Riti e pratiche sociali

Di “passata” in “passata”

Il gioco della morra a Befaro e a Colledoro

Nell’area del comune di Castelli, a Befaro e a Colledoro, come in tutto l’Abruzzo settentrionale, il gioco della morra si esprime davanti alle cantine, nelle feste, nelle fiere, in occasioni pubbliche e private. I morristi si incontrano dopo il lavoro, in competizioni organizzate, o nel tempo libero delle sagre e delle cerimonie festive, dando vita a incontri serrati e infiniti che occupano a volte intere giornate. Le animate partite si susseguono senza sosta, mentre i volti e le voci si alterano al ritmo sonoro delle “chiamate” e i numeri sono gridati all’avversario di turno, in una sfida che assume il sapore di un combattimento sublimato.

“La morra è una cosa un po’ delicata. Non è facile da spiegare, perché quando stai a giocare usi contemporaneamente il cervello e la bocca, quello che dici, quello conta. È una cosa che va da sola, è un gioco di cervello. Dipende dalla velocità del cervello”.

Nazareno Ciotti, 23 settembre 2011

Il termine morra può designare, secondo Gennaro Finamore, una spiga del frumento e delle altre graminacee (mórre), un gregge (mòrre) o il gioco stesso (mòrre, mòra). La parola è tradizionalmente utilizzata per definire una quantità precisa e circoscritta di ovini, la morra di pecore, o anche una morra di granone, come ricorda il giocatore di morra Italo Saputelli; alcuni morristi ipotizzano dunque che il termine si possa adoperare in modo generico per indicare una quantità numericamente individuabile, che nel caso specifico del gioco corrisponde alle dieci dita di due mani, la morra: “forse morra è un gruppo di dita, il numero maggiore”, sostiene Roberto Saputelli. Per alcuni studiosi la parola proverrebbe dal latino murris, significando “mucchio, cumulo di pietre”, dove i pastori si sedevano a giocare mentre sorvegliavano le loro greggi di pecore; o dal termine mediterraneo morra, rissa, confusione, frastuono, in riferimento alla concitazione e alla rumorosità del gioco.

Nelle frazioni del comune di Castelli come Befaro e Colledoro, come in tutto l’Abruzzo settentrionale, si assiste con frequenza a incessanti partite di morra, accompagnate dal consumo di vino e da una specifica variante di passatella, giocata soltanto come esito della morra stessa. A eccezione dei rari tornei o gare organizzate da Comitati e Pro-loco, il gioco si pratica in prevalenza in forma spontanea davanti ai bar, o in occasioni conviviali private. In passato la morra si giocava anche nelle stalle, in attesa del parto di una vacca, o quando si ammazzava il maiale, per aspettare il pranzo: era un’occasione per stare in compagnia degli amici e trascorrere delle serate insieme.

“La morra viene giocata con dieci numeri, naturalmente con due mani”, spiega Roberto Saputelli; “il minimo punteggio è due, poiché i numeri più bassi sono uno e uno, e il punteggio più alto è dieci, che è appunto la morra”. Lo scopo del gioco è indovinare la somma delle mani che vengono buttate uno contro uno. Quando si gioca due contro due solitamente la partita funziona a jì e a ‘rvenì, a dodici a jì e a ‘rvenì, cioè a dodici punti “andata” e “ritorno”; si gioca, si arriva a dodici, e dopo si fa un’altra partita. E se si pareggia c’è la bella, come in qualsiasi altro gioco di carte. I numeri sono chiamati con la voce e sono giocati con la mano, con il braccio disteso davanti all’avversario.

Il vincitore o il bravo morrista è spesso paragonato a un “indovino”. La morra è infatti considerata un gioco “di testa”, di intuizione e di memoria; per Nazareno Ciotti, esperto giocatore, gli elementi fondamentali che la costituiscono sono il “cervello” e la “bocca”, la velocità del pensiero e la parola, in coordinamento fra loro. Le tecniche del gioco si esprimono nell’ambito della cosiddetta passata – battere tutti i componenti dell’altra squadra e ripartire dal primo –, che consente l’attenta osservazione dell’avversario. Di passata in passata il morrista esperto osserva in silenzio, perde alcune mani, capisce lo sfidante e lo neutralizza; lo spiega Italo Cilli, morrista di Colledoro: “puoi vincere la prima partita, la seconda partita, poi la terza, ti apposta, e dopo non vinci più. Questo sicuramente è così, ci stanno quattro-cinque…ti leggono il pensiero!”.

Secondo la classificazione proposta dall’antropologo Vittorio Lanternari è possibile definire la morra un gioco competitivo di posizione, sia d’azzardo sia di strategia, essendo in esso presenti in modo equivalente la sorte e il calcolo, in base a quanto dichiarato dagli stessi giocatori. La morra assume poi alcuni tratti propri dei giochi non competitivi di tipo cerimoniale, come gli elementi coreografici e performativi. Il gioco appare a tutti gli effetti come una sorta di combattimento sublimato, le cui armi sono la mano e la voce. “La morra è un gioco di parole”, “è una sfida più che altro di parole”, sostengono Donato Carlini e Italo Cilli di Colledoro; i numeri non sono semplicemente detti ma gridati, e il tono della voce è uno strumento di imposizione e di intimidazione.
L’elemento ritmico è un aspetto costitutivo della morra: chi gioca tende a posizionarsi all’interno di un flusso che non deve essere interrotto se non dall’aggiudicarsi del punto, quando l’andamento della partita è momentaneamente alterato e sospeso. La sfida verbale, sonora e corporea diventa la lotta ritualizzata fra due o più personalità, e la posta in palio è il prestigio sociale. Per Tito Carlini “la soddisfazione è di vincere l’avversario”, così come lo è per Nazareno Ciotti di Befaro: “Mi piace perché se vinci c’hai una soddisfazione, è tutta questione di cervello, di passione”; è il riconoscimento di una capacità mentale, di padronanza e di carattere, in uno stato di perfetto equilibrio tra concentrazione, abilità e fortuna.

Una sfida notturna

Roberto Saputelli, Matteo Fioravante, Nazareno Ciotti, Tito Carlini, voci.

Befaro di Castelli (TE), 23 settembre 2011.
Registrazione di Gianfranco Spitilli,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Ascolta il brano

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Di “passata” in “passata”
Morra e pastori
Partita di morra alla Fiera della Pastorizia.

Foto di Maurizio Anselmi,
Piano Roseto di Crognaleto (TE), 10 luglio 1983,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Di “passata” in “passata”
Il flusso del gioco
Fotogrammi video di una sfida di morra a quattro.

Da riprese di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 22 settembre 2011,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Di “passata” in “passata”
Una vecchia cartolina
“Tipi Napoletani – Il giuoco della morra”. Gioco della morra tra bambini raffigurato in una vecchia cartolina.

Anonimo,
Napoli, inizi XX secolo,
Edizioni C. Cotini.
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Di “passata” in “passata”
Donato Carlini
Il morrista Donato Carlini prima di una partita.

Foto di Gianfranco Spitilli,
Colledoro di Castelli (TE), 22 settembre 2011,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Di “passata” in “passata”
La somma delle mani
Alcune posizioni delle mani nella puntata.

Foto di Gianfranco Spitilli,
Saputelli di Cermignano (TE), 22 settembre 2011,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

GUARDA IL VIDEO

Partita di morra

In un’atmosfera scherzosa e di competizione amichevole, alcuni appassionati morristi giocano una partita di morra davanti al bar del paese.

Colledoro di Castelli (TE), 22 settembre 2011.
Riprese di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

Il gioco della morra è attualmente diffuso in diverse aree mediterranee del continente europeo, dall’Italia alle regioni meridionali della Spagna e della Francia, in Corsica e in Croazia. Nel territorio italiano è particolarmente praticato in Sardegna, in diverse regioni settentrionali e centromeridionali, in zone rurali e in contesti locali, anche nell’ambito di festival e rassegne. Dalla fine del 2022, come parte integrante del Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada che si tiene annualmente a Verona, la morra è stata iscritta al Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO, qualificandosi come uno dei giochi tradizionali tutelati da questo programma e un evento centrale del festival stesso.

Nell’Abruzzo settentrionale il gioco della morra è prevalentemente una pratica spontanea, tuttora diffusa in occasione di feste pubbliche o private, davanti ai bar, nelle fiere, nelle feste o nelle sagre di paese, talvolta anche all’interno di gare organizzate dalle associazioni locali, e la sua trasmissione alle giovani generazioni avviene in tali contesti informali, osservando i giocatori più esperti e cimentandosi nelle sfide. Nell’area compresa fra i comuni di Castelli, Bisenti, Arsita e Cermignano, una circostanza di rilievo in cui il gioco è particolarmente praticato e favorisce un numeroso raduno di morristi è quella della festa di San Pietro in territorio di Bisenti, che si svolge il lunedì di Pasqua attorno all’omonima chiesa, isolata sulla sommità di un colle sovrastante le vallate circostanti.

Ai fini di una conoscenza della morra come pratica ludica e sociale nell’area della media Valle del Vomano, dell’Alta Val Fino, della Valle Siciliana e del Mavone, con particolare riferimento alla connessione con il culto di San Pietro e al rapporto tra gioco d’azzardo e cleromanzia sono da ricordare le ricerche etnografiche svolte da Gianfranco Spitilli nel 2011. A partire da documenti storici, che testimoniano l’uso del gioco nel contesto rurale preunitario del XIX secolo, la pratica della morra è descritta attraverso una ricerca sul campo con alcuni appassionati giocatori e analizzata in una prospettiva antropologica che proporre un primo approccio ai suoi elementi costitutivi: la marcata componente rituale, non esente da connessioni con interlocutori soprannaturali, le regole e la grammatica essenziale del gioco, la sua funzione sociale, le posture, le espressioni verbali e le formalizzazioni sonore che l’accompagnano.

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