Saperi tecnici e artigianali
Un pesce rituale
La preparazione del baccalà dolce a Campotosto
La sera della Vigilia di Natale, nelle case di Campotosto, la tavola del magro è dominata da un piatto che tiene insieme due estremi: il merluzzo salato che arriva da lontano, dalle navi del Nord, e i frutti della dispensa contadina di montagna. Il baccalà dolce nasce da una sinfonia contrastante di ingredienti, dalla lenta cottura del pesce con le mele e le pere, i fichi secchi e le castagne, l’uvetta e il vino bianco, lo zucchero e un pizzico di pomodoro, “per dargli il colore”. È un piatto di nicchia, custodito con la pazienza di chi sa che il suo sapore è quello dell’attesa del Natale, per chi è rimasto e per chi è partito.
“La mia nonna, l’ultima mia nonna rimasta, ha centouno anni, e mi dice sempre che il baccalà dolce lo fanno solo per lei, perché non se lo mangia più nessuno. Perché comunque il sapore è un sapore squisito”.
Assunta Perilli, 17 febbraio 2024
Il baccalà dolce è la pietanza rituale della cena della Vigilia di Natale a Campotosto, piatto di magro in ossequio all’astinenza prescritta e, al tempo stesso, preparazione di grande complessità gustativa in cui il merluzzo sotto sale incontra la frutta secca e fresca della dispensa invernale montana. La sua collocazione rituale è chiara e non derogabile. Come ricorda Coseta Simoni, una delle più anziane depositarie della ricetta, per la Vigilia di Natale il baccalà dolce è “proprio sacro”, e la sequenza della cena è strettamente predefinita: spaghetti o pasta in bianco per primo, baccalà dolce come pietanza centrale, frittelle di vario tipo, di cavolo, cavolfiore, mele, baccalà stesso per chiusura.
Sul piano della ricetta non esiste una codificazione formale, e la versione di Coseta si colloca nel solco delle molte microvarianti documentate nelle cucine delle famiglie del paese e del circondario, come nella vicina frazione di Poggio Cancelli. Gli ingredienti di base sono il baccalà – acquistato già dissalato dal camion ambulante che ogni settimana rifornisce Campotosto e le zone circostanti – le mele, le pere, i fichi secchi, l’uva passa, le castagne. Queste ultime, non reperibili fresche nel periodo di preparazione, vengono precedentemente arrostite, pulite, congelate e poi ammorbidite in acqua al momento dell’uso. A questa base si aggiungono un poco di olio, mezzo bicchiere di vino bianco, due bicchieri d’acqua, un poco di pomodoro e un mezzo cucchiaino di zucchero, la cui dose viene eventualmente corretta al palato. La cottura avviene in un’unica pentola, a fuoco dolce, fino a che le mele risultino cotte e l’insieme abbia raggiunto la giusta consistenza.
Il baccalà dolce si inscrive in una famiglia più ampia di preparazioni a base di baccalà in umido con frutta secca e uvetta diffuse storicamente in area umbro-abruzzese e sabina, testimoniate dalla bibliografia etnogastronomica: un sistema di ricette di magro per la Vigilia di Natale in cui il merluzzo salato, l’unica forma di pesce disponibile nelle aree interne appenniniche assieme alle sardelle prima della diffusione del trasporto refrigerato, veniva accompagnato da prugne secche, mele, uva passa, talvolta pinoli e castagne, con l’aggiunta di pomodoro o mosto cotto a seconda delle tradizioni locali. In questa geografia di area vasta, Campotosto rappresenta un vertice settentrionale e montano caratterizzato da una dolcezza marcata e dall’uso congiunto di frutta fresca e frutta secca.
Il baccalà dolce ha oggi un marcato ruolo identitario soprattutto per le comunità dei campotostani emigrati, in particolare negli Stati Uniti, che lo preparano ogni Vigilia come pratica di riconnessione con il paese d’origine. Assunta Perilli testimonia che l’uso locale, al contrario, si è assottigliato fino a coincidere con la presenza delle ultimissime depositarie anziane, come la nonna centenaria per cui il piatto viene ancora preparato. Il paradosso per cui una ricetta di magro, semplice e povera, resiste più nelle case dell’emigrazione che in quelle del paese d’origine è il tratto antropologicamente più rilevante della situazione contingente: il baccalà dolce si è poco a poco trasformato, nel corso degli ultimi decenni, da immancabile pasto calendariale a oggetto di memoria affettiva, gustativa e olfattiva, la cui vitalità residua è indissolubilmente legata alla biografia delle anziane che lo sanno ancora preparare e tramandare.
Sul piano della ricetta non esiste una codificazione formale, e la versione di Coseta si colloca nel solco delle molte microvarianti documentate nelle cucine delle famiglie del paese e del circondario, come nella vicina frazione di Poggio Cancelli. Gli ingredienti di base sono il baccalà – acquistato già dissalato dal camion ambulante che ogni settimana rifornisce Campotosto e le zone circostanti – le mele, le pere, i fichi secchi, l’uva passa, le castagne. Queste ultime, non reperibili fresche nel periodo di preparazione, vengono precedentemente arrostite, pulite, congelate e poi ammorbidite in acqua al momento dell’uso. A questa base si aggiungono un poco di olio, mezzo bicchiere di vino bianco, due bicchieri d’acqua, un poco di pomodoro e un mezzo cucchiaino di zucchero, la cui dose viene eventualmente corretta al palato. La cottura avviene in un’unica pentola, a fuoco dolce, fino a che le mele risultino cotte e l’insieme abbia raggiunto la giusta consistenza.
Il baccalà dolce si inscrive in una famiglia più ampia di preparazioni a base di baccalà in umido con frutta secca e uvetta diffuse storicamente in area umbro-abruzzese e sabina, testimoniate dalla bibliografia etnogastronomica: un sistema di ricette di magro per la Vigilia di Natale in cui il merluzzo salato, l’unica forma di pesce disponibile nelle aree interne appenniniche assieme alle sardelle prima della diffusione del trasporto refrigerato, veniva accompagnato da prugne secche, mele, uva passa, talvolta pinoli e castagne, con l’aggiunta di pomodoro o mosto cotto a seconda delle tradizioni locali. In questa geografia di area vasta, Campotosto rappresenta un vertice settentrionale e montano caratterizzato da una dolcezza marcata e dall’uso congiunto di frutta fresca e frutta secca.
Il baccalà dolce ha oggi un marcato ruolo identitario soprattutto per le comunità dei campotostani emigrati, in particolare negli Stati Uniti, che lo preparano ogni Vigilia come pratica di riconnessione con il paese d’origine. Assunta Perilli testimonia che l’uso locale, al contrario, si è assottigliato fino a coincidere con la presenza delle ultimissime depositarie anziane, come la nonna centenaria per cui il piatto viene ancora preparato. Il paradosso per cui una ricetta di magro, semplice e povera, resiste più nelle case dell’emigrazione che in quelle del paese d’origine è il tratto antropologicamente più rilevante della situazione contingente: il baccalà dolce si è poco a poco trasformato, nel corso degli ultimi decenni, da immancabile pasto calendariale a oggetto di memoria affettiva, gustativa e olfattiva, la cui vitalità residua è indissolubilmente legata alla biografia delle anziane che lo sanno ancora preparare e tramandare.
Il baccalà della Vigilia
Coseta Simoni, voce.
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Ascolta il brano


Un pesce rituale
Il baccalà dolce
Primo piano del baccalà dolce appena cotto: i pezzi di baccalà, i dadini di mela e pera, l’uvetta passa e i pezzetti di castagna si amalgamano lentamente in un sugo leggero appena colorato di pomodoro.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Un pesce rituale
Coseta Simoni
Coseta Simoni nella sua cucina, al termine della preparazione del baccalà dolce.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Un pesce rituale
La cottura
La pentola con tutti gli ingredienti in ebollizione: si intravedono l’uvetta e i pezzi di mela nel sugo di cottura.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Un pesce rituale
Alla pentola
Coseta Simoni mescola la preparazione durante la cottura sul fuoco.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Un pesce rituale
Nel piatto
Il baccalà dolce pronto per essere servito, con l’insieme degli ingredienti visibili nella loro compresenza.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
GUARDA IL VIDEO
La preparazione del baccalà dolce
Coseta Simoni mostra in forma sintetica le principali fasi della preparazione del baccalà dolce per la cena della Vigilia di Natale.
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Campotosto (AQ), 17 febbraio 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La preparazione del baccalà dolce è oggi praticata a Campotosto da un numero esiguo di cuoche anziane, che continuano a realizzarla per la cena della Vigilia di Natale in ambito strettamente domestico. Come ricorda Assunta Perilli, figlia di Coseta Simoni, il sapore “squisito ma particolare” del piatto è ormai apprezzato soprattutto dagli anziani e da chi è legato alle tradizioni familiari, mentre le generazioni più giovani tendono a non riconoscerlo come parte del proprio repertorio alimentare. La trasmissione avviene all’interno del nucleo familiare, per osservazione diretta della preparazione, senza alcuna codificazione scritta della ricetta.
La situazione di Campotosto è resa particolarmente fragile dagli effetti del sisma del 2016-2017, che ha coinvolto pesantemente il comune e le sue frazioni e ha innescato un processo di ricostruzione tuttora in corso. Il paese, già soggetto a uno spopolamento di lungo periodo, conta oggi una popolazione residente ridotta a poche decine di abitanti stabili, con una parte significativa del patrimonio edilizio ancora in attesa di ripristino; in questo quadro la vitalità delle prassi domestiche tradizionali – fra cui la preparazione del baccalà dolce – risulta strettamente dipendente dalla presenza delle anziane depositarie e dall’intermittente frequentazione del paese da parte dei discendenti emigrati, che tornano nelle case di famiglia soprattutto in occasione delle festività e dei periodi estivi. Non sono attualmente attive iniziative pubbliche o associative specificamente dedicate alla salvaguardia del baccalà dolce. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nelle proprie pagine dedicate a Campotosto, documenta la pietanza come elemento del patrimonio culinario locale; resta tuttavia auspicabile, per il baccalà dolce, un percorso documentale e formativo più strutturato, che metta in correlazione le ricette familiari e le varianti ancora praticate prima che il numero delle depositarie si riduca ulteriormente, comprese quelle della frazione di Poggio Cancelli, dove si prepara una versione denominata “baccalà in agrodolce”.
La situazione di Campotosto è resa particolarmente fragile dagli effetti del sisma del 2016-2017, che ha coinvolto pesantemente il comune e le sue frazioni e ha innescato un processo di ricostruzione tuttora in corso. Il paese, già soggetto a uno spopolamento di lungo periodo, conta oggi una popolazione residente ridotta a poche decine di abitanti stabili, con una parte significativa del patrimonio edilizio ancora in attesa di ripristino; in questo quadro la vitalità delle prassi domestiche tradizionali – fra cui la preparazione del baccalà dolce – risulta strettamente dipendente dalla presenza delle anziane depositarie e dall’intermittente frequentazione del paese da parte dei discendenti emigrati, che tornano nelle case di famiglia soprattutto in occasione delle festività e dei periodi estivi. Non sono attualmente attive iniziative pubbliche o associative specificamente dedicate alla salvaguardia del baccalà dolce. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nelle proprie pagine dedicate a Campotosto, documenta la pietanza come elemento del patrimonio culinario locale; resta tuttavia auspicabile, per il baccalà dolce, un percorso documentale e formativo più strutturato, che metta in correlazione le ricette familiari e le varianti ancora praticate prima che il numero delle depositarie si riduca ulteriormente, comprese quelle della frazione di Poggio Cancelli, dove si prepara una versione denominata “baccalà in agrodolce”.






