Espressioni orali e linguistiche
Cantare aunitë
Le “arie” da lavoro agricolo a Farindola
Nelle contrade rurali che sovrastano Farindola, alle falde orientali del Gran Sasso, il canto e il lavoro agricolo formano un’unità indivisibile. Bambina Miraglia ricorda la madre Maria Salzetta, maestra di canto contadino, e le squadre di donne e di uomini del secolo scorso che accompagnavano le fatiche della mondatura del grano, della mietitura e della raccolta delle olive cantando insieme, sotto il sole primaverile ed estivo o con i primi freddi dell’autunno. Diverse erano le arie con cui gli stornelli erano intonati, una melodia per ogni tipo di lavoro nei campi, per esprimere attraverso il canto le emozioni e i sentimenti in prima persona: “nel tuo petto il sole ci balla, la luna ce la fa la ssaldarellë”.
“Cantavo con la generazione di mamma, con quelle più anziane ancora, le più giovani, le più piccole, perché l’età poi cresce, però prima cantavano quasi tutti quanti, poche persone c’erano che non riuscivano a cantare. Prima c’erano i confini delle terre, una persona stava a fatica qua, l’altra a quest’altro campo, cercavano di avvicinarsi e cantavano uniti, lo stesso canto; e quello era il bene che si volevano le persone, ci stava la fame però ci stava la fratellanza nel frattempo”.
Bambina Miraglia, 21 maggio 2013
Nella comunità di Farindola, nelle sue contrade e frazioni pedemontane poste nell’Alta Valle del Tavo, le squadre di donne e di uomini cantavano durante i lavori in campagna, compiuti in buona parte a mano o con l’ausilio della sola trazione animale prima della meccanizzazione dell’agricoltura, affermatasi progressivamente nel corso della seconda metà del Novecento. In seguito alle radicali trasformazioni avvenute nelle modalità di lavoro e a causa del progressivo abbandono del territorio da parte dei suoi abitanti, in cerca di diverse condizioni di impiego più a valle, hanno man mano cessato di esistere anche queste forme culturali sedimentate nei secoli, in cui la fatica era alleviata dal canto inteso quale strumento di dialogo e di comunicazione, di distensione delle relazioni sociali, di corteggiamento e di espressione delle emozioni attraverso l’articolazione di versi poetici, spesso improvvisati, e l’educazione di voci potenti e penetranti, con cui coprire anche grandi distanze fra squadre di contadini.
I repertori di canto legati al lavoro agricolo sono quelli di più antica sedimentazione e di maggiore persistenza nella memoria delle persone, sebbene non siano più in funzione da almeno un quarantennio. E sono anche i canti che presentano i tratti musicali più arcaici, fra quelli tuttora diffusi e ricordati presso le comunità rurali del Gran Sasso orientale. Bambina Miraglia, ricordando la sua partecipazione in gioventù ai lavori agricoli e la competenza canora delle donne che accompagnavano la sua esistenza di allora, come la madre Maria Salzetta, maestra del canto contadino, classifica le arie da lavoro – le specifiche melodie – in tre tipologie principali intimamente legate al ciclo agricolo annuale: le arie per la mondatura del grano, eseguite mentre si estirpavano a mano le piante infestanti nei caldi mesi primaverili, le arie di mietitura, durante l’estate, quelle per la raccolta delle olive, in autunno, che possono a loro volta avere al proprio interno diverse modalità di esecuzione, di organizzazione melodica, di struttura armonica e di andamento ritmico, di versificazione e di contenuto testuale.
Per Bambina Miraglia, cantare aunitë – uniti, insieme – era un modo di esprimere “il bene che si volevano le persone” attraverso un modo peculiare di elaborare gli stornelli sulle arie da lavoro, concepiti per essere cantati all’aperto, a voce stesa, e intonati con una emissione vocale particolarmente forte e sforzata, fondata su un complesso utilizzo delle risonanze della testa e delle cavità facciali. “Saper cantare li sturnillë, chiamati anche canzunë, – sostiene l’etnomusicologo Marco Magistrali, che se ne è lungamente occupato – significa non solo conoscerne tanti e usarli al momento giusto ma anche saper modulare la voce arricchendo lo schema musicale modale con fioriture d’abbellimento e allungare gli appoggi della melodia spingendo la voce lontano”. Non di rado, le arie da lavoro assumevano una forma polivocale: quella in cui due linee melodiche, lu addë e lu bbassë – l’alto e il basso –, si allungano nelle finali di ogni verso sospendendo la pulsazione ritmica data dalle sillabe, creando così un suggestivo e prolungato impasto sonoro.
Sturnillë a ccojë la livë
Macchie di Farindola (PE), 11 dicembre 1998.
Registrazione di Marco Magistrali,
Archivio Marco Magistrali e Associazione Altofino.
Ascolta il brano


Cantare aunitë
Giulia Gamba
Archivio Miraglia-Lanesi,
Macchie di Farindola (PE), anni Settanta del XX secolo.


Cantare aunitë
Bambina Miraglia in campagna
Archivio Miraglia-Lanesi,
Macchie di Farindola (PE), anni Sessanta del XX secolo.


Cantare aunitë
Bambina Miraglia
Archivio Miraglia-Lanesi,
Macchie di Farindola (PE), fine anni Ottanta del XX secolo.


Cantare aunitë
Una scampagnata
Archivio Miraglia-Lanesi,
Macchie di Farindola (PE), fine anni Novanta del XX secolo.


Cantare aunitë
I canti registrati
Foto di Marco Magistrali,
Macchie di Farindola (PE), primavera 1992,
Archivio Magistrali.
GUARDA IL VIDEO
Canto per la mondatura del grano
Macchie di Farindola (PE), 21 maggio 2013.
Riprese di Marco Magistrali, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
Nella seconda metà del Novecento sono radicalmente cambiate le modalità del lavoro agricolo, con l’avvento della meccanizzazione e il progressivo abbandono delle aree interne, venendo meno, di conseguenza, anche le particolari forme di socialità che ne erano alla base, come la pratica del canto durante le attività di raccolta delle olive, di mietitura e di mondatura del grano e dei repertori correlati. Si tratta pertanto di canti che non vengono attualmente più intonati in contesto né appresi dalle generazioni più giovani. È un tipo di repertorio praticato in passato soprattutto da parte delle donne, ereditato per trasmissione diretta e in funzione, durante gli stessi lavori agricoli e relazionandosi con le più anziane, o anche esercitandosi liberamente con le coetanee.
Nel territorio del Comune di Farindola, in particolare nelle frazioni e nelle contrade rurali, si sono susseguiti progetti di ricerca, documentazioni dirette e attività laboratoriali che hanno permesso la registrazione dei repertori, di pertinenza soprattutto delle famiglie contadine e di eredità contadina, mantenendo viva la memoria con sessioni di registrazione e la partecipazione a numerosi incontri e manifestazioni. Le ricerche, condotte dagli etnomusicologi Marco Magistrali, Carlo Di Silvestre e Domenico Di Virgilio, hanno portato alla pubblicazione di volumi e di documenti sonori in CD, alla realizzazione di allestimenti museali come il Centro “Rondilà” di Arsita, curato da Marco Magistrali e Gianfranco Spitilli, o il Centro Etnomusicologico d’Abruzzo di Pineto, a cura di Carlo Di Silvestre, alla produzione di una ingente documentazione in parte diffusa attraverso archivi digitali come l’Abruzzo Digital Archive o consultabili sul posto presso gli stessi centri culturali e presso il Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara.
Maria Salzetta e Bambina Miraglia, in particolare, hanno permesso almeno in parte di trasmettere la ricchezza del loro straordinario repertorio, con la loro disponibilità a condividerlo e a darne testimonianza a quanti nei decenni ne hanno fatto richiesta, rievocando anche gli specifici contesti in cui lo stesso era normalmente eseguito.


