Saperi tecnici e artigianali
L’involtino di Pasqua
La preparazione delle mazzarelle a Sciusciano
All’alba della domenica di Pasqua, quando le campane richiamano alla prima messa, nelle cucine teramane i fornelli sono già accesi da tempo, mentre i profumi inondano gli ambienti domestici. Le mazzarelle, piccoli involtini di coratella d’agnello avvolti in foglie d’indivia e legati con le sottili budella dello stesso animale, riposano in una grande teglia accanto alla pizza di Pasqua, alle uova sode e ai salumi. Sono il piatto d’apertura dello sdijunë, la gioiosa colazione che interrompe l’astinenza del Triduo, e rappresentano l’essenza stessa dell’agnello sacrificale ridotta alle sue parti più umili, trasformate per mano delle donne di casa in cibo rituale e condiviso.
“Le mazzarelle si mangiavano a colazione. Non durante il pranzo, perché durante il pranzo si mangiava l’agnello. La mattina preparavano il tavolo mettendo le mazzarelle, la pizza di Pasqua, raccontava la mamma. Io ricordo quel profumo, e la mamma che gira per questa cucina svelta, veloce”.
Silvana Rastelli, 18 marzo 2024
Le mazzarelle sono un piatto rituale della tavola pasquale teramana, preparato con le interiora di agnello – cuore, polmoni, fegato – tagliate a listarelle, disposte su un letto di foglie di indivia o di lattuga, insieme a cipolla fresca, prezzemolo, maggiorana, e chiuse in piccoli fagotti legati con budelline dello stesso agnello accuratamente pulite. La pietanza è descritta nel Dizionario abruzzese e molisano del glottologo e dialettologo Ernesto Giammarco nel 1969, che definisce le mazzarelle “involtini sfritti di fegato, cuore e polmone d’agnello con aglio fresco, prezzemolo e maggiorana; il tutto avvolto in una foglia di lattuga e legato dalle budelline di agnello”.
Prima di lui, nel 1881, era stato l’insigne linguista e filologo teramano Giuseppe Savini a riferirle sinteticamente come “interiora dell’agnello cotte a stufato” in La grammatica ed il lessico del dialetto teramano.
A queste definizioni lessicografiche si integra una letteratura locale che inserisce il piatto nel più ampio complesso delle tradizioni alimentari della Settimana Santa della città di Teramo e del circondario, e nell’ambito del cambiamento di gusto intercorso per gli “influssi delle idee illuministe” e della successiva dominazione francese tra la fine del XVIII secolo e il primo decennio del successivo, secondo quanto affermato dal demologo Giuseppe Di Domenicantonio in un circostanziato contributo dedicato alle mazzarelle e alla cultura gastronomica cittadina.
Il loro impianto di fondo appare, in ogni caso, quello del cibo di recupero: la coratella, insieme alle budella e ad altre frattaglie, costituisce la parte meno nobile dell’agnello pasquale, quella che le famiglie contadine non potevano permettersi di sprecare; le mazzarelle nascono dunque come risposta domestica alla macellazione dell’animale per la festa, secondo una logica della parsimonia che accomuna molte pietanze rituali dell’Italia centro-meridionale. La loro preparazione si dipana in una sequenza di operazioni concatenate, con una cura quasi liturgica nella pulizia degli ingredienti. Il risultato dell’elaborato procedimento è un involtino di colore verde scuro, dal sapore intenso e aromatico, nel quale la ricchezza delle interiora è equilibrata dall’amaro delicato dell’indivia e dalla freschezza del cipollotto primaverile.
Accanto alla versione bianca convive una versione con il sugo, documentata come tratto frequente della cucina teramana di città e in alcune frazioni, come testimoniato da Silvana e Margherita Rastelli, che le hanno ereditate entrambe: la nonna materna, originaria della campagna attorno a Sciusciano, le preparava in bianco e le serviva la mattina di Pasqua con due fette di pane, come pietanza unica della colazione; la nonna paterna, di Teramo città e residente in un palazzo del centro storico, aggiungeva alla fine un pomodoro a pezzetti con peperoncino, facendolo ritirare e lasciandovi insaporire le mazzarelle già cotte. È un segno tangibile di una trasmissione genealogica prettamente femminile e domestica, che coagulava intorno alla preparazione delle mazzarelle una competenza collettiva fatta di microvarianti, di confronti, di giudizi reciproci sul risultato e di una complicità di genere che attraversava le generazioni.
Il contesto rituale è quello della Pasqua, e precisamente dello sdijunë, la colazione teramana che rompe il digiuno del Venerdì e del Sabato Santo al ritorno dalla prima messa della domenica: un pasto denso e ibrido, quasi un pranzo anticipato, composto da uova sode, pizza di Pasqua (la spianata), salumi di casa, formaggi freschi, e dalle mazzarelle calde appena sfornate. Nelle case teramane il parallelo fra l’Agnello di Dio e l’animale sacrificato per la festa è ancora oggi esplicito, e attraversa con ambivalenza l’esperienza dei testimoni: l’agnello che nasce a primavera per essere portato a Pasqua sulla tavola è insieme la vittima rituale e l’animale familiare, cresciuto, almeno fino a tempi recenti, nel cortile delle case contadine, accarezzato nei mesi prima della macellazione. Per le donne che le cucinano, le mazzarelle esprimono il valore tangibile di un’offerta sacrificale utilizzata integralmente, in cui anche le parti più umili ricevono la dignità di una preparazione lunga, accurata e sentitamente festiva.
Prima di lui, nel 1881, era stato l’insigne linguista e filologo teramano Giuseppe Savini a riferirle sinteticamente come “interiora dell’agnello cotte a stufato” in La grammatica ed il lessico del dialetto teramano.
A queste definizioni lessicografiche si integra una letteratura locale che inserisce il piatto nel più ampio complesso delle tradizioni alimentari della Settimana Santa della città di Teramo e del circondario, e nell’ambito del cambiamento di gusto intercorso per gli “influssi delle idee illuministe” e della successiva dominazione francese tra la fine del XVIII secolo e il primo decennio del successivo, secondo quanto affermato dal demologo Giuseppe Di Domenicantonio in un circostanziato contributo dedicato alle mazzarelle e alla cultura gastronomica cittadina.
Il loro impianto di fondo appare, in ogni caso, quello del cibo di recupero: la coratella, insieme alle budella e ad altre frattaglie, costituisce la parte meno nobile dell’agnello pasquale, quella che le famiglie contadine non potevano permettersi di sprecare; le mazzarelle nascono dunque come risposta domestica alla macellazione dell’animale per la festa, secondo una logica della parsimonia che accomuna molte pietanze rituali dell’Italia centro-meridionale. La loro preparazione si dipana in una sequenza di operazioni concatenate, con una cura quasi liturgica nella pulizia degli ingredienti. Il risultato dell’elaborato procedimento è un involtino di colore verde scuro, dal sapore intenso e aromatico, nel quale la ricchezza delle interiora è equilibrata dall’amaro delicato dell’indivia e dalla freschezza del cipollotto primaverile.
Accanto alla versione bianca convive una versione con il sugo, documentata come tratto frequente della cucina teramana di città e in alcune frazioni, come testimoniato da Silvana e Margherita Rastelli, che le hanno ereditate entrambe: la nonna materna, originaria della campagna attorno a Sciusciano, le preparava in bianco e le serviva la mattina di Pasqua con due fette di pane, come pietanza unica della colazione; la nonna paterna, di Teramo città e residente in un palazzo del centro storico, aggiungeva alla fine un pomodoro a pezzetti con peperoncino, facendolo ritirare e lasciandovi insaporire le mazzarelle già cotte. È un segno tangibile di una trasmissione genealogica prettamente femminile e domestica, che coagulava intorno alla preparazione delle mazzarelle una competenza collettiva fatta di microvarianti, di confronti, di giudizi reciproci sul risultato e di una complicità di genere che attraversava le generazioni.
Il contesto rituale è quello della Pasqua, e precisamente dello sdijunë, la colazione teramana che rompe il digiuno del Venerdì e del Sabato Santo al ritorno dalla prima messa della domenica: un pasto denso e ibrido, quasi un pranzo anticipato, composto da uova sode, pizza di Pasqua (la spianata), salumi di casa, formaggi freschi, e dalle mazzarelle calde appena sfornate. Nelle case teramane il parallelo fra l’Agnello di Dio e l’animale sacrificato per la festa è ancora oggi esplicito, e attraversa con ambivalenza l’esperienza dei testimoni: l’agnello che nasce a primavera per essere portato a Pasqua sulla tavola è insieme la vittima rituale e l’animale familiare, cresciuto, almeno fino a tempi recenti, nel cortile delle case contadine, accarezzato nei mesi prima della macellazione. Per le donne che le cucinano, le mazzarelle esprimono il valore tangibile di un’offerta sacrificale utilizzata integralmente, in cui anche le parti più umili ricevono la dignità di una preparazione lunga, accurata e sentitamente festiva.
Le interiora e le budella
Silvana Rastelli, voce.
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024.
Registrazione di Stefano Saverioni, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024.
Registrazione di Stefano Saverioni, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Ascolta il brano


L’involtino di Pasqua
Gli ingredienti
Il piano di lavoro con gli ingredienti predisposti per la preparazione in corso: la coratella d’agnello tagliata a listarelle (cuore, fegato, polmone), le budelline già pulite in ammollo con il limone, le foglie d’indivia, il prezzemolo, la maggiorana, il cipollotto fresco affettato finemente.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’involtino di Pasqua
La coratella
Le interiora intere dell’agnello prima della lavorazione: a sinistra il fegato, al centro il cuore, a destra i polmoni.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’involtino di Pasqua
La cucina
Margherita Rastelli in cucina mentre taglia la coratella a listarelle, preparazione preliminare all’assemblaggio delle mazzarelle.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’involtino di Pasqua
L’assemblaggio
Le mazzarelle in fase di composizione: sulla foglia d’indivia sono disposti i pezzetti di coratella e la cipolla fresca, prima della chiusura a involtino e della legatura con il budellino.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Stefano Saverioni,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


L’involtino di Pasqua
Le mazzarelle cotte
Le mazzarelle al termine della cottura, legate con le budelline e disposte sul piatto di portata.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Foto di Emanuele Di Paolo,
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
GUARDA IL VIDEO
La preparazione delle mazzarelle
Margherita Rastelli mostra le principali fasi della preparazione domestica delle mazzarelle, prima della cottura in teglia.
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024.
Riprese di Stefano Saverioni, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Sciusciano di Teramo (TE), 29 marzo 2024.
Riprese di Stefano Saverioni, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La preparazione delle mazzarelle è ancora diffusa nelle case teramane nel periodo pasquale, con una capillarità tuttavia in diminuzione rispetto al passato. La pratica domestica sopravvive soprattutto dove esiste una continuità intergenerazionale di trasmissione, con nonne e madri che coinvolgono figlie e nipoti nella lavorazione dei giorni precedenti la Pasqua; in molti altri casi, la complessità e il tempo richiesti hanno spostato l’approvvigionamento verso le macellerie cittadine, la ristorazione e le aziende agricole del territorio, che preparano le mazzarelle su ordinazione o distribuiscono attraverso la filiera commerciale, contribuendo a mantenerne la disponibilità al di fuori del circuito esclusivamente domestico e del ristretto periodo in cui sono stagionalmente prodotte. Numerosi ristoranti e agriturismi del circondario di Teramo propongono le mazzarelle nei menù pasquali e sempre più spesso lungo tutto l’arco dell’anno, in linea con una domanda, non solo di natura turistica, che cerca nel piatto un sapore identitario della cucina locale.
Accanto alla versione teramana convivono alcune varianti locali ben documentate, come quella in uso a Montorio al Vomano, che si distingue per l’impiego della bietola al posto dell’indivia, l’aggiunta di uova sode, di formaggio e di pancetta al ripieno.
Sul piano istituzionale, le mazzarelle sono inserite nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) del Ministero dell’Agricoltura, riconoscimento che ne tutela la denominazione e la filiera. Non esiste a oggi un disciplinare formale di produzione né un presidio dedicato, e la salvaguardia della pratica si affida principalmente alla vitalità della trasmissione familiare e all’iniziativa di singole aziende, macellerie e ristoratori.
Accanto alla versione teramana convivono alcune varianti locali ben documentate, come quella in uso a Montorio al Vomano, che si distingue per l’impiego della bietola al posto dell’indivia, l’aggiunta di uova sode, di formaggio e di pancetta al ripieno.
Sul piano istituzionale, le mazzarelle sono inserite nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) del Ministero dell’Agricoltura, riconoscimento che ne tutela la denominazione e la filiera. Non esiste a oggi un disciplinare formale di produzione né un presidio dedicato, e la salvaguardia della pratica si affida principalmente alla vitalità della trasmissione familiare e all’iniziativa di singole aziende, macellerie e ristoratori.


