Natura e universo
Intrecci vegetali
La legatura delle canne dei pomodori a Colledoro
Nel suo orto estivo, affacciato verso l’imponente contrafforte del Monte Camicia, l’anziano contadino Angelo De Dominicis lega le canne destinate a sostenere le piante di pomodoro con una tecnica ereditata dagli avi: la torsione e l’intreccio di getti di salice, potati e selezionati per l’occasione, tenuti in ammollo per alcuni giorni in una vasca d’acqua. L’azione si svolge in un’atmosfera raccolta e silenziosa, accompagnata dai suoni dell’ambiente naturale e dallo scenario montano; il corpo si flette, si innerva, le mani esprimono gesti calibrati, che modellano con sapienza la fibra vegetale.
“Io non mangio la roba comperata, ho paura dei diserbanti, io faccio la roba genuina, mi piacciono le cose tradizionali di una volta, a tempo di mio nonno, mio padre, come si faceva una volta. Oggi devo mettere le piantine di pomodoro, devo finire a fare i buchi e devo mettere le canne, dopo stasera metto i pomodori, le piantine ce l’ho qua, ce l’ho io, l’ho fatte nascere io. Non ho usato mai la plastica nell’orto, non la posso vedere”.
Angelo De Dominicis, 11 maggio 2019
A Colledoro, frazione collinare del territorio di Castelli dislocato a 600 metri di altitudine sopra un fertile pianoro da cui si gode una maestosa vista della catena del Gran Sasso e del Monte Camicia, è diffusa la pratica della coltivazione degli orti domestici, condivisa con le vicine frazioni, come quella di Villa Colli. Particolarmente attestata nel periodo primaverile ed estivo, ma diffusamente distribuita anche durante tutto il corso del ciclo agricolo annuale, l’attività agricola interessa prevalentemente gli appezzamenti nei pressi delle case, o i terreni poco distanti. A dedicarsi a tale pratica sono soprattutto gli anziani del paese e le donne, coadiuvati da familiari o, talvolta, dal vicinato, secondo una consuetudine di reciprocità, di scambio di saperi e di condivisione di attrezzature che ha sempre contraddistinto le comunità dell’alta collina. In alcuni casi, piccole aziende a conduzione familiare hanno iniziato, da qualche anno, a coltivare terreni abbandonati recuperando all’agricoltura parti di territorio non più utilizzato da decenni, ripristinando interi cicli produttivi come quello dei cereali e del pane.
A Case Mannoni, un’area ai margini del paese, verso il fondovalle, l’anziano agricoltore Angelo De Dominicis si è dedicato quotidianamente al suo orto domestico e ai pochi animali che ancora allevava: conigli e galline. Contadino per passione e per eredità familiare, Angelo aveva in passato anche cavalli, vacche, maiali, pecore, produceva vino e farina dalle sue vigne e dai campi di grano. Negli ultimi anni, con l’aiuto dei familiari e di qualche anziano del posto, ha continuato a produrre nel suo orto estivo e in quello invernale pomodori, peperoni, melanzane, zucchine, carote, insalata, bietola, agli, cipolle, basilico, rosmarino, salvia, sedano, peperoncino, cavolfiori, verze e molti altri ortaggi, assieme ai fagioli e talvolta ai ceci. Maestro degli innesti, ha curato anche gli alberi da frutta, i peri e i meli che circondano i campi coltivati, gli ulivi per la produzione dell’olio.
Da una pianta di salice giallo (vonghë) appositamente coltivata, ricavava getti lunghi e sottili, utilizzati come robusti materiali da intreccio per fissare le canne dei pomodori nell’orto: un metodo ecologico, appreso dal nonno e dal padre, che non ha mai abbandonato anche dopo l’avvento delle più comode materie plastiche. Tagliati dalla pianta al di fuori del periodo vegetativo, in genere tra dicembre e febbraio, e secondo tradizione nella fase di “luna calante”, i getti venivano poi raggruppati con cura anche in funzione della loro lunghezza, quindi essiccati e messi in ammollo immediatamente prima dell’uso, affinché fossero sufficientemente flessibili per essere intrecciati senza rompersi.
Lu vonghë
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019.
Registrazione di Gianfranco Spitilli,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Intrecci vegetali
Fascio di salice
Foto di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Intrecci vegetali
L’inserimento delle canne
Foto di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Intrecci vegetali
La “legatura” delle canne
Foto di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Intrecci vegetali
Il doppio giro
Foto di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Intrecci vegetali
L’intreccio
Foto di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La legatura delle canne dei pomodori
Colledoro di Castelli (TE), 11 maggio 2019.
Riprese di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La coltivazione degli orti nel territorio collinare di Colledoro di Castelli e nelle frazioni contigue, come Villa Colli, è tuttora praticata, essendo ancora presente un tessuto di residenti dediti all’agricoltura in appezzamenti di terreno più o meno estesi, in genere rivolti alla produzione di cereali, legumi e ortaggi prevalentemente per il consumo domestico. Tuttavia, quasi integralmente abbandonata la diffusa agricoltura di sussistenza del passato, numerosi terreni hanno subito per molti decenni un progressivo inutilizzo, solo in parte compensato dal tentativo di recupero operato in anni più recenti da alcune aziende agricole di nuova fondazione, come l’“Azienda Agricola Tradizioni”, che ha attivato anche una filiera di recupero dei cereali e di produzione del pane e dei biscotti secondo la tradizione locale.
Con l’impoverimento delle pratiche agricole, di conseguenza, sono lentamente sbiadite anche le modalità proprie di gestione degli orti, con i saperi ad essa vincolati, come l’intreccio con diverse tipologie di fibre vegetali, utilizzate sia per la legatura delle canne dei pomodori o di altri supporti sia per il successivo sostegno delle piante in crescita. Le stesse fibre erano utilizzate anche per realizzare canestri, cesti, fiscelle per il formaggio o altri contenitori di fondamentale supporto alla vita quotidiana delle comunità agropastorali. Il contadino Angelo De Dominicis ha rappresentato negli ultimi anni della sua vita un vero e proprio giacimento di conservazione di tecniche e modalità di gestione delle coltivazioni, traghettando fino ad oggi conoscenze apprese per via familiare ed esercitate nei decenni, tanto da essere considerato dalla comunità locale, assieme a pochi altri, un vero e proprio “maestro della campagna”.
Non esistono attualmente specifiche attività di salvaguardia della coltivazione degli orti o di elementi che ne sono parte integrante, come gli intrecci delle fibre vegetali, ai fini di una loro trasmissione intergenerazionale, anche se sono state organizzate in anni recenti dalle stesse aziende di settore, assieme alle associazioni locali, iniziative di valorizzazione delle antiche pratiche agricole e dei prodotti ad esse connesse.







