Saperi tecnici e artigianali
L’aroma delle nozze
La preparazione dei mostaccioli a Castelli
Amato da San Francesco d’Assisi prima dell’avvento del cacao come dolce dalle proprietà medicamentose e corroboranti, immancabile presenza nelle più importanti festività del calendario e nelle celebrazioni nuziali, il mostacciolo avvolge le cucine del paese con il suo penetrante profumo durante la preparazione dell’impasto e la cottura. L’aromatico e compatto biscotto unisce un sapore intenso a una delicata dolcezza nell’equilibrato matrimonio degli ingredienti, capaci di sprigionare benefici stati d’animo in chi lo assaggia.
“Si facevano per i matrimoni, specialmente, ma con tante altre cose però, non solo i mostaccioli: gli amaretti, i bocconotti, i finocchietti, sono tanti i dolci che si usano qua per i matrimoni. Io quando si sono sposati i miei figli li ho fatti, allora venivano a casa a portare il regalo e gli davi un vassoietto di dolci e la bomboniera. Ora è tutto cambiato”.
Anna Di Simone, 13 giugno 2024
L’origine del nome, come quella del particolare biscotto, è controversa. Il mostacciolo viene talvolta associato al mustaceum, una focaccia dolce, simile a una torta, servita durante i banchetti nuziali e le celebrazioni speciali nell’antica Roma, a base di fior di farina (siligo), mosto cotto e ridotto (defrutum), miele, formaggio, anice, cumino, pepe, forse cannella o nardo, cucinata su un letto di foglie d’alloro, che sprigionavano oli essenziali aromatizzandone la base. Citato da Giovenale come simbolo di ostentazione in epoca imperiale, il mustaceum era distribuito agli invitati ormai sazi alla fine delle cerimonie, per il consumo sul posto o per essere portato via come ricordo del matrimonio e segno di attenzione all’ospite che si congedava: una sorta di “bomboniera” commestibile ante litteram, in funzione augurale, grazie alla lunga conservazione garantita dagli ingredienti di cui era costituito.
I ricettari farmaceutici settecenteschi dei frati francescani utilizzano il termine latino mortariolum, tradotto in italiano come mostacciolo o “dolce dei morti”, per indicare i dolci tanto amati dal loro fondatore al punto da essere ribattezzati mostaccioli di San Francesco, ancora oggi preparati in suo ricordo soprattutto durante la festa del 4 ottobre. Secondo la Leggenda dei tre compagni, il santo, quando sentì approssimarsi la fine della sua vita terrena, espresse il desiderio di avere accanto a sé i suoi frati e la nobildonna romana Jacopa de’ Settesoli, chiedendo esplicitamente di poter avere il dolce a base di mandorle e miele che lei era solita preparargli. L’episodio trova riscontro nello Specchio di perfezione, dove si narra che la donna, guidata da un’ispirazione spirituale, si presentò spontaneamente giusto in tempo per offrire il dolce a Francesco come ultimo conforto fisico e affettivo prima di essere accolto fra le braccia di “Sorella Morte”.
I mostaccioli rappresentano in effetti un punto di intersezione tra devozione, pratiche rituali e scienza erboristica. Sebbene non siano classificati come farmaci in senso stretto, i loro ingredienti erano considerati potenti ricostituenti nelle spezierie medievali, e in quelle francescane fornivano ristoro a mendicanti e pellegrini. La richiesta di San Francesco, dunque, non era un semplice desiderio gastronomico, ma una ricerca di cura attraverso un alimento “medicamentoso”, capace di offrire sollievo al corpo provato negli ultimi istanti del transito. Un biscotto di simile fattura è descritto da Bartolomeo Scappi, il più grande cuoco italiano del Cinquecento, che inserì i mostaccioli “napoletani” nel suo monumentale ricettario Opera dell’arte del cucinare del 1570 e li preparò nei pranzi di Papa Pio V, di cui era al servizio, lodandone le qualità di raffinata speziatura e di lunga conservazione: “sempre migliori il secondo giorno che il primo, e durano un mese nella lor perfettione”.
Pur variandone in parte forma e composizione, la funzione dei mostaccioli sembra ripercorrere quella dei suoi presunti o più plausibili antenati; sono infatti rimasti per secoli dolci “di riguardo”, regalo tipico dei matrimoni, delle feste patronali, dell’offerta ai defunti, del Natale o del passaggio d’anno, con finalità cerimoniali, beneauguranti e ostentatorie, soprattutto nell’Italia centromeridionale, dove sono ancora attestate varianti in cui vengono modellati o cotti su foglie di agrumi o di alloro.
Tipici dolci nuziali o del periodo natalizio, preparati nelle occasioni festive più importanti del calendario, i mostaccioli castellani sono biscotti di forma romboidale, originariamente basati sull’uso del mosto cotto. Diffusi in diverse varianti in area teramana – come i tatù di Bisenti –, i mostaccioli di Castelli sono oggi ottenuti impastando tredici ingredienti, secondo quanto testimoniato da Anna Di Simone, una delle principali interpreti e depositarie della ricetta.
Documentata nel corso delle recenti ricerche da Emanuele Di Paolo, presente nel ricettario della cucina teramana realizzato dall’antropologa Annunziata Taraschi a partire da una minuziosa indagine sul campo nei territori della provincia, la versione di Anna Di Simone prevede un lungo e paziente impasto di farina, cacao, cannella, scorza di limone, rum, caffè, uova, zucchero, mandorle tostate e tritate, vaniglia, a cui si aggiungono miele e cioccolata precedentemente sciolti e amalgamati sul fuoco; la noce moscata è l’ingrediente che Anna considera opzionale, e che in genere preferisce non aggiungere. Dopo alcune ore di riposo il composto è diviso in filoncini, leggermente schiacciati e tagliati in diagonale a formare i singoli biscotti, lavorati poi uno ad uno fino ad assumere la conformazione desiderata prima di essere infornati.
I tredici ingredienti
Castelli (TE), 13 giugno 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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L’aroma delle nozze
Anna Di Simone
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castelli (TE), 13 giugno 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’aroma delle nozze
L’impasto
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castelli (TE), 13 giugno 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’aroma delle nozze
Il taglio
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castelli (TE), 13 giugno 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’aroma delle nozze
La rifinitura
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castelli (TE), 13 giugno 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’aroma delle nozze
I mostaccioli
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castelli (TE), 13 giugno 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La preparazione dei mostaccioli
Castelli (TE), 13 giugno 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La produzione dei mostaccioli è oggi diffusa in tutta la provincia teramana, prevalentemente nei forni, ed è in genere distribuita lungo tutto l’arco dell’anno. Nelle varianti domestiche e più strettamente legate alle tradizioni locali è particolarmente attestata a Castelli e in tutta la valle del Mavone; altrettanto noti e al centro di percorsi di riscoperta e innovazione sono i mostaccioli di Bisenti, conosciuti come tatù, realizzati con ingredienti simili nonostante ogni comunità e ogni famiglia differenzino le preparazioni a proprio gusto a partire da una base comune.
I mostaccioli castellani sono trasmessi prevalentemente all’interno delle famiglie, ad opera di esperte pasticcere che in ambito domestico ne hanno tramandato la ricetta, confezionando i biscotti per le più importanti occasioni festive di carattere privato come i matrimoni e le feste natalizie ma anche offrendo la propria disponibilità per le feste di paese e le più svariate circostanze di pubblica fruizione, dagli eventi gastronomici alle iniziative legate alla promozione della ceramica, contribuendo a perpetuarne la memoria e la pratica quotidiana. Anna Di Simone appare oggi come una delle più importanti depositarie della preparazione dei mostaccioli: la sua ricetta le fu trasmessa quando era molto giovane dalle sorelle Pardi, rinomate in paese per la loro esperienza decennale di cuoche a domicilio nei matrimoni e nelle feste paesane, ed è contenuta del volume curato dall’antropologa Annunziata Taraschi dedicato all’antica cucina teramana.
Non esistono al momento percorsi specifici di trasmissione e salvaguardia dei saperi e delle tecniche di preparazione dei mostaccioli alle giovani generazioni, sebbene il dolce sia tuttora prodotto all’interno della gran parte delle famiglie di Castelli e sia valorizzato in numerosi siti internet tematici e percorsi legati al turismo culturale ed enogastronomico del territorio.







