Riti e pratiche sociali
Tre fili di corallo
La rievocazione della Sposa pojana a Poggio Cancelli
A Poggio Cancelli, nell’Alta Valle dell’Aterno, il paese diventa per qualche ora d’estate lo scenario vivente di un matrimonio del passato. È la Sposa pojana, con la sfilata delle canestre del corredo, la barrozza trainata da una pariglia di vacche infiocchettate a festa, carica del materasso, dei cuscini e delle trentasei lenzuola filate nel lino dell’altopiano; a metà strada le famiglie contrattano, si accordano. Sull’uscio della casa coniugale, la suocera porge alla nuora il filo dei coralli e pronuncia la formula in dialetto, antica e dura, che apre alla giovane donna la propria nuova vita.
“A’ vistu ma’, se che belli coralli? / ecche allu Poju no’ lì’ tè nisciuna / non veje propriu l’ora de portalli! / Coscì d’invidia a’ da crepà quauna! / La fede, l’orecchini, che a guardalli / relucenu coscì come la luna! / E quella spilla co’lli cusi gialli / me piace propriu tantu, che fortuna!”.
Paolo De Angelis, anni Trenta del Novecento
La Sposa pojana di Poggio Cancelli, una frazione di Campotosto posta sulla riva settentrionale dell’omonimo lago, è la rievocazione comunitaria del matrimonio rurale nelle modalità in cui avveniva fino ai primi decenni del Novecento. La denominazione pojana identifica gli abitanti di Poggio Cancelli (i pojani) e la loro cultura locale, distinta da quella del capoluogo Campotosto e degli altri centri del comprensorio. Storicamente, il territorio di Poggio Cancelli ha gravitato fino alla fine del Settecento sotto Montereale e successivamente, con il distacco da Amatrice, è stato aggregato all’attuale comune: la rievocazione attinge pertanto a un patrimonio rituale che attraversa i confini amministrativi e restituisce una cultura matrimoniale rurale di alta quota, pastorale e cerealicola insieme, fortemente patrilocale e fondata su una rete di scambi simbolici dispiegata lungo l’intero ciclo nuziale.
Il matrimonio si articolava in più fasi distinte. La prima, l’addimanno, era il fidanzamento ufficiale: il promesso sposo, accompagnato da tutta la famiglia, si recava la sera prima del matrimonio a casa della sposa per la cerimonia formale del riconoscimento dei due nuclei familiari, durante la quale si concordava la data, si discuteva la dote e si stabilivano i dettagli organizzativi del banchetto. Seguiva la serenata della vigilia, sotto le finestre della sposa, con i poeti a braccio che si dedicavano a una interminabile sfida poetica rivolta a elogiare le doti della giovane donna accompagnati dalle ciaramelle.
Nei giorni precedenti, le donne del paese si riunivano presso il forno comunitario per preparare dolci e pane in grandi quantità, destinati al banchetto e alle offerte rituali.
Il giorno del matrimonio lo sposo, assieme a tutti i parenti, andava a prendere la sposa per accompagnarla in chiesa; al termine della cerimonia il corteo proseguiva poi verso il luogo del banchetto guidato dal suono della piagnipezza, una melodia eseguita esclusivamente con le ciaramelle, di carattere intensamente commovente, che simboleggiava il distacco della sposa dalla casa paterna, dalla madre e dalle sorelle. Il banchetto era organizzato dalle amiche della sposa e si svolgeva in un’aia o in una casa abbastanza ampia da accogliere le centinaia di partecipanti, poiché il matrimonio pojano non era la festa esclusiva degli invitati ma dell’intero paese.
Dopo il pranzo, la sposa rientrava a casa dei genitori per cambiare l’abito, mentre i fratelli e i parenti maschi preparavano lu trajone o barrozza, il carro tradizionale a due ruote, decorato con tessuti, nastri e fiocchi trainato da una coppia di vacche addobbate, su cui si caricavano il materasso, i cuscini ricamati e la cassa del corredo: trentasei lenzuola filate con il lino di Poggio Cancelli, asciugamani, canevacci, pannolini, e tutto ciò che la sposa desiderava portare nella nuova casa. Le amiche della sposa si disponevano in corteo dietro al carro portando in equilibrio sulla testa le canestre, grandi cesti di vimini con i viveri per la prima settimana di vita degli sposi, i doni eventualmente ricevuti e la restante parte del corredo.
A metà strada, fra la casa della sposa e quella dello sposo, il corteo si fermava per la parata: una cerimonia simbolica di contrattazione fra i parenti maschi delle due famiglie, particolarmente sentita quando lo sposo e la sposa appartenevano a contrade diverse del paese, divise dal fiume e dal ponte. I parenti della sposa chiedevano in cambio della giovane donna il maggior numero possibile di confetti; al termine della trattativa la sposa veniva simbolicamente “consegnata” allo sposo, e il corteo riprendeva il cammino fra balli, lanci di confetti e suoni di ciaramelle, organetto, tamburello. Il momento culminante del rito si svolgeva sull’uscio della nuova casa, dove la suocera attendeva la nuora per accoglierla con il dono dei coralli. Il filo di corallo rosso che la suocera porgeva alla nuora apparteneva a una serie di tre fili che ogni donna sposata doveva conservare nell’arco della propria vita: il primo era quello ricevuto dalla propria madre alla sua morte; il secondo era quello donatole dalla suocera al momento del proprio ingresso nella casa dei suoceri; il terzo era quello che il marito le regalava alla nascita del primo figlio maschio.
Il filo donato alla nuora era dunque il primo di una catena trigenerazionale di trasmissione femminile, simbolo di sangue, vita, memoria, e prefigurazione del ruolo che la giovane donna avrebbe assunto nella nuova famiglia. La festa proseguiva poi a casa dello sposo fino a notte fonda, con il saltarello, i poeti a braccio che si sfidavano in ottava rima, e il vino che scorreva senza interruzione.
La rievocazione contemporanea della Sposa pojana ricostruisce questo articolato ciclo cerimoniale comprimendolo in una giornata di agosto, e mantiene viva, attraverso la performance comunitaria, una memoria culturale che trova nella poesia di Paolo De Angelis, celebre poeta estemporaneo di Poggio Cancelli che scrisse i propri componimenti in occasione del matrimonio della sorella, la fonte poetica originaria per la riproposizione delle terzine e delle ottave recitate durante il corteo.
Il matrimonio si articolava in più fasi distinte. La prima, l’addimanno, era il fidanzamento ufficiale: il promesso sposo, accompagnato da tutta la famiglia, si recava la sera prima del matrimonio a casa della sposa per la cerimonia formale del riconoscimento dei due nuclei familiari, durante la quale si concordava la data, si discuteva la dote e si stabilivano i dettagli organizzativi del banchetto. Seguiva la serenata della vigilia, sotto le finestre della sposa, con i poeti a braccio che si dedicavano a una interminabile sfida poetica rivolta a elogiare le doti della giovane donna accompagnati dalle ciaramelle.
Nei giorni precedenti, le donne del paese si riunivano presso il forno comunitario per preparare dolci e pane in grandi quantità, destinati al banchetto e alle offerte rituali.
Il giorno del matrimonio lo sposo, assieme a tutti i parenti, andava a prendere la sposa per accompagnarla in chiesa; al termine della cerimonia il corteo proseguiva poi verso il luogo del banchetto guidato dal suono della piagnipezza, una melodia eseguita esclusivamente con le ciaramelle, di carattere intensamente commovente, che simboleggiava il distacco della sposa dalla casa paterna, dalla madre e dalle sorelle. Il banchetto era organizzato dalle amiche della sposa e si svolgeva in un’aia o in una casa abbastanza ampia da accogliere le centinaia di partecipanti, poiché il matrimonio pojano non era la festa esclusiva degli invitati ma dell’intero paese.
Dopo il pranzo, la sposa rientrava a casa dei genitori per cambiare l’abito, mentre i fratelli e i parenti maschi preparavano lu trajone o barrozza, il carro tradizionale a due ruote, decorato con tessuti, nastri e fiocchi trainato da una coppia di vacche addobbate, su cui si caricavano il materasso, i cuscini ricamati e la cassa del corredo: trentasei lenzuola filate con il lino di Poggio Cancelli, asciugamani, canevacci, pannolini, e tutto ciò che la sposa desiderava portare nella nuova casa. Le amiche della sposa si disponevano in corteo dietro al carro portando in equilibrio sulla testa le canestre, grandi cesti di vimini con i viveri per la prima settimana di vita degli sposi, i doni eventualmente ricevuti e la restante parte del corredo.
A metà strada, fra la casa della sposa e quella dello sposo, il corteo si fermava per la parata: una cerimonia simbolica di contrattazione fra i parenti maschi delle due famiglie, particolarmente sentita quando lo sposo e la sposa appartenevano a contrade diverse del paese, divise dal fiume e dal ponte. I parenti della sposa chiedevano in cambio della giovane donna il maggior numero possibile di confetti; al termine della trattativa la sposa veniva simbolicamente “consegnata” allo sposo, e il corteo riprendeva il cammino fra balli, lanci di confetti e suoni di ciaramelle, organetto, tamburello. Il momento culminante del rito si svolgeva sull’uscio della nuova casa, dove la suocera attendeva la nuora per accoglierla con il dono dei coralli. Il filo di corallo rosso che la suocera porgeva alla nuora apparteneva a una serie di tre fili che ogni donna sposata doveva conservare nell’arco della propria vita: il primo era quello ricevuto dalla propria madre alla sua morte; il secondo era quello donatole dalla suocera al momento del proprio ingresso nella casa dei suoceri; il terzo era quello che il marito le regalava alla nascita del primo figlio maschio.
Il filo donato alla nuora era dunque il primo di una catena trigenerazionale di trasmissione femminile, simbolo di sangue, vita, memoria, e prefigurazione del ruolo che la giovane donna avrebbe assunto nella nuova famiglia. La festa proseguiva poi a casa dello sposo fino a notte fonda, con il saltarello, i poeti a braccio che si sfidavano in ottava rima, e il vino che scorreva senza interruzione.
La rievocazione contemporanea della Sposa pojana ricostruisce questo articolato ciclo cerimoniale comprimendolo in una giornata di agosto, e mantiene viva, attraverso la performance comunitaria, una memoria culturale che trova nella poesia di Paolo De Angelis, celebre poeta estemporaneo di Poggio Cancelli che scrisse i propri componimenti in occasione del matrimonio della sorella, la fonte poetica originaria per la riproposizione delle terzine e delle ottave recitate durante il corteo.
I coralli e i travagli
Livio De Angelis, voce.
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024.
Registrazione di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Ascolta il brano


Tre fili di corallo
La memoria fotografica
Mosaico di fotografie storiche e contemporanee della Sposa pojana esposto durante la rievocazione: una rassegna che restituisce la stratificazione storica della pratica, dalle prime edizioni fino a quelle del nuovo millennio.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Tre fili di corallo
La barrozza nuziale
La barrozza – il carro nuziale a due ruote – trainata da una coppia di vacche attraversa la strada del paese, condotta dai parenti della sposa.
Foto di Bruno Gloriani,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 1996,
Archivio Gloriani.
Foto di Bruno Gloriani,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 1996,
Archivio Gloriani.


Tre fili di corallo
Gli sposi
Lo sposo in costume tradizionale e la sposa in abito di velo bianco, scialle ricamato e collana di coralli al collo, posano accanto alla barrozza nuziale durante una sosta del corteo.
Foto di Bruno Gloriani,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 1996,
Archivio Gloriani.
Foto di Bruno Gloriani,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 1996,
Archivio Gloriani.


Tre fili di corallo
Le portatrici di canestre
Tre giovani donne del paese in abito tradizionale portano in equilibrio sulla testa le canestre del corredo; una di loro indossa una collana d’oro con corallo rosso pendente, segno del completamento del ciclo trigenerazionale dei coralli.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Tre fili di corallo
Le vacche della barrozza
Una coppia di vacche con le corna decorate da grandi fiocchi di lana rossa e verde e da campanelle di rame, conducono la barrozza nuziale.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
GUARDA IL VIDEO
Il corteo della Sposa pojana
Una sezione del corteo nuziale che attraversa il paese durante la rievocazione, aperta dalla barrozza trainata dalle vacche con il corredo e conclusa dalla contrattazione tra le famiglie degli sposi.
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Poggio Cancelli di Campotosto (AQ), 17 agosto 2024.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La rievocazione moderna della Sposa pojana è una pratica documentata almeno dagli anni Novanta del Novecento, quando le fotografie di Bruno Gloriani ne attestano la presenza già pienamente strutturata, e probabilmente attiva, in modalità più informali, anche in periodi antecedenti. L’iniziativa è curata dall’Associazione Radici Pojane APS, impegnata nello sviluppo del territorio e nella riqualificazione paesaggistica dell’alta Valle dell’Aterno; dal 2024 la rievocazione è parte integrante del programma del Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga.
L’intera organizzazione è un’opera collettiva che impegna l’associazione e i suoi volontari per molti mesi prima della giornata di rievocazione. Fra gli aspetti più delicati vi sono la necessità di reperimento della pariglia di vacche per la barrozza, operazione complessa in un territorio in cui l’allevamento bovino è oggi profondamente ridotto rispetto al passato, e la conservazione e manutenzione dei costumi originali, dei coralli antichi, delle canestre e del corredo. Particolarmente preziosi sono i coralli stessi, vere e proprie reliquie familiari trasmesse di generazione in generazione, che le donne del paese mettono a disposizione della rievocazione, conferendole un valore di autenticità che nessuna ricostruzione filologica potrebbe eguagliare. La componente etnomusicale è affidata a suonatori del territorio, a quei pochi depositari che permangono del repertorio strumentale e poetico-improvvisativo dell’Alta Valle dell’Aterno e dei Monti della Laga.
La condizione di Poggio Cancelli post-sismica costituisce il principale fattore di pressione sulla continuità della rappresentazione. Il paese, come tutto il comprensorio dell’Alto Aterno, è stato duramente colpito dai terremoti del 2009 (L’Aquila) e del 2016-2017 (Centro Italia), e ha subito un significativo spopolamento aggravato dalla difficoltà della ricostruzione e dalla dislocazione di parte della popolazione in altri centri. La rievocazione della Sposa pojana ha assunto, in questo contesto, una funzione esplicita di tenuta sociale, un dispositivo di richiamo della comunità dispersa, momento di riunione delle famiglie pojane che vivono altrove e di affermazione della propria appartenenza al paese e alla sua memoria.
L’intera organizzazione è un’opera collettiva che impegna l’associazione e i suoi volontari per molti mesi prima della giornata di rievocazione. Fra gli aspetti più delicati vi sono la necessità di reperimento della pariglia di vacche per la barrozza, operazione complessa in un territorio in cui l’allevamento bovino è oggi profondamente ridotto rispetto al passato, e la conservazione e manutenzione dei costumi originali, dei coralli antichi, delle canestre e del corredo. Particolarmente preziosi sono i coralli stessi, vere e proprie reliquie familiari trasmesse di generazione in generazione, che le donne del paese mettono a disposizione della rievocazione, conferendole un valore di autenticità che nessuna ricostruzione filologica potrebbe eguagliare. La componente etnomusicale è affidata a suonatori del territorio, a quei pochi depositari che permangono del repertorio strumentale e poetico-improvvisativo dell’Alta Valle dell’Aterno e dei Monti della Laga.
La condizione di Poggio Cancelli post-sismica costituisce il principale fattore di pressione sulla continuità della rappresentazione. Il paese, come tutto il comprensorio dell’Alto Aterno, è stato duramente colpito dai terremoti del 2009 (L’Aquila) e del 2016-2017 (Centro Italia), e ha subito un significativo spopolamento aggravato dalla difficoltà della ricostruzione e dalla dislocazione di parte della popolazione in altri centri. La rievocazione della Sposa pojana ha assunto, in questo contesto, una funzione esplicita di tenuta sociale, un dispositivo di richiamo della comunità dispersa, momento di riunione delle famiglie pojane che vivono altrove e di affermazione della propria appartenenza al paese e alla sua memoria.






