesso modo. Quando due greggi si univano, prima litigavano i cani, perché non si conoscevano; poi, dopo qualche mese, a litigare erano i proprietari. Quindi io sto bene per conto mio, e quello sta bene per conto suo”.
Claudio Marrocco, 29 settembre 2016
A Cesacastina, sul versante teramano dei Monti della Laga, la pastorizia è ancora praticata in forme residuali che lasciano intravedere, sullo sfondo, una storia secolare fondata in buona parte sull’allevamento e sulla pastorizia transumante. Terra ricca di acqua e di pascoli, l’area di Cesacastina ospitava la maggior parte di animali dell’intero territorio comunale di Crognaleto, come evidenziano i testimoni Benito Di Giacinto e Luzio Samuele: quasi ventimila pecore, migliaia di vacche e di cavalli, che soprattutto nei mesi estivi popolavano l’intera montagna circostante.

Nel quadro del pastoralismo appenninico teramano, Cesacastina costituisce una linea di confine immaginaria fra diverse modalità transumanti: mentre le famiglie della vicina Cortino e delle sue frazioni, ad esempio, gravitavano in prevalenza verso il Tavoliere pugliese, le più importanti dinastie pastorali cesacastinesi prendevano più frequentemente in affitto terreni nell’Agro Romano – come avveniva a Fano Adriano –, dove si concentra tuttora la transumanza superstite, sebbene sia testimoniato in un passato più remoto l’uso di trasferire gli animali in Puglia anche da parte di famiglie del paese. La transumanza orizzontale verso il Lazio si fonda, oggi come in passato, su un ciclo stagionale rigoroso: i pastori di Cesacastina vivono in montagna circa quattro mesi l’anno, d’estate, sfruttando il diritto di uso civico sui pascoli d’alta quota, mentre d’inverno scendono con le greggi nella campagna laziale. Fino alla prima metà del Novecento il viaggio si svolgeva interamente a piedi e poteva durare tra i sette e i nove giorni di duro cammino, intervallati da una sequenza di soste lungo punti di ricovero prestabiliti; in seguito, già dalla fine degli anni Quaranta, si è progressivamente affermato lo spostamento tramite autotreni, alleviando le fatiche del tragitto a piedi ma introducendo nuove voci di spesa a un mestiere divenuto, nelle parole di Claudio Marrocco, una sequenza di “mille peripezie”.

Nell’Agro Romano i pastori, quando non disponevano di casali dove ricoverarsi, costruivano capanne di paglia, canne e pali di legno, in cui trascorrevano tutto il periodo di permanenza fuori dal paese di origine. Claudio Marrocco ricorda la grande capanna armentaria, foderata di canna palustre intrecciata in modo da non far filtrare l’acqua né l’aria, dove dormivano i pecorai senza famiglia e si producevano il formaggio e la ricotta o si cucinava sul focolare, posto al centro della struttura, fra pochi mattoni di tufo.

Nelle case di Cesacastina, la lana di pecora filata al fuso e tessuta al telaio dalle donne si trasformava in panni, coperte, materassi, maglie, calze, giacche e indumenti pesanti, tinti con elementi vegetali come il mallo di noce; un sapere domestico del tutto scomparso, da quando le fibre sintetiche hanno azzerato il valore del vello, attualmente utile a malapena per ripagare il costo della tosatura. Il formaggio e la ricotta si producevano in abbondanza, accompagnati da un armamentario di utensili in gran parte caduti in disuso, o radicalmente trasformati. Ma più che un repertorio di oggetti, ciò che definisce il prestigio e le qualità del pastore, adesso come in passato, è un sapere incorporato: la capacità di regolare l’andatura del gregge, la relazione simbiotica con gli animali, governati con il fischio e la voce, la lettura dei segni atmosferici, l’uso del bastone e dei campanacci come prolungamento del corpo, l’attenzione e la sorveglianza continue, per proteggere l’animale al pascolo brado dalle predazioni e dagli incidenti, secondo quanto mostrato dai recenti studi compiuti dall’antropologo Emanuele Di Paolo. Un patrimonio di conoscenze oggi esposto a una costante riconfigurazione, necessaria alla sua stessa sopravvivenza, inevitabilmente accompagnato dalla dissoluzione del tessuto di cultura a trasmissione orale condivisa, rimasto vitale fino a quando la terra e gli animali erano l’unica forma di sostentamento.

Il pascolo a Terralonga

Claudio Marrocco, voce.

Cesacastina di Crognaleto (TE), 29 settembre 2016.
Registrazione di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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Dinastie transumanti
La tosatura
La famiglia Toppi impegnata nella tosatura delle pecore nella Campagna romana. La carosa collettiva, una delle ricorrenze più importanti del calendario pastorale, riuniva tutte le persone necessarie a concludere il lavoro in giornata, in un’alternanza di fatica e di festa.

Archivio Toppi,
Pomezia (RM), maggio 1970.
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Dinastie transumanti
I velli tosati
Pietro Giustiniani e Ludovico Di Marco mostrano i velli delle pecore appena tosate.

Archivio Di Marco,
Cesacastina di Crognaleto (TE), anni Cinquanta del XX secolo.
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Dinastie transumanti
L’altezza della stanga
Claudio Marrocco, accompagnato dal suo cane, mostra l’altezza alla quale, in passato, veniva collocata la stanga orizzontale fra due legni, presso il giaciglio del pastore a Terralonga, dove suo padre cucinava e faceva il formaggio tra due pietre a ridosso del fuoco.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Cesacastina di Crognaleto (TE), 29 settembre 2016,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Dinastie transumanti
La partenza
Le pecore di Claudio Marrocco vengono caricate sui camion in partenza verso la Campagna romana, dove sverneranno fino all’inizio dell’estate successiva.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Cesacastina di Crognaleto (TE), 3 ottobre 2016,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Dinastie transumanti
La disinfezione
Al termine del pascolo estivo, le pecore di Marrocco attraversano una vasca contenente una soluzione di solfato di rame per la disinfezione delle zampe e degli zoccoli, prima del trasferimento invernale. La cura dell’animale è una delle competenze centrali del mestiere.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Cesacastina di Crognaleto (TE), 29 settembre 2016,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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Il rientro delle pecore

Il rientro serale dal pascolo del gregge della famiglia Romani, sotto la guida di Edoardo e Domenico Romani.

Cesacastina di Crognaleto (TE), 19 agosto 2013.
Riprese di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

La trasmissione intergenerazionale della pastorizia e della cultura pastorale a Cesacastina vive oggi una crisi profonda. La fine delle grandi transumanze del passato, lo spopolamento delle aree interne di quest’area dell’Appennino, la perdita di valore della lana e la pressione del mercato e delle normative europee hanno progressivamente smantellato l’antica economia armentizia e con essa le forme di auto-organizzazione collettiva che ne costituivano l’ossatura sociale. I problemi insorti in seguito alla presenza sempre più numerosa di predatori come i lupi hanno ulteriormente scoraggiato le pratiche di allevamento in loco, consolidando una sostanziale dismissione della pastorizia tradizionalmente intesa. Nell’epoca contemporanea permangono pertanto poche aziende che hanno perlopiù reso stanziale la loro attività, stabilizzandosi attorno a Roma e riportando sui pascoli estivi solo una parte esigua del loro patrimonio zootecnico. A impedire la scomparsa totale del mestiere ha contribuito, in modo significativo, l’arrivo di manodopera specializzata dall’Est Europa: lavoratori macedoni e rumeni occupano oggi le mansioni un tempo svolte dai familiari, e in alcuni casi, dopo anni di lavoro dipendente, rilevano essi stessi le greggi, dando vita a una vera e propria “nicchia migratoria” sulle terre alte abruzzesi, come le ricerche dell’antropologo Emanuele Di Paolo sottolineano.

Particolare rilievo assumono, in tale quadro, le documentazioni effettuate nel 1965 da Don Nicola Jobbi, che registrò la testimonianza di Palmerino Marrocco, un pastore transumante di Cesacastina quasi centenario, pubblicate a cura del Centro Studi Don Nicola Jobbi nell’ambito delle attività di ricerca del progetto europeo Réseau Tramontana. Così come appaiono importanti gli ingenti archivi fotografici familiari, custoditi presso le case dei cesacastinesi, che ritraggono un’epoca solo marginalmente affrontata dalle poche ricerche condotte sul territorio, fra le quali si segnalano quelle svolte dagli antropologi Gianfranco Spitilli ed Emanuele Di Paolo in tutta l’area del Gran Sasso e dei Monti della Laga negli ultimi decenni.

Oggi esistono alcune fiere che cercano di mantenere vivo il settore, come quella di Fonte Vetica a Campo Imperatore, e quella, più prossima, di Piano Roseto; o iniziative locali, promosse dalla Pro-loco di Cesacastina, per la valorizzazione della cultura pastorale locale e del patrimonio ambientale ad essa connesso. Alcune attività di macelleria e di lavorazione del formaggio mantengono sul territorio un presidio produttivo legato alla filiera dell’allevamento ovino, unitamente alla presenza di attività di ristorazione alle quali è affidata, assieme alla trasmissione familiare, la continuità dei saperi legati alla preparazione di alcune pietanze di origine pastorale, come la cosiddetta pecora “alla callara”. Delle produzioni immateriali, al contrario, restano poche vive tracce, soprattutto nella memoria dei più anziani. Una salvaguardia autentica della pastorizia cesacastinese passa dunque non solo per la conservazione della memoria, ma per il riconoscimento del valore presente di chi, come Claudio Marrocco e la famiglia Romani, continua a praticare sui Monti della Laga un modo di sussistenza secolare in costante, faticosa riconfigurazione.

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