Saperi tecnici e artigianali
Il biscotto che vola
La preparazione degli “uccelletti” a Tossicia
Mentre cresce l’attesa per la festa di Sant’Antonio abate e le famiglie si apprestano all’accensione del falò e ad accogliere i gruppi questuanti che portano di casa in casa il canto rituale in onore del santo, nelle cucine delle case del paese e in quelle delle frazioni e delle contrade rurali le donne iniziano la preparazione degli “uccelletti”, i tradizionali cellittë di Sant’Antonio. Il grazioso biscotto a forma di uccello, con le ali distese sul corpo e il ventre ripieno di marmellata d’uva, segna l’attesa della festa imminente, offerto con gesto augurale agli ospiti e ai cantori in visita.
“Li facciamo da sempre, questa è una ricetta antica, a me l’ha insegnata la mamma, si chiamava Domenica, la chiamavano Mimì, da lei ho preso questa abitudine. C’è chi li fa più belli, ci sono certi che sembrano proprio uccelletti veri”.
Anna Largo, 29 gennaio 2024
Gli “uccelletti” di Sant’Antonio abate, detti li cellittë nel dialetto locale, sono biscotti a forma di uccellini con le ali stilizzate e distese sul corpo, a forma di mezzaluna, prodotti in quantità nelle famiglie e la cui preparazione è in genere affidata alle donne e trasmessa alle generazioni successive per linea femminile, di madre in figlia. Realizzati in pasta secca, con farine, olio e vino bianco o, talvolta, anche con le uova, sono tradizionalmente ripieni di marmellata d’uva semplice o “condita” (con cannella, scorza di limone, mandorle sminuzzate e tostate, cacao), anche se si assiste con sempre maggiore frequenza alla sua sostituzione con marmellata di mele o di altri tipi di frutta. L’occhio dell’uccellino può essere marcato da una perla argentata per dolci, da una goccia di cioccolato o, nelle versioni più legate alle ricette originarie, da un pezzetto di mandorla, da un chicco di caffè o di pepe nero.
La loro preparazione si innesta sulla pratica rituale della questua cantata in onore di Sant’Antonio abate, quando gruppi di suonatori e cantori percorrono i vicoli del paese nei giorni precedenti il 17 gennaio, le frazioni e le contrade rurali per portare nelle case i canti in onore del santo e celebrare al contempo i rapporti di parentela e di vicinato, le amicizie, i legami e le alleanze sociali che formano il tessuto della comunità.
Dalle capillari ricerche svolte dall’antropologa Annunziata Taraschi in tutta l’area del comune di Tossicia e, più ampiamente, nella Valle Siciliana, in quella del Mavone e del Vomano, fino alle pendici del Gran Sasso, emerge una radicata attestazione della preparazione degli “uccelletti” in ambito domestico, come bene alimentare di scambio con i gruppi questuanti ma anche quale semplice dolce celebrativo della ricorrenza festiva, per il consumo della casa e per offrirlo a parenti e ad amici in visita o a quanti sono impegnati nella realizzazione della catasta di legna per il fuoco di Sant’Antonio. Accogliere le squadre in cammino è un onore per le famiglie ospitanti e viene concesso sempre un rinfresco, oltre a beni alimentari da portare con sé e che i cantori condividono al termine della questua: salsicce, lonze, formaggi e, talvolta, galli, conigli e altri animali vivi, assieme agli immancabili “uccelletti”, consumati sul posto o messi da parte nel cesto delle offerte come dono per i propri familiari.
La preparazione del particolare dolce trova rispondenza nella dimensione agiografica e nelle relative trasposizioni visive della vita del santo e degli episodi significativi della sua esistenza terrena. Nella gran parte delle iconografie diffuse attraverso i santini devozionali, le piccole immagini sacre circolanti a partire dal XVII secolo, Sant’Antonio abate appare circondato da animali domestici, ai quali è esteso il suo molteplice protettorato. Nel cielo che sovrasta la scena appaiono spesso uno o più uccelli in volo, la cui presenza può essere spiegata attraverso un episodio narrato nella Vita di San Paolo Primo Eremita trasmessa da San Girolamo, redatta nella seconda metà IV secolo: quello del celebre incontro fra San Paolo, da decenni isolato in eremitaggio e nutrito quotidianamente da un corvo che gli portava il pane, e Sant’Antonio abate, che lo andò a trovare nel deserto della Tebaide, in Egitto.
Nella circostanza della visita, mentre i due eremiti conversavano, per onorare l’arrivo dell’ospite il corvo portò loro una doppia razione di pane; lo riferisce lo stesso San Paolo nella trasposizione medievale dell’incontro operata da Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea, in cui compaiono nuovi particolari della vicenda: alla morte di Paolo, Antonio vide l’anima dell’eremita salire al cielo “in forma di colomba” o circondata da angeli, introducendo un ulteriore elemento volatile dal forte valore simbolico. L’episodio ha radicato l’immagine dell’uccello come messaggero divino che provvede al sostentamento del santo nel deserto, ma anche come rappresentazione dei santi contemplativi, che si elevano spiritualmente dalle cose terrene attraverso la preghiera e l’ascesi.
In altre leggende diffuse in ambito popolare Sant’Antonio abate, recatosi all’inferno per rubare il fuoco e donarlo agli uomini, fu aiutato da creature volatili a distrarre i demoni, come ricordano i piccoli tagli che talvolta sono tracciati sui biscotti e che sembrano rievocare piume ma anche fiamme, celebrando così la vittoria del fuoco e della luce sul buio dell’inverno. E non è un caso se tali rappresentazioni volatili si ripetano in funzione devozionale a fianco al santo su una moltitudine di supporti, come i carri agricoli o le ceramiche decorate.
Sul piano concreto della pratica rituale l’incontro fra San Paolo Eremita e Sant’Antonio abate sembra tradursi in maniera diversificata e sorprendente: se la squadra dei cantori questuanti ripropone di fatto il gruppo degli eremiti guidati da Sant’Antonio (colui che nel gruppo indossa il saio), la prossimità calendariale fra i due santi, festeggiati rispettivamente il 15 e il 17 gennaio, fa coincidere l’attività di questua cantata con il periodo di celebrazione dello stesso San Paolo. E così come il corvo onorò la presenza del santo in visita nutrendo entrambi, i doni principali offerti a “Sant’Antonio” e agli “eremiti” itineranti all’interno delle case sono proprio i biscotti a forma di uccello, li cellittë, elementi centrali dell’ospitalità e dell’augurio di vita e provvidenza di cui sono portatori.
La loro preparazione si innesta sulla pratica rituale della questua cantata in onore di Sant’Antonio abate, quando gruppi di suonatori e cantori percorrono i vicoli del paese nei giorni precedenti il 17 gennaio, le frazioni e le contrade rurali per portare nelle case i canti in onore del santo e celebrare al contempo i rapporti di parentela e di vicinato, le amicizie, i legami e le alleanze sociali che formano il tessuto della comunità.
Dalle capillari ricerche svolte dall’antropologa Annunziata Taraschi in tutta l’area del comune di Tossicia e, più ampiamente, nella Valle Siciliana, in quella del Mavone e del Vomano, fino alle pendici del Gran Sasso, emerge una radicata attestazione della preparazione degli “uccelletti” in ambito domestico, come bene alimentare di scambio con i gruppi questuanti ma anche quale semplice dolce celebrativo della ricorrenza festiva, per il consumo della casa e per offrirlo a parenti e ad amici in visita o a quanti sono impegnati nella realizzazione della catasta di legna per il fuoco di Sant’Antonio. Accogliere le squadre in cammino è un onore per le famiglie ospitanti e viene concesso sempre un rinfresco, oltre a beni alimentari da portare con sé e che i cantori condividono al termine della questua: salsicce, lonze, formaggi e, talvolta, galli, conigli e altri animali vivi, assieme agli immancabili “uccelletti”, consumati sul posto o messi da parte nel cesto delle offerte come dono per i propri familiari.
La preparazione del particolare dolce trova rispondenza nella dimensione agiografica e nelle relative trasposizioni visive della vita del santo e degli episodi significativi della sua esistenza terrena. Nella gran parte delle iconografie diffuse attraverso i santini devozionali, le piccole immagini sacre circolanti a partire dal XVII secolo, Sant’Antonio abate appare circondato da animali domestici, ai quali è esteso il suo molteplice protettorato. Nel cielo che sovrasta la scena appaiono spesso uno o più uccelli in volo, la cui presenza può essere spiegata attraverso un episodio narrato nella Vita di San Paolo Primo Eremita trasmessa da San Girolamo, redatta nella seconda metà IV secolo: quello del celebre incontro fra San Paolo, da decenni isolato in eremitaggio e nutrito quotidianamente da un corvo che gli portava il pane, e Sant’Antonio abate, che lo andò a trovare nel deserto della Tebaide, in Egitto.
Nella circostanza della visita, mentre i due eremiti conversavano, per onorare l’arrivo dell’ospite il corvo portò loro una doppia razione di pane; lo riferisce lo stesso San Paolo nella trasposizione medievale dell’incontro operata da Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea, in cui compaiono nuovi particolari della vicenda: alla morte di Paolo, Antonio vide l’anima dell’eremita salire al cielo “in forma di colomba” o circondata da angeli, introducendo un ulteriore elemento volatile dal forte valore simbolico. L’episodio ha radicato l’immagine dell’uccello come messaggero divino che provvede al sostentamento del santo nel deserto, ma anche come rappresentazione dei santi contemplativi, che si elevano spiritualmente dalle cose terrene attraverso la preghiera e l’ascesi.
In altre leggende diffuse in ambito popolare Sant’Antonio abate, recatosi all’inferno per rubare il fuoco e donarlo agli uomini, fu aiutato da creature volatili a distrarre i demoni, come ricordano i piccoli tagli che talvolta sono tracciati sui biscotti e che sembrano rievocare piume ma anche fiamme, celebrando così la vittoria del fuoco e della luce sul buio dell’inverno. E non è un caso se tali rappresentazioni volatili si ripetano in funzione devozionale a fianco al santo su una moltitudine di supporti, come i carri agricoli o le ceramiche decorate.
Sul piano concreto della pratica rituale l’incontro fra San Paolo Eremita e Sant’Antonio abate sembra tradursi in maniera diversificata e sorprendente: se la squadra dei cantori questuanti ripropone di fatto il gruppo degli eremiti guidati da Sant’Antonio (colui che nel gruppo indossa il saio), la prossimità calendariale fra i due santi, festeggiati rispettivamente il 15 e il 17 gennaio, fa coincidere l’attività di questua cantata con il periodo di celebrazione dello stesso San Paolo. E così come il corvo onorò la presenza del santo in visita nutrendo entrambi, i doni principali offerti a “Sant’Antonio” e agli “eremiti” itineranti all’interno delle case sono proprio i biscotti a forma di uccello, li cellittë, elementi centrali dell’ospitalità e dell’augurio di vita e provvidenza di cui sono portatori.
Le ricette e l’uso
Anna Largo e Adua Taraschi, voci.
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024.
Registrazione di Gianfranco Spitilli,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024.
Registrazione di Gianfranco Spitilli,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Ascolta il brano


Il biscotto che vola
Anna Largo
Anna Largo durante la preparazione degli “uccelletti”.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Il biscotto che vola
La preparazione dell’impasto
Un momento della preparazione dell’impasto di Anna Largo.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Il biscotto che vola
La farcitura
La fase della farcitura con la marmellata d’uva “condita”.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Il biscotto che vola
Prima della cottura
Un “uccelletto” prima della cottura nel forno.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Il biscotto che vola
Gli “uccelletti”
Gli “uccelletti” di Sant’Antonio abate appena sfornati e decorati.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
GUARDA IL VIDEO
La preparazione degli “uccelletti”
Anna Largo mostra la preparazione degli “uccelletti” e le varie fasi della loro lavorazione, presso un’abitazione del centro storico di Tossicia.
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024.
Riprese di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Tossicia (TE), 29 gennaio 2024.
Riprese di Gianfranco Spitilli, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La produzione degli uccelletti per la festa di Sant’Antonio abate è diffusa in tutta la provincia teramana, particolarmente nelle zone rurali, strettamente vincolata alla tradizione del canto di questua. Nel territorio di Tossicia gli uccelletti erano in passato una pratica usuale, presente in quasi tutte le case quando era d’abitudine l’utilizzo del forno a legna. Attualmente la tradizione è mantenuta da alcune anziane del paese e delle diverse frazioni, dove sono prodotti più che nel capoluogo, secondo quanto testimoniato da Adua Taraschi: Chiarino, Flamignano, Tozzanella, per riferire alcune fra le tante frazioni e contrade rurali in cui si continuano a confezionare nei giorni che precedono la festività di Sant’Antonio abate. Oggi gli uccelletti sono prodotti prevalentemente dai forni, anche al di fuori del periodo canonico, e molte persone preferiscono acquistarli.
Non sono attestati interventi specifici di salvaguardia, ma la trasmissione degli usi festivi legati alla ricorrenza di Sant’Antonio abate (accensione del fuoco e questua rituale) favorisce la continuità della pratica in ambito domestico. Le iniziative e l’impegno dell’Associazione Toxicum nel portare avanti le tradizioni locali legate al culto di Sant’Antonio abate funge inoltre da stimolo e supporto anche alla produzione degli uccelletti.
Significative appaiono le capillari ricerche compiute nell’ultimo ventennio da Annunziata Taraschi in tutto il territorio di Tossicia e in quello più ampio della provincia di Teramo, in area collinare e montana, relative al culto di Sant’Antonio abate, che hanno contribuito alla rivivificazione delle pratiche ad esso connesse e alla trasmissione della preparazione degli uccelletti all’interno delle famiglie.
Non sono attestati interventi specifici di salvaguardia, ma la trasmissione degli usi festivi legati alla ricorrenza di Sant’Antonio abate (accensione del fuoco e questua rituale) favorisce la continuità della pratica in ambito domestico. Le iniziative e l’impegno dell’Associazione Toxicum nel portare avanti le tradizioni locali legate al culto di Sant’Antonio abate funge inoltre da stimolo e supporto anche alla produzione degli uccelletti.
Significative appaiono le capillari ricerche compiute nell’ultimo ventennio da Annunziata Taraschi in tutto il territorio di Tossicia e in quello più ampio della provincia di Teramo, in area collinare e montana, relative al culto di Sant’Antonio abate, che hanno contribuito alla rivivificazione delle pratiche ad esso connesse e alla trasmissione della preparazione degli uccelletti all’interno delle famiglie.




