Natura e universo
L’arte del rinnovo
La pratica dell’innesto a Castel Castagna
Sul versante teramano del Gran Sasso, tra gli orti e gli alberi che circondano la sua casa di Molino Vecchio, Fausto Iezzi si muove con la dimestichezza di un demiurgo, intento a plasmare una vasta famiglia vegetale. Conosce a una a una le sue piante, le taglia, le unisce, le ricuce. Si ferma davanti a un prugno, indica il punto in cui ha reciso la “mamma”, la pianta originaria, e vi ha innestato un “cacchio”, un getto di un’altra varietà, dando nuova vita ai suoi frutti: un modo sapiente di prendersi cura, e di dare forma alla campagna che lo attornia.
“Coll’innesto si vuole adunque sostituire una pianta gentile ad una meno gentile; una domestica ad una selvaggia; una precoce ad una tardiva; od una tardiva ad una precoce; una perfetta (relativamente ai nostri bisogni) ad una imperfetta. È una vera sostituzione d’un albero ad un altro; impiantandolo, o innestandolo sopra questo”.
Giuseppe Antonio Pasquale, 1876
L’innesto è una delle pratiche più antiche e raffinate della coltivazione di piante legnose: consiste nel saldare, su una pianta che fa da base, il cosiddetto portinnesto, una porzione di un’altra pianta, una gemma o un rametto, detta nesto o marza. Le due parti, messe a contatto nei punti giusti, si fondono grazie a un callo di cicatrizzazione e diventano un solo individuo, composto dalla radice e il fusto di una pianta e dai frutti di un’altra. Nel lessico di Fausto questa grammatica vegetale ha nomi propri e domestici: la “mamma” è la pianta che viene tagliata e accoglie l’innesto, il “cacchio” è il getto che vi viene reinnestato. La saldatura, spiega, ha bisogno di tempo: il primo anno la pianta “riprende” e “comincia a fare la forza”, e solo l’anno successivo torna a fruttificare; lo si capisce dal nastro ancora fresco intorno al punto d’unione e, più avanti, dalla cicatrice che resta intuibile nel tronco.
Fausto rivela in questa pratica sapiente la perizia di chi ha fatto della campagna un laboratorio. Innesta prugni, peschi, albicocchi, ciliegi, susini; conosce le affinità tra le specie e le sfrutta fino all’idea di un albero a più varietà, con il limone su un ramo e l’albicocco sull’altro. Sceglie e mantiene le varietà che gli interessano: la prugna “presta”, precoce, che matura già a fine maggio; la susina verde che gli piace tenere d’anno in anno. La stessa attitudine di custode la trasferiva, fino a poco tempo fa, sull’autoproduzione delle piantine per l’orto: allevava i semenzai su un letto caldo di letame di pecora, riparato da una fratta di canne e da un telo, e da sé conservava i semi – anche quelli di un pomodoro antico, “non ibrido”, selezionato per molti anni. È il profilo di un contadino che non si limita a coltivare, ma che dirige e tramanda la diversità delle piante.
Il gesto dell’innesto ha anche il suo giusto tempo, intrecciando il sapere tecnico con quello calendariale; Fausto innesta a febbraio e “con la luna buona”, cioè in luna crescente, poiché in luna calante “l’innesto non prende”: una convinzione molto diffusa nella tradizione contadina, che attribuisce alla fase crescente la presenza di una linfa più attiva e capace di favorire l’attecchimento, corrispondente a un modo specifico di stare nel ritmo naturale della vegetazione.
Attorno alla propria casa si dispiega tutto il mondo che Fausto Iezzi governa in solitudine, con l’aiuto saltuario della moglie e dei figli: l’oliveto, l’erba medica per il fieno, il grano, i prati che scendono fino alla strada, le piante da frutto, l’orto. È in questa cornice complessiva di agricoltura familiare che l’innesto trova il suo senso pieno: non una tecnica astratta, ma un modo di prendersi cura, anno dopo anno, delle piante e del luogo che le accoglie. Nel lavoro continuo di osservazione, trapianto e selezione, Fausto si comporta da effettivo custode della biodiversità domestica: prova i vari tipi di prugne e susine dove gli capita, e quando un innesto promette bene lo sposta e lo mantiene, conservando i frutti prediletti, i più saporiti e resistenti, e i più rari, quelli dotati di unicità, che vale la pena conservare e proteggere nel tempo, trasformando il paesaggio circostante in un campionario vivente di varietà vegetali e di virtuosi esperimenti botanici.
La varietà degli innesti
Castel Castagna (TE), 18 aprile 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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L’arte del rinnovo
Il punto d’innesto
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 18 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’arte del rinnovo
L’innesto di un prugno
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 18 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’arte del rinnovo
La saldatura
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 18 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’arte del rinnovo
Fausto Iezzi e gli innesti
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 16 luglio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’arte del rinnovo
Il ciliegio innestato
Foto di Emanuele Di Paolo,
Castel Castagna (TE), 18 aprile 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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Da un innesto all’altro
Castel Castagna (TE), 18 aprile 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La pratica dell’innesto appartiene a un patrimonio di saperi trasmessi per via orale e per apprendimento diretto, attraverso l’osservazione e l’imitazione: Fausto ha acquisito tale competenza “dagli anziani”, guardando e rifacendo, e la esercita oggi con l’abilità di chi ha trasformato la propria campagna in un laboratorio di addomesticamento del mondo vegetale, dagli innesti tra specie diverse alla conservazione di varietà e semi antichi. L’arte dell’innesto è una capacità in continua sperimentazione e adattamento, che risiede prevalentemente nell’esperienza acquisita. Tra le più alte competenze del sapere contadino, richiede conoscenza delle specie, raffinata manualità e un addestramento nel leggere i tempi delle piante e le loro proprietà specifiche; Fausto Iezzi la applica a un’ampia gamma di fruttiferi nei pressi della sua abitazione, spingendosi anche a saggiare accostamenti insoliti.
Proprio in virtù di tali aspetti, la pratica dell’innesto appare come un sapere fragile, sempre meno diffuso, trasmesso e portato avanti da pochi contadini appassionati. A metterne alla prova la continuità concorrono inoltre lo spopolamento dei piccoli centri interni, l’invecchiamento di chi ancora coltiva e la fatica fisica di un lavoro fatto ormai, in buona parte, in solitudine, poiché anche laddove esista una continuità genealogica, di frequente le generazioni successive non acquisiscono le competenze di chi li ha preceduti, o le acquisiscono in modo molto parziale e occasionale. Periodicamente, tuttavia, le associazioni di categoria, gli enti locali, gli istituti agrari, i centri di formazione professionale e le aziende del territorio organizzano corsi di potatura e innesto al fine di sostenere l’apprendimento delle basi teoriche e delle principali regole di compatibilità botanica, delle tempistiche e delle tecniche di attecchimento.



