Riti e pratiche sociali

Se mi dai ‘na salsiccia

La questua di Sant’Antonio abate a Tossicia

Di casa in casa, percorrendo gli stretti vicoli del paese, la squadra dei questuanti porta i suoi canti devozionali all’imbrunire. Entra nelle abitazioni, saluta chi li accoglie, narra attraverso la musica le storie di Sant’Antonio abate, il potente protettore delle stalle e degli animali domestici, venerato dai contadini. Il fuoco del camino o il calore di un rinfresco riscaldano ogni incontro, vino e biscotti aiutano i girovaghi a proseguire i loro itinerari fino a notte fonda.
“A Tossicia c’erano famiglie benestanti, più di qualche famiglia, però i santantoniari passavano più presso le famiglie contadine, dove prendevano anche i polli, per questua, prendevano le uova; la gente più comune era più socievole, più espansiva…davano di più”.
Armando Taraschi, 29 gennaio 2024
L’uso rituale della questua cantata in onore di Sant’Antonio abate richiama alcuni elementi della sua biografia, trasmessa da Sant’Atanasio. Nato nel 251 a Koma, in Egitto, e morto a Quolzoum nel 356, il 17 gennaio, all’età di centocinque anni, Antonio conduceva una vita eremitica in luoghi isolati, nutrendosi grazie a offerte alimentari; la sua lotta contro i rumorosi demoni avveniva con l’aiuto del canto e della preghiera. Era inoltre considerato un potente taumaturgo, in grado di guarire da gravi malattie e di liberare dalla possessione diabolica.

L’ordine degli Antoniani fu ufficialmente fondato in Occidente nel 1297, ma l’attività di religiosi ispirati al santo egiziano era radicata già da tempo: i suoi seguaci erano specializzati nella cura dell'ergotismo e nel soccorso ai poveri, accolti in fondazioni e ospedali. Vivevano di questua e allevamento di maiali pubblici – nutriti dall’intera comunità –, per il mantenimento delle strutture e delle terapie a base di grasso di suino. Ammalati e maiali erano annunciati da campanelli, al pari dei suonatori che girano per la questua con un campanello, fissato alla sommità di un bastone.

La squadra questuante odierna ripropone inoltre l’immagine del gruppo di eremiti al seguito del santo, o quello degli Antoniani in questua per raccogliere i beni da destinare ai poveri e agli ammalati. Il canto e la musica sono gli strumenti che conferiscono potenza al rituale: secondo le credenze locali purificano i luoghi dalle influenze negative, così come per Sant’Antonio abate erano gli strumenti per sconfiggere il Demonio.
La devozione verso il santo, riconfigurata nell’ambito del cattolicesimo rurale, ne celebra i particolari attributi il 17 gennaio, veicolando una duplice protezione rituale: degli animali domestici (soprattutto del maiale) e contro le malattie (la peste, lo scorbuto e, appunto, l’herpes zoster).

Nell’area del Gran Sasso e dei Monti della Laga sono attestate diverse forme cerimoniali, dalla questua cantata all’interpretazione di sacre rappresentazioni, dall’accensione di fuochi alla benedizione degli animali sul sagrato delle chiese.
A Tossicia, antica capitale della Valle Siciliana, la questua cantata itinerante è praticata nel corso della settimana che precede la festa, quando una squadra di suonatori del posto si muove fra le case del paese per celebrare oltre al santo i rapporti di parentela e di vicinato, le amicizie, i legami e le alleanze sociali che formano il tessuto della comunità, e per raccogliere offerte destinate a sostenere parte delle spese per la realizzazione della catasta e l’accensione del fuoco. Accogliere le squadre in cammino è un onore e viene offerto sempre un rinfresco, assieme a beni alimentari da portare via: salsicce, lonze, formaggi, biscotti, – i tradizionali cellittë –, e, talvolta, galli, conigli e altri animali vivi.

Attentamente analizzata da Annunziata Taraschi nelle sue ricerche etnografiche di lungo periodo, la questua di Tossicia è il frutto di un recupero avvenuto in tempi recenti, mentre non si è mai interrotta la tradizione di altri gruppi itineranti, provenienti dal circondario e dalle vallate vicine, di percorrere anche le strade del paese e delle zone rurali del territorio per compiere il proprio giro cantato.

Nei ricordi degli anziani le questue del passato si svolgevano fra gruppi di amici con strumenti poveri come la crallë (raganella) o dei piccoli campanelli: le squadre di bambini percorrevano i vicoli del vicinato e ricevevano in dono fichi secchi (li carginë) e qualche salsiccia; i più grandi si muovevano fra il paese e le frazioni o le contrade, erano in genere capeggiati da una figura che incarnava Sant’Antonio, con il saio e una lunga barba posticcia e recuperavano nei loro itinerari i vari prodotti della macellazione del maiale ma anche polli, conigli, formaggi, uova. A entrambe le tipologie di squadre, bambini e adulti, venivano inoltre donati dei piccoli quantitativi di legna che servivano ad animare i numerosi fuochi accesi nel giorno della festa del santo, nei rioni di Tossicia e nelle tante frazioni del territorio come Padula, Chiarino, Case di Renzo, Aquilano, Azzinano. “Se mi dai ‘na salsiccia, me la mangio ‘ngriccia ‘ngriccia / se mi dai un salsicciotto, me lo mangio crudo e cotto / se mi dai un porco sano, io ti bacio tutte e due le mani” è la parte di un canto di questua ancora presente nella memoria del paese, in cui era esplicitata la richiesta dell’offerta in beni alimentari.

Armando Taraschi racconta che suo padre, allevatore esperto, fu chiamato per aiutare una vacca in difficoltà a partorire; durante tutta l’operazione, mentre tirava con forza le zampe del vitello, invocava Sant’Antonio abate ad ogni movimento, a fini protettivi. Un’icona del santo era presente in ogni stalla e ancora oggi la si trova in qualche azienda agricola; per devozione e protezione del bestiame domestico venivano inoltre realizzate delle croci sul mantello dei bovini, tagliando parte dei peli con delle forbici.

La questua raccontata e cantata

Domenico Di Felice e la squadra della questua di Sant’Antonio, voci, organetto a due bassi, gran cassa, piatti, crallë (raganella).

Tossicia (TE), 17 gennaio 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Ascolta il brano

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Se mi dai ‘na salsiccia
Il diavolo e Sant’Antonio
I questuanti che impersonificano il diavolo e Sant’Antonio durante uno dei rinfreschi della questua cantata.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 17 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Se mi dai ‘na salsiccia
Il bastone di Sant’Antonio
Particolare del bastone di Sant’Antonio abate durante il canto di questua.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 17 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Se mi dai ‘na salsiccia
La squadra di Sant’Antonio abate
La squadra della questua di Sant’Antonio abate in posa davanti la chiesa intitolata al santo.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 17 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Se mi dai ‘na salsiccia
Gli attributi del diavolo
Il forcone, le corna e la maschera del diavolo utilizzati dai questuanti.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Tossicia (TE), 17 gennaio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Se mi dai ‘na salsiccia
Canto del “Sant’Antonio”
Una scena della questua itinerante di Sant’Antonio abate presso una casa rurale come si poteva osservare nel mondo contadino del passato, con i suonatori muniti di un semplice campanello e di una raganella, rappresentata in un quadro della pittrice naïf Annunziata Scipione (1928-2018).

Dipinto ad olio su tela di Annunziata Scipione,
Azzinano di Tossicia (TE), 1983,
Immagine tratta dal catalogo Annunziata Scipione artista naif, Ricerche&Redazioni 2018.

GUARDA IL VIDEO

La questua di ieri e di oggi

Armando Taraschi (Armandino) intervistato da Annunziata Taraschi ed Emanuele Di Paolo spiega le differenze fra la questua del passato, dai ricordi della sua infanzia, e quella che si svolge attualmente.

Tossicia (TE), 29 gennaio 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

La questua e il fuoco di Sant’Antonio abate a Tossicia sono organizzati da diversi anni dall’Associazione Toxicum 2.0, formata da un gruppo di persone del paese impegnato congiuntamente nel canto rituale itinerante per le case e nella difficoltosa raccolta della legna per la realizzazione della catasta, accesa il 17 gennaio o i fine settimana più prossimi alla ricorrenza in collaborazione con il locale Comitato Fuoco. Come segnalato da Annunziata Taraschi nelle sue ricerche, la questua, la preparazione dei cellittë, i tradizionali “uccelletti” di Sant’Antonio, e la preparazione e l’accensione della catasta erano parte di un più articolato insieme rituale che comprendeva in passato l’allestimento di numerosi fuochi nei vari rioni del paese, nelle frazioni e nelle contrade rurali – alcuni talvolta ancora realizzati –, la processione del santo e la benedizione degli animali sul sagrato della chiesa.

La questua, nello specifico, era anche un modo per raccogliere i quantitativi di legna necessari per accendere i vari fuochi dei rioni, oltre che una maniera di rinsaldare i rapporti di amicizia e di accaparrarsi qualche bene alimentare prezioso per i meno abbienti, come la carne del maiale da poco macellato, ma anche polli, conigli, formaggi, uova. Attualmente, le offerte raccolte durante l’itinerario cantato servono anche per recuperare alcune spese sostenute per la realizzazione dell’imponente catasta accesa per la ricorrenza del santo.

I repertori oggi in uso non provengono però, in gran parte, da una trasmissione diretta, interrotta per molti decenni, ma dai materiali raccolti da Annunziata Taraschi e pubblicati in un volume dedicato al culto di Sant’Antonio abate e alle pratiche rituali ad esso connesse in un ampio territorio alle pendici del Gran Sasso, o da repertori acquisiti da altre squadre operanti nelle vallate vicine. Tuttavia, le ricerche condotte e l’impegno dell’Associazione Toxicum 2.0 hanno permesso di recuperare elementi perduti e abbandonati da tempo, di rinnovare l’interesse attorno alle tradizioni locali e rinsaldare le relazioni all’interno della comunità che continua, attraverso cambiamenti e adattamenti, a portarle avanti con passione e coinvolgimento.

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