Natura e universo

Germogli senza fiore

La scacchiatura dei pomodori a Castel Castagna

Nell’orto di Molino Vecchio, ai piedi del versante teramano del Gran Sasso, Fausto Iezzi cammina lungo i filari di pomodori sostenuti da capanne di canne. Si ferma a ogni pianta, la osserva, la controlla, e con le dita stacca i piccoli germogli che spuntano all’ascella delle foglie, tra il fusto e il picciolo: i cacchi, i getti che non portano fiore. È un gesto minuto ed essenziale, necessario a preservare la forza della pianta e a concentrare ogni energia là dove nascerà il frutto.

“La spollonatura è la sottrazione che si fa, con la mano, de’ novelli germogli inutili […]. Si dice spollonare o sfemminellare o scacchiare, il sottrarre i detti polloni. Questa operazione, tanto leggiera quanto dilicata, si fa ordinariamente a primavera”.

Giuseppe Antonio Pasquale, 1876

La scacchiatura – detta anche spollonatura o sfemminellatura a seconda delle aree – è una potatura verde che consiste nell’eliminare i germogli ascellari del pomodoro, i rametti che si sviluppano nel punto in cui le foglie si staccano dal fusto principale. Localmente vengono chiamati cacchi, da cui il nome dell’operazione, oppure femminelle, polloni, succhioni; termini usati per designare un getto che, se lasciato crescere, ramifica e sottrae linfa alla pianta senza dare in cambio quasi nulla. Fausto Iezzi, contadino nella contrada Molino Vecchio di Castel Castagna, lo spiega mostrando la cima che porta il fiore e quella che non lo porta: la prima va lasciata, la seconda staccata, “sennò si mangia la forza” e i pomodori restano piccoli. L’operazione si fa a mano, pianta per pianta, ripetutamente da maggio in avanti, e diventa l’occasione per legare i tralci alle canne man mano che crescono.

La scacchiatura è però soltanto un tassello di quello che Fausto chiama il “controllo dell’orto”: l’osservazione accurata e quotidiana delle piante per cogliere in tempo la malattia o l’attacco dei parassiti, favoriti dalla siccità. In una zona con poco approvvigionamento idrico, dove l’irrigazione si svolge portando l’acqua dei pozzi nella cisterna e distribuendola goccia a goccia col sifone, saper leggere l’evoluzione meteorologica e dosare l’annaffiatura è pertanto parte essenziale del mestiere di contadino. L’orto va inoltre protetto: Fausto Iezzi utilizza a tal fine rame e zolfo – l’acqua di rame data ogni dieci giorni, sempre la sera, al fresco – con tempi di carenza che conosce a memoria e applica rigorosamente.

L’orto è quasi interamente coltivato a pomodoro a pera, con una sola fila di pomodori San Marzano, accanto a meloni, borlotti, zucchine, patate. Fausto, che ha lavorato nell’industria ma è sempre stato coltivatore diretto, semina i pomodori ai primi di maggio e produce soprattutto per la famiglia: dal grano – una varietà di frumento tenero chiamato Bolero – ricava la farina per il pane che in casa si cuoce di continuo, una volta a settimana. Contro i cinghiali e gli istrici ha dovuto recintare l’orto, per contenere la distruzione di meloni e patate.

Che un gesto tanto umile come la scacchiatura sia stato codificato nei trattati di agronomia nel corso dei secoli – come ad esempio nel Manuale di arboricoltura da servire pe’ proprietarii, agricoltori, orticoltori, ingegneri del botanico Giuseppe Antonio Pasquale, nel 1876 – mostra come il sapere dell’orto coniughi due ambiti paralleli, in interazione fra loro: quello trascritto ed elaborato nei manuali e il suo corrispettivo orale, tramandato di mano in mano nelle campagne. Intorno a questo sapere pratico vive ancora un universo articolato di credenze: il ricordo di chi “faceva la grandine” e di chi la allontanava agitando la falce verso la nuvola e intimandole di andarsene; o la convinzione che lo sguardo invidioso, posato su un orto rigoglioso, potesse far seccare le coltivazioni. La cura della pianta e la sua protezione, materiale e simbolica, sono parte integrante di uno stesso modo di stare al mondo contadino.

Il controllo dell'orto

Fausto Iezzi, Emanuele Di Paolo, voci.

Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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Germogli senza fiore
L’orto e le capanne
Nell’orto di contrada Molino Vecchio, Fausto Iezzi raccoglie i germogli appena staccati dalle piante, tra i filari di pomodori, sostenuti dalle caratteristiche capanne di canne legate in cima.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Germogli senza fiore
La scacchiatura
Il gesto della scacchiatura: con le dita Fausto stacca il germoglio che spunta tra il fusto e il ramo fogliare, un’operazione ripetuta più volte su ogni pianta, fra la primavera e l’estate.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Germogli senza fiore
L’ispezione della pianta
Le mani del contadino ispezionano la pianta dall’alto in basso per individuare i getti da togliere, distinguendo i rami che porteranno il frutto da quelli che sottrarrebbero soltanto vigore.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Germogli senza fiore
I pomodori verdi
Due pomodori ancora verdi maturano legati alla canna di sostegno.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Germogli senza fiore
Il fiore
Il fiore del pomodoro contro il cielo, in cima al sostegno di canne. Il ramo “che porta il fiore” è ciò che la scacchiatura protegge, eliminando attorno i germogli inutili affinché la pianta concentri la sua forza.

Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

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La scacchiatura dei pomodori

Fausto Iezzi mentre esegue la scacchiatura nel proprio orto, indicando quali germogli togliere e quali lasciare e lo scopo complessivo dell’operazione.

Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

La coltivazione dell’orto resta, nel teramano interno, una pratica diffusa e tenace. Anche chi ha trovato lavoro in fabbrica – come lo stesso Fausto Iezzi, operaio nell’industria e insieme coltivatore diretto fin da bambino – continua a tenere il proprio orto: “soprattutto gli ortaggi, tutti lo fanno”. In particolare, Fausto ha mantenuto la produzione di pomodori da semi di piante non ibridate, che ha recuperato nel tempo e ha coltivato fino a pochi anni fa. Non è una scelta dettata dalla convenienza economica, che lui stesso riconosce discutibile rispetto all’acquisto, ma dal desiderio di avere prodotti propri, di sapere cosa si mette nella terra e nel piatto. È in questa economia domestica che la scacchiatura trova il suo senso: una tecnica di precisione al servizio dell’autoproduzione familiare.
La trasmissione di questo sapere è avvenuta oralmente e per imitazione diretta, di generazione in generazione, imparando “dai genitori vecchi e dagli anziani”, guardando e rifacendo. Tuttavia, oggi tale continuità è messa alla prova dallo spopolamento dei piccoli centri, dall’invecchiamento di chi ancora coltiva, da fattori ambientali quali la pressione della fauna selvatica e la crescente siccità.

Non esistono attualmente specifiche attività di salvaguardia della coltivazione degli orti o di elementi che ne sono parte integrante, ai fini di una loro trasmissione intergenerazionale, anche se è annualmente organizzata nella vicina Ronzano, nel territorio di Castel Castagna, un’antica fiera estiva dell’agricoltura – la “Fiera millenaria dell’Assunta” – finalizzata alla valorizzazione delle pratiche agricole e dei prodotti ad esse connesse.

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