Saperi tecnici e artigianali
Il dono di maggio
La cultura delle virtù a Teramo
Sui banchi degli ultimi ortolani cittadini, nei giorni che precedono il primo maggio, si accumulano le erbe attese tutto l’anno: borragine, misericordia, finocchietto, maggiorana, mentuccia, salvia, aneto, pipirella. I mazzetti si fanno a occhio, pesati nel palmo, secondo una sapienza gestuale che non conosce strumento. Nelle cucine teramane legumi secchi e freschi riposano in ciotole separate, in ammollo o in attesa di essere cucinati, ciascuno con il proprio tempo; le depositarie della ricetta mondano una a una le verdure e predispongono, nel corso di più giornate, una sequenza ordinata di cotture distinte. Ne nasce la pietanza dell’incontro tra due stagioni, fra ciò che resta dell’inverno in dispensa e le primizie appena disponibili: le virtù.
“Le virtù vengono, come è antica e bella usanza, preparate in grande abbondanza per essere distribuite a parenti ed amici. Scordarsi di mandarne un pentolino a chi di dovere sarebbe una dimenticanza imperdonabile, uno sgarbo brutale, quasi una dichiarazione di guerra, e più di un’amicizia, per quanto collaudata, sappiamo che si è incrinata o spezzata del tutto a causa del mancato invio di qualche ‘cuppino’ di virtù”.
Giuseppe Di Domenicantonio, 1997
Le virtù del primo maggio, una pietanza composita preparata tradizionalmente a Teramo e in alcune località della sua provincia, costituiscono la manifestazione identitaria per eccellenza della cultura gastronomica cittadina. La loro caratteristica principale risiede nella compresenza di una molteplicità di ingredienti, appartenenti a categorie distinte – legumi secchi, legumi freschi, verdure a foglia, ortaggi primaverili, erbe aromatiche e spontanee, prosciutto, cotenne, ossa e cartilagini suine, talvolta polpettine di manzo, pasta di diversi formati e tipologie –, cotti separatamente e infine assemblati solo nella fase conclusiva, così da conservare ciascuno il proprio sapore all’interno di un insieme armonico ed equilibrato.
Il piatto è la traduzione concreta dell’incontro tra la “pulitura” delle dispense invernali, con i legumi e i cereali di residuo dalle scorte della stagione fredda, e le primizie spontanee e dell’orto già disponibili, in una sintesi gastronomica che riflette con precisione lo spartiacque calendariale tra inverno e primavera. Le osservazioni antropologiche di Franco Cercone, Giuseppe Di Domenicantonio, Giuseppe Profeta, Alessandra Gasparroni ed Emiliano Giancristofaro collocano in effetti le virtù nel solco di un più ampio sistema di cibi rituali del primo maggio abruzzese, riscontrati con altrettante varianti lessicali nell’intero territorio regionale e limitrofo: totemaje nelle aree frentane e negli Altopiani Maggiori (soprattutto a Pescocostanzo), granati nella Valle dell’Aventino e del Sangro e nella Conca Peligna (a Torricella Peligna), lessame ad Atessa, vertuti a Cittaducale (oggi in provincia di Rieti), tutti nomi che rimandano alla medesima pratica rituale di cottura e condivisione di legumi e cereali accomunati dalla proprietà di “generarsi di nuovo attraverso la semina”, come Cercone stesso afferma riprendendo le osservazioni dei folkloristi Antonio De Nino, Gennaro Finamore e Michele Javicoli.
La prima attestazione di una preparazione alimentare assimilabile alle virtù è fatta usualmente risalire a Poggio Bracciolini, che nelle Facezie della metà del Quattrocento riferisce di un uso romano di cuocere insieme alle calende di maggio varietà di legumi chiamate virtutes. Nella seconda metà dell’Ottocento l’erudito teramano Giuseppe Savini ne riprese la testimonianza, collegandola all’uso cittadino e influenzando la letteratura successiva, sebbene tali riferimenti mostrino una similitudine di carattere puramente nominale e calendariale più che un’effettiva linea di continuità storicamente documentata della pietanza.
Un aspetto essenziale per la produzione delle virtù teramane è l’approvvigionamento: la ricchezza di verdure a foglia e di erbe spontanee richiede un rapporto diretto con gli orticoltori locali, che proprio in vista del primo maggio predispongono assortimenti dedicati di verdure novelle e misticanze primaverili, raccolte nei pochi orti che ancora lambiscono la città. La ricetta, pertanto, non è univoca: ogni famiglia conserva la propria versione, e gli ingredienti oscillano in numero e qualità a seconda delle disponibilità, delle memorie domestiche e dell’estro di chi le cucina, con una tendenza diffusa a raggiungere o superare la quarantina di componenti. Il cuore della pratica resta casalingo, e in mani prevalentemente femminili, anche se la sua diffusione nelle cucine dei ristoranti locali ha progressivamente affermato l’uso parallelo di prenotarne quantitativi variabili e di recarsi a ritirarli nella mattinata del primo maggio, costellando il paesaggio urbano di file di avventori muniti di pentole e casseruole in attesa del proprio turno.
La preparazione è avviata con più giorni di anticipo e scandita secondo una sequenza prestabilita di operazioni concatenate: reperimento e selezione delle materie prime, mondatura, ammolli, cotture separate, predisposizione delle paste, unione conclusiva degli ingredienti a ridosso del primo maggio. Il principio che governa l’insieme è la cura dell’assemblaggio, che esige un sapere complesso, dell’occhio e del palato, acquisito attraverso un reiterato esercizio; la bontà del piatto dipende di conseguenza dalla capacità di riconoscere un equilibrio al contempo cromatico, aromatico e di consistenza che nelle cucine cittadine costituisce il confine nitido tra una virtù ben fatta e una approssimativa, più simile al canonico minestrone.
Sul piano simbolico le virtù condensano una dimensione di reciprocità che ne definisce il senso sociale; si preparano in quantità largamente eccedenti il fabbisogno familiare, proprio perché sono destinate a essere distribuite ai vicini, ai parenti, a chi passa a salutare nel corso della giornata. È in questa circolazione e condivisione domestica, più che nella sola complessità della preparazione, che si radica la natura profondamente comunitaria del piatto: un’economia del dono alimentare che la città ha continuato a praticare anche quando quasi tutti gli altri elementi di derivazione contadina si sono progressivamente trasformati.
La complessità delle virtù
Teramo, 2015.
Registrazione di Marco Chiarini,
dal film Le virtù. La città in un piatto, Slow Food Condotta Pretuziana.
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Il dono di maggio
La preparazione delle erbe
Fotogramma dal film Le virtù. La città in un piatto di Marco Chiarini,
Teramo, 2015,
Slow Food Condotta Pretuziana.


Il dono di maggio
I legumi in ammollo
Fotogramma dal film Le virtù. La città in un piatto di Marco Chiarini,
Teramo, 2015,
Slow Food Condotta Pretuziana.


Il dono di maggio
Il fornello
Fotogramma dal film Le virtù. La città in un piatto di Marco Chiarini,
Teramo, 2015,
Slow Food Condotta Pretuziana.


Il dono di maggio
L’attesa
Fotogramma dal film Le virtù. La città in un piatto di Marco Chiarini,
Teramo, 2015,
Slow Food Condotta Pretuziana.


Il dono di maggio
Le virtù
Foto originaria di Maurizio Anselmi,
fotogramma dal film Le virtù. La città in un piatto di Marco Chiarini,
Teramo, 2015,
Slow Food Condotta Pretuziana.
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L’ortolano e le virtù
Teramo, aprile 2015.
Riprese di Marco Chiarini, estratto dal film Le virtù. La città in un piatto, Slow Food Condotta Pretuziana.
Trasmissione e salvaguardia
Le virtù teramane sono oggi un patrimonio vivente della città di Teramo e della sua provincia, trasmesso prevalentemente in ambito familiare e femminile, con una rete di donne anziane che custodiscono il sapere tecnico della preparazione e continuano a tramandarlo, sia pure con minore continuità rispetto al passato, alle generazioni più giovani. La pratica domestica resta centrale, ma convive con una diffusa proposta ristorativa che il primo maggio propone il piatto secondo versioni codificate, contribuendo alla visibilità pubblica della tradizione. Nel giorno della festività le virtù circolano ancora abbondantemente tra case e vicinato, ma è assai frequente imbattersi soprattutto in capannelli e file di persone, pentole alla mano, che attendono il proprio turno presso gastronomie o ristoranti al fine di procurarsi la quantità richiesta della ricercata pietanza.
Sul piano della recente valorizzazione il piatto è stato inserito nel giugno 2013 nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, sulla base di un disciplinare promosso dall’Associazione Ristoratori Teramani dentro le mura (ART) ed elaborato nel 2011 da un Comitato composto da antropologi, storici, esperti della cucina tradizionale, ristoratori e rappresentanti istituzionali. Il disciplinare fissa gli ingredienti e le modalità di preparazione con l’obiettivo di tutelare l’integrità della ricetta a fronte di interpretazioni libere che negli ultimi decenni hanno introdotto elementi giudicati estranei alla tradizione. Al contempo, una parte degli operatori e delle stesse famiglie guarda con una certa prudenza all’irrigidimento normativo di un piatto storicamente caratterizzato dalla variabilità domestica, sottolineando come le virtù siano per definizione una ricetta di famiglia, costruita sull’approvvigionamento reale e contingente delle materie prime nei giorni che precedono la festa.
Fra le iniziative di salvaguardia rivestono un ruolo centrale quelle promosse dalla Condotta Slow Food Pretuziana, che nel corso degli anni ha dedicato alle virtù incontri, pubblicazioni e iniziative di sensibilizzazione. In questo ambito si colloca il film documentario Le virtù. La città in un piatto, diretto dal regista teramano Marco Chiarini nel 2015, prodotto dalla stessa Condotta con il sostegno della Regione Abruzzo e della Camera di Commercio di Teramo, e presentato all’Expo milanese dello stesso anno, ricco di numerose testimonianze che coniugano memoria orale, profondità storica e attualità della pratica. Significativo è inoltre l’apporto di figure di riferimento del sapere gastronomico teramano come Fernando Aurini, Rino Faranda e Rosita Di Antonio, che alla cucina teramana e alla trasmissione delle virtù hanno dedicato ricettari e un impegno costante di divulgazione e insegnamento concreto.
Non risultano al momento percorsi specifici di trasmissione intergenerazionale rivolti alle giovani generazioni in ambito scolastico o formativo, sebbene la vitalità della pratica domestica e l’attenzione di associazioni e ristoratori lascino supporre una continuità della tradizione almeno nel breve e medio periodo. Resta aperta, e più problematica, la questione della filiera di approvvigionamento: l’esaurimento progressivo dell’orticoltura locale che ha contrassegnato per secoli il circondario cittadino, testimoniato con chiarezza dalla voce di Vincenzo Ricci, costituisce oggi il principale punto di fragilità materiale di una pratica culturale altrimenti estremamente vitale. Un elemento critico che si riverbera nell’interpretazione antropologica di Franco Cercone, la cui disamina sottolinea la perdita progressiva del contesto rituale e domestico di matrice contadina in cui la ricetta era storicamente collocata, in gran parte venuto meno con l’affermazione della proposta gastronomica-turistica contemporanea.


