Riti e pratiche sociali
Pellegrini che noi siamo
La questua di Sant’Antonio abate a Fano Adriano
Di casa in casa, percorrendo gli stretti vicoli del paese, spesso innevati, la squadra dei questuanti porta i suoi canti devozionali all’imbrunire. Entra nelle abitazioni, saluta chi li accoglie, narra attraverso la musica le storie di Sant’Antonio abate, il potente protettore delle stalle e degli animali domestici, venerato dai contadini e dagli allevatori. Il fuoco del camino o il calore di un rinfresco riscaldano ogni incontro, vino e biscotti aiutano i “mendicanti” a proseguire i loro itinerari fino a notte fonda.
“Pellegrini che noi siamo, per il mondo ce ne andiamo / visitando le casate, in onor di Antonio Abate. Nel deserto dell’Egitto, l’eremita mendicante / van cantando i sacri canti, di un gran Santo, di un gran Santo celebriam”.
I Sandandoniari, 16 gennaio 2025
L’uso rituale della questua cantata in onore di Sant’Antonio abate richiama alcuni elementi della sua biografia, trasmessa da Sant’Atanasio. Nato nel 251 a Koma, in Egitto, e morto a Quolzoum nel 356, il 17 gennaio, all’età di centocinque anni, Antonio conduceva una vita eremitica in luoghi isolati, nutrendosi grazie a offerte alimentari; la sua lotta contro i rumorosi demoni avveniva con l’aiuto del canto e della preghiera. Era inoltre considerato un potente taumaturgo, in grado di guarire da gravi malattie e di liberare dalla possessione diabolica.
L’ordine degli Antoniani fu ufficialmente fondato in Occidente nel 1297, ma l’attività di religiosi ispirati al santo egiziano era radicata già da tempo: i suoi seguaci erano specializzati nella cura dell’ergotismo e nel soccorso ai poveri, accolti in fondazioni e ospedali. Vivevano di questua e allevamento di maiali pubblici – nutriti dall’intera comunità –, per il mantenimento delle strutture e delle terapie a base di grasso di suino.
Ammalati e maiali erano annunciati da campanelli, al pari dei suonatori che girano per la questua con un campanello, fissato alla sommità di un bastone. La squadra questuante odierna ripropone inoltre l’immagine del gruppo di eremiti al seguito del santo, o quello degli Antoniani in questua per raccogliere i beni da destinare ai poveri e agli ammalati. Il canto e la musica sono gli strumenti che conferiscono potenza al rituale: secondo le credenze locali purificano i luoghi dalle influenze negative, così come per Sant’Antonio abate erano gli strumenti per sconfiggere il Demonio.
La devozione verso il santo, riconfigurata nell’ambito del cattolicesimo rurale, ne celebra i particolari attributi il 17 gennaio, veicolando una duplice protezione rituale: degli animali domestici (soprattutto del maiale) e contro le malattie (la peste, lo scorbuto e, appunto, l’herpes zoster).
Nell’area del Gran Sasso e dei Monti della Laga sono attestate diverse forme cerimoniali, dalla questua cantata all’interpretazione di sacre rappresentazioni, dall’accensione di fuochi alla benedizione degli animali sul sagrato delle chiese. A Fano Adriano, nell’Alta Valle del Vomano, secondo una tradizione ancora vitale in tutta la vallata, la questua cantata itinerante è praticata alla vigilia della festa, quando una nutrita squadra di suonatori e cantori del posto, dalla formazione variabile e in parte estemporanea, si muove fra le case del paese e le contrade vicine per celebrare oltre al santo i rapporti di parentela e di vicinato, le amicizie, i legami e le alleanze sociali che formano il tessuto della comunità. Accogliere le squadre in cammino è un onore e viene offerto sempre un rinfresco, assieme a un’offerta in denaro e, se disponibili, a beni alimentari da portare via: salsicce, lonze, formaggi, biscotti di pasta secca ripieni di marmellata d’uva, come i tradizionali cellittë.
Attentamente analizzata da Annunziata Taraschi nelle sue ricerche etnografiche di lungo periodo sui gruppi questuanti in onore del santo nell’area del Gran Sasso, la questua di Fano Adriano non si è mai interrotta, almeno secondo le testimonianze trasmesse dai più anziani. Il canto eseguito dal gruppo itinerante è Nel deserto dell’Egitto, riscontrato in una variante anche nella frazione di Cerqueto e in diverse comunità della montagna, con un innesto originale, di recente introduzione, usato come incipit. Da alcuni anni è consuetudine ritualizzata che la squadra si ritrovi presso la cantina di uno dei componenti, a Villa Moreni, prima di iniziare il suo giro, consumando preventivamente un ristoro a base di pane, formaggio e insaccati locali.
I preparativi
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2025.
Registrazione di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Ascolta il brano


Pellegrini che noi siamo
Nelle case
Archivio Associazione I Grignetti,
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2018,
per gentile concessione dell’Associazione I Grignetti.


Pellegrini che noi siamo
Canto sull’uscio
Archivio Associazione I Grignetti,
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2020,
per gentile concessione dell’Associazione I Grignetti.


Pellegrini che noi siamo
L’uscita
Archivio Associazione I Grignetti,
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2020,
per gentile concessione dell’Associazione I Grignetti.


Pellegrini che noi siamo
In cammino
Archivio Associazione I Grignetti,
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2017,
per gentile concessione dell’Associazione I Grignetti.


Pellegrini che noi siamo
Il gruppo sulla neve
Archivio Associazione I Grignetti,
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2017,
per gentile concessione dell’Associazione I Grignetti.
GUARDA IL VIDEO
La questua cantata
Fano Adriano (TE), 16 gennaio 2025.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La squadra di suonatori e cantori di Fano Adriano è costituita da uomini di diverse classi d’età, dai più anziani ai più giovani, talvolta anche bambini, che accompagnano il nucleo di riferimento del gruppo, presente ogni anno, negli itinerari di volta in volta percorsi fra i vicoli del paese e la vicina contrada di Villa Moreni. La formazione dei Sandandoniari è in tal senso un’entità flessibile, alla quale si aggiungono o si sottraggono elementi in base alle circostanze, mentre restano sostanzialmente invariate alcune figure centrali – come lo stesso interprete di Sant’Antonio abate –, sempre presenti all’appuntamento annuale. La trasmissione della pratica è pertanto garantita da un folto insieme di appassionati, in genere anche superiore alla ventina di componenti, che approfittano della ricorrenza per ritrovarsi assieme durante l’inverno anche quando risiedono, per ragioni professionali, lontano da Fano Adriano.
Dalle documentazioni etnografiche effettuate da Annunziata Taraschi nei primi anni Duemila, si evince una struttura cerimoniale stabile e un gruppo di questuanti formato in buona parte dagli stessi componenti, grazie ai quali le particolari modalità performative e il repertorio rimangono vivi e si trasmettono alle generazioni successive.
Il rituale itinerante, nella forma conosciuta a Fano Adriano come in diverse località della Valle del Vomano, assume ancora oggi connotati sociali rilevanti e a stretto uso interno della comunità che lo pratica, lontano da forme di consumo e di spettacolarizzazione che ne snaturerebbero il significato trasfigurandolo in una rappresentazione pubblica, destinato ad essere osservato più che intimamente e intensamente vissuto.






