Saperi tecnici e artigianali
Una pasta arrotolata
La preparazione delle ceppe a Sant’Eurosia
Si chiamano ceppe, dal bastoncino di legno levigato che anticamente le generava, ed è una delle paste fatte in casa più difficili e più fragili del repertorio teramano. Modellate in lunghe giornate di lavoro con gesto metodico e ripetitivo, a Civitella del Tronto sono il piatto domenicale e della festa, che le donne di Sant’Eurosia e di altre frazioni rurali preparano instancabilmente per la famiglia, per il vicinato, per i matrimoni dei parenti, in una trasmissione che passa da sorella a sorella, da madrina a figlioccia, da zia a nipote.
“A un soldato, un cuoco di una guarnigione, essendo a corto di alimenti, venne in mente che aveva le uova, la farina, e impastò. Solo che all’epoca non c’erano i ferri delle calze. Lui prese un bastoncino levigato proprio da lui, con un coltellino, e fece le ceppe, fece la prima volta le ceppe. Era una guarnigione di stanza quassù a Civitella, quando c’erano ancora i Borboni”.
Anna Marchetti, 21 marzo 2025
Le ceppe sono una pasta all’uovo fresca originaria del paese di Civitella del Tronto, prodotta dall’arrotolamento di piccoli segmenti di impasto a base di farina, uova e acqua attorno a un sottile ferro – originariamente un bastoncino di legno levigato detto ceppa, sostituito con il tempo da ferri da calza, stecche d’ombrello o raggi di bicicletta – fino a ottenere un maccherone spesso e cavo, lungo una decina di centimetri. La sua attestazione è rintracciabile, fra le fonti più recenti, nelle ricognizioni di Rino Faranda dedicate alla gastronomia teramana, che la segnala come piatto caratteristico del borgo e della sua area montana e pedemontana.
La tradizione locale collega convenzionalmente l’origine della ceppa a un episodio attribuito al periodo borbonico: un cuoco militare di guarnigione nella Fortezza di Civitella, privo di attrezzatura adeguata per la pasta, avrebbe intagliato un bastoncino di legno per modellare a mano la massa in maccheroni cavi. L’episodio è aneddotico e di difficile verifica documentale, ma indica con esattezza il carattere esclusivamente urbano e civitellese dell’origine della pasta, confermato anche dalle testimonianze dirette raccolte a Sant’Eurosia e nel circondario, dove oggi sono diffusamente prodotte in ambito domestico.
L’abilità richiesta per ottenere ceppe diritte, integre e omogenee è elevata, e il processo è notoriamente lungo e faticoso. Secondo la testimonianza di Anna Marchetti, per ottenere un chilo di pasta occorrono quattro ore di lavoro continuativo di una persona esperta, seduta al tavolo senza sosta. Un matrimonio di trecento-quattrocento persone, un tempo di norma nel paese, necessitava di circa venti chili di pasta, preparati da una o più donne di casa almeno dieci giorni prima delle nozze.
Un dato antropologicamente rilevante riguarda la geografia della pratica. Le ceppe erano in origine prerogativa di Civitella paese e non del contado: nelle campagne circostanti, fino a poche generazioni fa, non venivano prodotte e consumate. Quando nelle famiglie contadine di Sant’Eurosia, Rocche, Santa Croce, Sant’Andrea non si avevano uova, usate in genere per il baratto di altri beni, la pasta di riferimento era costituita da tagliolini o tagliatelle di sola farina e acqua, conditi spesso con legumi. La trasmissione alle frazioni è avvenuta per via matrimoniale, quando donne civitellesi sposate nei villaggi circostanti hanno portato la pratica nelle nuove case, e per apprendimento diretto da madrine, zie, sorelle, secondo catene di relazione parentale e amicale ben ricostruibili ancora oggi. Lidia Tulini ricorda ad esempio di aver imparato dalla propria sorella Elda, che a sua volta aveva appreso la tecnica da una signora di Civitella – la madrina di suo figlio –, una cuoca professionista che preparava le ceppe per ristoranti e privati del paese nel secondo Novecento. Le sorelle Tulini, abitando una di fronte all’altra, hanno poi consolidato insieme la pratica: un esempio del modo in cui la conoscenza si stabilizza e si ritrasmette dentro le reti femminili di prossimità abitativa.
I condimenti tradizionali sono molteplici ma hanno un ancoraggio locale preciso. La versione più attestata è quella con i funghi della Laga, e accanto ad essa, la versione con ragù di carni miste e pecorino locale. La memoria anziana restituisce tuttavia una filiera di condimento ancora più antica e strettamente domestica: prima dell’avvento del ragù di carne macinata e dell’uso diffuso dei funghi, le ceppe venivano condite con il maiale, cioè con le parti grasse e conservate del maiale allevato in casa e stagionato in cantina. Varianti moderne documentate nel circuito della ristorazione civitellese includono il sugo bianco di cinghiale, il condimento ai funghi porcini, il sugo al pomodoro e basilico o con le pallottine alla teramana.
Un procedimento lungo
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025.
Registrazione di Gianfranco Spitilli e Andrea Salemi, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Una pasta arrotolata
La lavorazione
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Una pasta arrotolata
Lidia Tulini
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Una pasta arrotolata
Il gesto delle mani
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Una pasta arrotolata
I ferri
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Una pasta arrotolata
Le ceppe finite
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La preparazione delle ceppe
Sant’Eurosia di Civitella del Tronto (TE), 21 marzo 2025.
Riprese di Gianfranco Spitilli e Andrea Salemi, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La preparazione domestica delle ceppe è oggi praticata da un numero ridotto di donne prevalentemente anziane, concentrate nel paese di Civitella del Tronto e nelle frazioni che ne costituiscono il contado più prossimo, come Sant’Eurosia, Santa Croce, Rocche e Sant’Andrea. La pratica conserva una funzione soprattutto familiare: le ceppe vengono preparate per il pranzo della domenica e dei giorni di festa, per le occasioni rituali della parentela, in particolare i pranzi di matrimonio, e per lo scambio con il vicinato e con ospiti significativi. La trasmissione della tecnica procede all’interno di nuclei familiari ristretti e di reti femminili di prossimità, tipicamente da sorella a sorella, da zia a nipote, da madrina a figlioccia, più raramente attraverso la madre, a ribadire il carattere “urbano” e laterale della circolazione del sapere, diverso da quello delle paste contadine di più antica tradizione.
Sul piano del riconoscimento istituzionale, la pietanza è inserita nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Regione Abruzzo con la denominazione “maccheroni con le ceppe” e la sua zona di produzione è formalmente individuata in Civitella del Tronto e nelle aree limitrofe. La ricetta è documentata in alcune pubblicazioni etnogastronomiche locali ed è oggetto di valorizzazione turistica in occasione di eventi come la sagra estiva delle ceppe, che si è tenuta negli ultimi anni nella frazione di Santa Croce. Alcuni ristoranti di Civitella e del circondario propongono le ceppe nei loro menù stagionali, consentendo ai visitatori di assaggiare il piatto nella sua fruizione più consolidata; la pratica della preparazione è tuttavia da considerarsi a rischio di estinzione per la complessità manuale e il tempo di lavorazione che richiede, incompatibili con la produzione industriale e progressivamente anche con il tempo-lavoro della vita contemporanea.
Particolarmente interessante, sul piano della geografia della diffusione attuale, è il fatto che le ceppe abbiano negli ultimi anni trovato un apprezzamento crescente, oltre che sulla costa teramana, nella contigua area marchigiana, fra Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e Porto d’Ascoli, dove se ne consumano oggi quantità paragonabili o superiori a quelle di origine, ponendo il tema di un riconoscimento identitario che superi i confini strettamente amministrativi ed estenda l’effettivo areale di diffusione contemporanea della pratica alle zone di produzione e a quelle di consumo.



