Arti e spettacolo
Ad Allegrezza
Campane e campanari di Fano Adriano
Bronzi sacralizzati sospesi nella torre della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, le campane di Fano Adriano scandiscono da secoli il tempo della comunità: la preghiera e il lavoro, la festa e il lutto, l’allarme e il richiamo. Governate a mano, dal basso, tirando le funi, o dall’alto, salendo sulla torre e impugnando corde e batacchi, intrecciano i loro potenti suoni per opera di un appassionato gruppo di campanari, che ne hanno ereditato le tecniche esecutive e le suonate. Durante la festa di San Valentino, il santo patrono, le campane risuonano ad allegrezza, quando la piazza si riempie e il paese ritrova la sua “voce di Dio”.
“‘Ad allegrezza’ si suonava per annunciare importanti festività: il Santo Patrono, il Corpus Domini, l’Assunzione, l’Immacolata. Oggi, a Fano, questo modo di annunciare la festa è rimasto in uso soltanto per San Valentino, Patrono”.
Nello de Arcangelis, 1998
La campana è un idiofono a percussione battente, generalmente in bronzo, il cui suono nasce dall’urto di un pendolo metallico detto batacchio o battaglio contro le pareti interne dello strumento. Suono culturale comunitario per eccellenza, nell’Europa cristiana il rintocco delle campane ha codificato per secoli un vero e proprio linguaggio a distanza, capace di chiamare a raccolta (funzione centripeta) o di disperdere e segnalare (funzione centrifuga): annunciare le funzioni religiose, scandire le ore del giorno, avvertire dei pericoli, partecipare le morti. “Voce di Dio” per i contadini dell’Italia centrale, al suono del bronzo si è a lungo attribuito anche un potere antitempestario ed esorcistico contro fulmini, grandine e calamità.
A Fano Adriano, sul versante teramano del Gran Sasso, la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo custodisce sulla sua torre, datata al 1658, quattro diverse campane: la grossa, la mezzana, quella che accenna e quella a tocchetti, di peso e dimensioni differenti, accordato fra loro in Sol maggiore. La più antica, la grossa, fu rifusa nel 1760 e, secondo la tradizione, colata proprio in paese in una buca scavata a Piazza Prato; le altre furono rifuse tra il 1935 e il 1994, mentre la manutenzione dei meccanismi è oggi affidata ai fonditori molisani.
Il “linguaggio” delle campane di Fano Adriano è ricco e codificato. Ai quattro modi fondamentali di suonare – a tocco, a martello, a distesa e a fuoco – corrisponde un’ampia gamma di suonate dal significato preciso. A morto si suona dal basso, a tocchi e rintocchi, e si chiude con la sola campana grossa: due rintocchi per indicare una donna, tre per un uomo, in modo che l’intero paese sia al corrente del lutto; a fuoco si suonava facendo “girare” il batacchio lungo la parete interna, per segnalare la presenza di un incendio. E un tempo il risuonare del bronzo scandiva anche le ore della giornata: il Mattutino all’alba, “variando l’ora di stagione in stagione”, l’Angelus a mezzogiorno, che “annunciava l’ora di sosta”, la Ventunora, tre ore prima del crepuscolo, per richiamare quanti erano dispersi in montagna nelle attività quotidiane, la prima e la seconda Ave Maria, che invitavano la comunità al silenzio dopo il tramonto.
Molti di questi segnali riflettono la doppia anima del paese, insieme stanziale e transumante: Fano Adriano, fino alla prima metà del Novecento, era una comunità di proprietari di bestiame, di pastori e di coltivatori di alta quota, e gran parte degli uomini svernava con le greggi nell’Agro romano e in Puglia durante i mesi autunnali e invernali. Per tale ragione la festa del santo patrono del 14 febbraio, particolarmente sentita, veniva di fatto celebrata nuovamente all’inizio di settembre, prima della partenza dei transumanti; un’usanza che permane tuttora nel festeggiamento di una duplice ricorrenza, replicata l’ultima domenica di agosto e accompagnata dal suono immancabile delle campane a festa. Il momento culminante della celebrazione è la suonata ad allegrezza, riservata un tempo alle grandi solennità e oggi mantenuta in funzione proprio per la festa di San Valentino. Descritta con perizia e meticolosità di dettagli da Nello de Arcangelis nel suo saggio Il linguaggio delle campane dal IV al XIX secolo, è una suonata che richiede la cooperazione di diversi esecutori sulla torre campanaria e una perfetta sincronia, acquisita con l’esperienza e osservando i campanari più anziani in azione: si comincia con un tremolio dei batacchi contro le pareti delle campane, seguiti da successioni di battiti a martello (o a carillon) rigorosamente a tempo, alternati per cinque o sei volte al comando del campanaro della campana grossa; si passa quindi alla seconda parte, detta alla fratina, in cui la campana più grande viene lanciata a distesa – in dialetto abbendà, “lanciare” la campana – mentre le altre tre portano il tempo. Coordinare campane di peso diverso, badando al batacchio della grossa che oscilla avanti e indietro e con il quale è necessario sincronizzarsi, è impresa faticosa: durante l’esecuzione a distesa, in particolare, i campanari si danno spesso il cambio, cercando di non perdere l’andatura imposta alla suonata.
Accanto alla scampanata festiva, specularmente, sopravvive anche l’uso di “legare” le campane durante la Settimana Santa, dal Gloria del Giovedì Santo fino alla Veglia pasquale, sostituite un tempo dalla tric trac, un idiofono in legno e metallo a percussione diretta, azionato dai ragazzi per le vie del paese: “se non fossero legate – racconta de Arcangelis – le campane suonerebbero da sole, annunciando sventura per la morte del Cristo”.
A Fano Adriano, sul versante teramano del Gran Sasso, la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo custodisce sulla sua torre, datata al 1658, quattro diverse campane: la grossa, la mezzana, quella che accenna e quella a tocchetti, di peso e dimensioni differenti, accordato fra loro in Sol maggiore. La più antica, la grossa, fu rifusa nel 1760 e, secondo la tradizione, colata proprio in paese in una buca scavata a Piazza Prato; le altre furono rifuse tra il 1935 e il 1994, mentre la manutenzione dei meccanismi è oggi affidata ai fonditori molisani.
Il “linguaggio” delle campane di Fano Adriano è ricco e codificato. Ai quattro modi fondamentali di suonare – a tocco, a martello, a distesa e a fuoco – corrisponde un’ampia gamma di suonate dal significato preciso. A morto si suona dal basso, a tocchi e rintocchi, e si chiude con la sola campana grossa: due rintocchi per indicare una donna, tre per un uomo, in modo che l’intero paese sia al corrente del lutto; a fuoco si suonava facendo “girare” il batacchio lungo la parete interna, per segnalare la presenza di un incendio. E un tempo il risuonare del bronzo scandiva anche le ore della giornata: il Mattutino all’alba, “variando l’ora di stagione in stagione”, l’Angelus a mezzogiorno, che “annunciava l’ora di sosta”, la Ventunora, tre ore prima del crepuscolo, per richiamare quanti erano dispersi in montagna nelle attività quotidiane, la prima e la seconda Ave Maria, che invitavano la comunità al silenzio dopo il tramonto.
Molti di questi segnali riflettono la doppia anima del paese, insieme stanziale e transumante: Fano Adriano, fino alla prima metà del Novecento, era una comunità di proprietari di bestiame, di pastori e di coltivatori di alta quota, e gran parte degli uomini svernava con le greggi nell’Agro romano e in Puglia durante i mesi autunnali e invernali. Per tale ragione la festa del santo patrono del 14 febbraio, particolarmente sentita, veniva di fatto celebrata nuovamente all’inizio di settembre, prima della partenza dei transumanti; un’usanza che permane tuttora nel festeggiamento di una duplice ricorrenza, replicata l’ultima domenica di agosto e accompagnata dal suono immancabile delle campane a festa. Il momento culminante della celebrazione è la suonata ad allegrezza, riservata un tempo alle grandi solennità e oggi mantenuta in funzione proprio per la festa di San Valentino. Descritta con perizia e meticolosità di dettagli da Nello de Arcangelis nel suo saggio Il linguaggio delle campane dal IV al XIX secolo, è una suonata che richiede la cooperazione di diversi esecutori sulla torre campanaria e una perfetta sincronia, acquisita con l’esperienza e osservando i campanari più anziani in azione: si comincia con un tremolio dei batacchi contro le pareti delle campane, seguiti da successioni di battiti a martello (o a carillon) rigorosamente a tempo, alternati per cinque o sei volte al comando del campanaro della campana grossa; si passa quindi alla seconda parte, detta alla fratina, in cui la campana più grande viene lanciata a distesa – in dialetto abbendà, “lanciare” la campana – mentre le altre tre portano il tempo. Coordinare campane di peso diverso, badando al batacchio della grossa che oscilla avanti e indietro e con il quale è necessario sincronizzarsi, è impresa faticosa: durante l’esecuzione a distesa, in particolare, i campanari si danno spesso il cambio, cercando di non perdere l’andatura imposta alla suonata.
Accanto alla scampanata festiva, specularmente, sopravvive anche l’uso di “legare” le campane durante la Settimana Santa, dal Gloria del Giovedì Santo fino alla Veglia pasquale, sostituite un tempo dalla tric trac, un idiofono in legno e metallo a percussione diretta, azionato dai ragazzi per le vie del paese: “se non fossero legate – racconta de Arcangelis – le campane suonerebbero da sole, annunciando sventura per la morte del Cristo”.
Le occasioni e le tecniche
Germano Franciosi, voce.
Fano Adriano (TE), 18 dicembre 2012.
Registrazione di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Fano Adriano (TE), 18 dicembre 2012.
Registrazione di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Ad Allegrezza
Le campane scese dalla torre
La discesa delle campane dalla torre, effettuata per la necessità di rifondere la mezzana incrinata e sostituire i perni di legno che reggevano le travi con perni di ferro e relativi cuscinetti. Sotto le campane si riconoscono Angelina Franciosi, le sorelle Teresa e Alba Pavone.
Foto di Silvino Franciosi,
Fano Adriano (TE), 1953,
Archivio Famiglia Franciosi e Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Silvino Franciosi,
Fano Adriano (TE), 1953,
Archivio Famiglia Franciosi e Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Ad Allegrezza
Campana che accenna
Particolare della campana che accenna, ornata da un fregio a rilievo, con uno scorcio dell’abitato sottostante.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Fano Adriano (TE), 14 febbraio 2026,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Fano Adriano (TE), 14 febbraio 2026,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Ad Allegrezza
Alla campana grossa
Luigi Luciani detto “Bosco” mentre suona la campana grossa durante la festa estiva di San Valentino; in basso, nella piazza, la comunità riunita ad ascoltare.
Foto di Carlo Di Bonaventura,
Fano Adriano (TE), 26 agosto 2018,
Archivio Associazione I Grignetti.
Foto di Carlo Di Bonaventura,
Fano Adriano (TE), 26 agosto 2018,
Archivio Associazione I Grignetti.


Ad Allegrezza
Campanari in azione
Due campanari in azione sulla torre campanaria della chiesa dei Santi Pietro e Paolo durante la festa di San Valentino: in primo piano Battista Luciani mentre suona a distesa la campana grossa; in secondo piano, Giovanni Franco alla campana mezzana.
Foto di Luigi Guerrieri,
Fano Adriano (TE), 25 agosto 2019,
Archivio Guerrieri.
Foto di Luigi Guerrieri,
Fano Adriano (TE), 25 agosto 2019,
Archivio Guerrieri.


Ad Allegrezza
Alla campana piccola
Il campanaro Paolo Riccioni impegnato a suonare a martello, la campana piccola, impugnando il batacchio.
Foto di Luigi Guerrieri,
Fano Adriano (TE), 25 agosto 2019,
Archivio Guerrieri.
Foto di Luigi Guerrieri,
Fano Adriano (TE), 25 agosto 2019,
Archivio Guerrieri.
GUARDA IL VIDEO
La scampanata di San Valentino
La scampanata per la festa di San Valentino: dai rintocchi dal basso del campanile, con le lunghe funi, ad alcune delle fasi dall’alto della torre, con i campanari Giovanni Franco, Franco Di Pietro, Leonardo Rizzotti e Carlo Di Bonaventura che si danno il cambio per l’esecuzione a martello e durante la faticosa esecuzione a distesa, la fase detta ad allegrezza, in cui i rintocchi della campana lanciata, la grossa, si sincronizzano con il tempo battuto manualmente dal batacchio delle altre.
Fano Adriano (TE), 14 febbraio 2026.
Riprese di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Fano Adriano (TE), 14 febbraio 2026.
Riprese di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
A Fano Adriano l’arte campanaria è stata storicamente una competenza maschile, appresa per trasmissione diretta salendo fin da bambini sulla torre al seguito dei più esperti: “un’arte che si impara e si tramanda”, raccontava l’anziano campanaro Germano Franciosi, “non di padre in figlio, ma da cittadino più grande a cittadino più piccolo”. Si affina e si esercita suonando, per imitazione, ascoltando e osservando i gesti dei campanari, la dinamica interna delle suonate, il movimento del batacchio della campana grossa, quello della campana “lanciata” a distesa e il particolare sincronismo fra le quattro campane della torre. Oltre allo stesso Germano Franciosi, sono state figure importanti di questa tradizione il fotografo e campanaro Silvino Franciosi – a lungo l’unico capace di suonare a tocco la campana grossa –, insieme ai predecessori ricordati da Nello de Arcangelis, come “Valentino di Angeletta”, “Leone”, “Occhietto” e “Peppuccio”, fra i tanti che si sono succeduti nei decenni; attualmente, al vertice della trasmissione dell’arte esecutiva delle suonate di campane si possono annoverare Luigi Luciani detto “Bosco” e Franco Di Pietro, considerati i campanari più esperti e competenti, seguiti da un nucleo di suonatori di età variabile, fino a includere le generazioni più giovani.
Sul piano del riconoscimento, l’arte campanaria tradizionale (“Manual bell ringing”) è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO: nel 2022 su iniziativa della Spagna e, dal dicembre 2024, con l’estensione del riconoscimento all’Italia, dove la salvaguardia e la trasmissione di quest’arte – che comprende sia elementi materiali, come le campane, le celle campanarie e le incastellature, sia immateriali, come le tecniche, i gesti e il sapere dei campanari – sono promosse dalla Federazione Nazionale Suonatori di Campane, che ne ha coordinato la candidatura. In questa cornice la pratica di Fano Adriano si configura come un tassello locale di una tradizione oggi riconosciuta come patrimonio dell’umanità, alla quale la comunità fanese è fortemente legata. Rispetto ad altri centri della zona, la trasmissione appare in effetti relativamente più vitale: negli ultimi anni diversi giovani, comprese alcune ragazze, si sono avvicinati alle campane e hanno cominciato a suonare. L’uso resta tuttavia ormai circoscritto, di fatto, alle due ricorrenze festive di San Valentino, quella del 14 febbraio e la replica di fine agosto, mentre molte suonate funzionali di un tempo – la Ventunora, il Mattutino, il suono a fuoco – sono cadute in disuso.
Le documentazioni delle suonate con le campane effettuate in anni recenti a Fano Adriano dal musicista Francesco Duranti e l’accurata ricognizione fotografia realizzata, fra gli altri, da Luigi Guerrieri, unitamente alla documentazione autoprodotta in loco dagli stessi campanari e dalle associazioni del paese, testimoniano la vitalità della pratica e forniscono materiale utile per un percorso di salvaguardia; in tale direzione, di particolare importanza è il testo scritto da Nello de Arcangelis nel 1998, Il linguaggio delle campane dal IV al XIX secolo, che approfondisce tutti gli aspetti legati all’uso delle campane a Fano Adriano.
Sul piano del riconoscimento, l’arte campanaria tradizionale (“Manual bell ringing”) è stata iscritta nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO: nel 2022 su iniziativa della Spagna e, dal dicembre 2024, con l’estensione del riconoscimento all’Italia, dove la salvaguardia e la trasmissione di quest’arte – che comprende sia elementi materiali, come le campane, le celle campanarie e le incastellature, sia immateriali, come le tecniche, i gesti e il sapere dei campanari – sono promosse dalla Federazione Nazionale Suonatori di Campane, che ne ha coordinato la candidatura. In questa cornice la pratica di Fano Adriano si configura come un tassello locale di una tradizione oggi riconosciuta come patrimonio dell’umanità, alla quale la comunità fanese è fortemente legata. Rispetto ad altri centri della zona, la trasmissione appare in effetti relativamente più vitale: negli ultimi anni diversi giovani, comprese alcune ragazze, si sono avvicinati alle campane e hanno cominciato a suonare. L’uso resta tuttavia ormai circoscritto, di fatto, alle due ricorrenze festive di San Valentino, quella del 14 febbraio e la replica di fine agosto, mentre molte suonate funzionali di un tempo – la Ventunora, il Mattutino, il suono a fuoco – sono cadute in disuso.
Le documentazioni delle suonate con le campane effettuate in anni recenti a Fano Adriano dal musicista Francesco Duranti e l’accurata ricognizione fotografia realizzata, fra gli altri, da Luigi Guerrieri, unitamente alla documentazione autoprodotta in loco dagli stessi campanari e dalle associazioni del paese, testimoniano la vitalità della pratica e forniscono materiale utile per un percorso di salvaguardia; in tale direzione, di particolare importanza è il testo scritto da Nello de Arcangelis nel 1998, Il linguaggio delle campane dal IV al XIX secolo, che approfondisce tutti gli aspetti legati all’uso delle campane a Fano Adriano.






