Saperi tecnici e artigianali

Il formaggio delle donne

Lavorazione del pecorino a Farindola e in area vestina

A cavallo fra l’Alta Val Fino e l’Alta Valle del Tavo, tra Farindola e Arsita, risiede il cuore più vitale di creazione di un misterioso formaggio di pecora, che ha nel suino il suo secondo alleato. Sapienti mani femminili, con ininterrotta e delicata cura, governano il percorso del latte, dalla mungitura in stalla fino alla stagionatura delle forme nelle casere, su assi di legno, cosparse di olio e di aceto. Grazie allo stomaco del maiale in infusione nel vino locale il latte si addensa, e il formaggio che ne deriva ha il profumo delle erbe spontanee e la delicatezza di ingredienti unici al mondo.
“Questo è un formaggio fatto in ambito familiare, con molta cura, solo dalle donne, probabilmente perché erano contadini-pastori, non erano pastori, cioè il contadino aveva l’azienda con la presenza di venti, trenta animali massimo, non di più, e aveva però l’azienda, coltivava anche altre cose, lui si occupava della terra e la donna si occupava della mungitura, della trasformazione e della stagionatura del formaggio”.
Fiorenzo Sarto, 11 aprile 2024
Nel territorio dell’Alta Area Vestina, fra le province di Teramo e Pescara, si produce un formaggio unico nel suo genere, ricavato dall’inusuale connubio fra la pecora, prevalentemente di razza Pagliarola Appenninica allevata stabilmente nell’area e alimentata con erba e fieno locali, e il maiale domestico, il cui stomaco è utilizzato, assieme al vino montonico, per ottenere il caglio necessario alla coagulazione del latte.
Un atto notarile del 1500 relativo a una transazione commerciale registra ufficialmente la consegna di una “forma di pecorino ricevuta a Farindola” e specifica il punto di origine o di scambio a “cinque miglia da essa procedendo verso nord”, in direzione di Arsita.

Da tale attestazione trae spunto l’attuale nome del formaggio, chiamato di conseguenza “pecorino di Farindola”. Ma è in un successivo documento del 1504 conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, relativo alla numerazione dei fuochi (il censimento delle famiglie a fini fiscali) e redatto durante il periodo del viceregno spagnolo, che sono attestate per la prima volta l’importanza economica del formaggio pecorino dell’area vestina, “molto apprezzato” localmente e oggetto principale degli scambi nei mercati di Penne e di Loreto Aprutino, e la presenza di un vasto patrimonio ovino legato alla particolare estensione dei pascoli demaniali, di cui Farindola rappresentava il centro più importante e popoloso fra quelli censiti. Il documento è rilevante anche per la descrizione della struttura sociale dell’area che ne emerge, dalla quale deriva un modello di produzione rimasto invariato per molti secoli.

In tale contesto, mentre gli uomini risultavano impegnati per buona parte dell’anno nella transumanza verticale, nella gestione delle greggi al pascolo e nel lavoro dei campi, alle donne era affidato il delicato compito di curare la produzione del formaggio, dalla mungitura alla caseificazione, fino alla stagionatura, alla conservazione e alla vendita, facendone una competenza sostanzialmente esclusiva che ha poi determinato la definizione di “formaggio delle donne” attribuita al cacio vestino, poiché trasmesso di madre in figlia all’interno del nucleo familiare.

È uno dei più importanti scrittori di agricoltura dell’antichità, Lucio Giunio Moderato Columella (4 d.C.-70 d.C. circa), a riferire nel De Re Rustica l’uso di coagulanti vegetali o di altri animali, alternativi all’agnello, nella produzione di formaggi appenninici. Questa autorevole testimonianza è la base scientifica che giustifica un nesso concreto con la sopravvivenza della tecnica del caglio di maiale nell’area vestina, anche se non è possibile ricondurla direttamente al Caseus Vestinus citato da Plinio il Vecchio, Marziale e Apicio e descritto come un formaggio particolarmente apprezzato dai romani dell’Urbe del I secolo d.C.Fra le mani di Luciana Cianchi e Morena Astolfi, a Roccafinadamo di Penne, la cagliata è rotta con pazienza in piccoli grani, per essere poi spremuta nelle fiscelle fino a prendere forma cilindrica e passare, nei giorni successivi, alle ulteriori fasi di lavorazione.

Ad Arsita, in contrada Pantane, le pecore di Fiorenzo Sarto brucano placidamente l’erba attorno all’azienda. È proprio il diversificato e ricco pascolo delle pecore in montagna, fra ginestrino, luminello e altre erbe spontanee, a dare oggi al pecorino il suo caratteristico sapore, mai esageratamente piccante, neppure dopo una prolungata stagionatura, che può spingersi fino a circa un anno e mezzo, accompagnata dalla periodica oliatura della crosta per proteggerla dai parassiti, evitarne l’eccessiva fessurazione e regolarne la traspirazione. Come afferma il produttore Fiorenzo Sarto di Arsita, “una volta che l’asciugatura è arrivata all’inceratura, la prima inceratura, quindi che assume una certa consistenza, si iniziano i processi di stagionatura vera e propria, si fa la prima ungitura con l’olio, l’olio di casa, l’olio d’oliva che si produce a casa, e nel periodo più caldo ci si mette olio e aceto”. Così avviene nell’intera area di produzione, che ha tuttora in Farindola il suo centro propulsore.

La storia del pecorino di Farindola

Fiorenzo Sarto, voce.

Contrada Pantane, Arsita (TE), 11 aprile 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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Il formaggio delle donne
Stagionatura
Forme di pecorino in fase di stagionatura.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Contrada Paglierone, Roccafinadamo di Penne (PE), 11 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Il formaggio delle donne
Mungitura d’epoca
Il pastore e produttore di pecorino Raffaele Astolfi con la madre durante la mungitura all’aperto, in un manifesto pubblicitario affisso all’interno dell’azienda.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Contrada Paglierone, Roccafinadamo di Penne (PE), 11 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Il formaggio delle donne
Oliatura
Luciana Cianchi e Morena Astolfi si occupano della fase di oliatura periodica delle forme con olio extra-vergine di oliva e aceto, fondamentale per proteggere la crosta dai parassiti, evitarne l’eccessiva fessurazione e regolarne la traspirazione.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Contrada Paglierone, Roccafinadamo di Penne (PE), 11 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Il formaggio delle donne
Messa in forma e spurgo del siero
Luciana Cianchi e Morena Astolfi durante la fase di inserimento della pasta cagliata negli stampi (fiscelle), dove viene pressata e rivoltata più volte per eliminare il siero in eccesso e conferire la forma cilindrica tipica al formaggio.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Contrada Paglierone, Roccafinadamo di Penne (PE), 11 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Il formaggio delle donne
Fiscelle
Alcune fiscelle tradizionalmente usate per la pressatura e la scolatura dei residui liquidi delle forme di pecorino fresche.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Contrada Pantane, Arsita (PE), 11 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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La caseificazione del pecorino

Luciana Cianchi e Morena Astolfi mostrano alcuni passaggi della caseificazione del pecorino, dalla rottura della cagliata alla pressatura, scolatura (sgrondo) e formatura nelle fiscelle.

Contrada Paglierone, Roccafinadamo di Penne (PE), 11 aprile 2024.
Riprese di Marco Magistrali, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

La continuità della produzione del pecorino dell’area vestina è stata affidata nei secoli alla trasmissione diretta all’interno di pochi nuclei familiari del territorio, che ne hanno tramandato le particolari modalità quasi esclusivamente per il proprio consumo o come prodotto di scambio in una circoscritta area, facente capo ai vicini mercati di Penne e di Loreto Aprutino. La conservazione di tale originale produzione, fondata sull’utilizzo del caglio di maiale, è stata da sempre vincolata alla diffusione complementare di una duplice tipologia di allevamento: quella degli ovini, grazie alla disponibilità di pascoli particolarmente estesi in tutta la porzione meridionale del versante orientale del Gran Sasso, e quella dei suini, tradizionalmente allevati per il consumo domestico da gran parte delle famiglie contadine della zona. In tale contesto, è proprio lo specifico assetto produttivo di tipo misto, agricolo e pastorale, di piccolo allevamento, ad aver consentito la conservazione dei saperi connessi alla sua lavorazione attraverso una ben demarcata divisione del lavoro fra le donne, impegnate nella mungitura del bestiame domestico, nella caseificazione e nella stagionatura del formaggio, e gli uomini, occupati maggiormente nei lavori agricoli e nelle attività di pascolo, tosatura e produzione del foraggio, come sottolineano gli studi compiuti da Sandra Manes. Proprio in virtù di questa sostanziale separazione dei ruoli nelle piccole aziende a conduzione familiare, il pecorino vestino è stato nel tempo definito “il formaggio delle donne”, le cui competenze erano e sono pertanto tuttora trasmesse prevalentemente di madre in figlia.

Nel Dopoguerra e fin verso gli anni Novanta del secolo scorso, a causa dell’emigrazione e del progressivo spopolamento del territorio montano, la produzione si era man mano ridotta fino quasi ad arrestarsi, tramandata solo all’interno di pochi nuclei familiari. Al fine di salvaguardare e rilanciare tutto l’ecosistema da cui il prodotto nasce, dall’ambiente, agli animali, alla tradizione casearia, grazie all’iniziativa del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga e di Slow Food è nato nell’estate del 2001 il Presidio del “Pecorino di Farindola”, dal cui immediato successo è sorto nel 2002 il Consorzio di Tutela del Pecorino di Farindola, fondato unitamente allo stesso Parco da una serie di aziende che si sono congiuntamente impegnate a tutelare e a valorizzare il pecorino “attraverso il mantenimento delle antiche prerogative dell’arte casearia locale, del sistema di allevamento degli animali, della localizzazione dei produttori sul territorio”, occupandosi anche degli aspetti promozionali e con l’obiettivo ulteriore di facilitarne la commercializzazione. Oltre alla contestuale elaborazione di un Disciplinare di Produzione, il Consorzio ha anche definito e delimitato l’areale di produzione a nove comuni dell’area del Gran Sasso orientale dove la trasmissione delle tecniche produttive era da sempre attestata: Arsita, Bisenti, Carpineto della Nora, Castelli, Civitella Casanova, Farindola, Montebello di Bertona, Penne, Villa Celiera, fra le province di Teramo e Pescara.

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