Riti e pratiche sociali
Il canto alle anime sante
Il diasillari itineranti a Garrufo e a Guazzano
“E Dijesilla Dijesilla, salve salve consivilla / Gesù mio con gran dolore, tu sei stato il Redentore. Risorgerà la creatura, dall’antica sepoltura / superando i vivi e i morti e là dinanzi è giusto e forte”. È l’inizio della Dijesilla di Giannina Malaspina e Marino Ciprietti, diasillari itineranti che da Garrufo di Campli portavano l’orazione cantata per contrade rurali e case sparse, in un lungo cammino di attraversamento dell’entroterra abruzzese e marchigiano. Le loro voci vibravano di casa in casa, di famiglia in famiglia, dando sollievo alle anime dei defunti e al cuore dei vivi che ne perduravano il ricordo.
“Noi dormivamo nelle case, o sotto le baracche, dentro i carri, o dove avevano le bestie, sulla paglia. Si cantava per i morti delle famiglie, ti dicevano il nome. Volevano sentire la storia di Sant’Antonio, di San Gabriele, li diasillë, lo sapevano che facevamo queste cose, poi eravamo di casa. È stata una vita sacrificata, ma è stata bella, ho conosciuto tante persone, ci invitavano ai matrimoni”.
Giannina Malaspina, 2 giugno 2009
Dal circondario del comune di Campli, dalle frazioni disseminate a ridosso delle direttrici che portano alla montagna come Garrufo e Guazzano, una consolidata consuetudine locale spingeva parte della popolazione, soprattutto maschile, ad alternare il proprio quotidiano di tipo stanziale con lunghi tragitti stagionali finalizzati all’esercizio del canto e della recitazione domiciliare presso contrade rurali e case sparse. Questa specializzazione professionale si innestava in un più eterogeneo sistema di attività ambulanti, prerogativa secolare della stessa cittadina camplese, che impegnava i suoi abitanti nella produzione e vendita di “immagini sacre”, santini e chincaglierie religiose in territori anche molto distanti dai luoghi d’origine, secondo itinerari testimoniati dalle informazioni orali e dai documenti custoditi nell’Archivio di Stato di Teramo, come le ricerche compiute da Nicolino Farina mettono in luce.
Ma le due figure del santarellaro e del cantastorie solo raramente coincidevano, pur appartenendo a un medesimo regime di sussistenza fondato sulla mobilità periodica; i santarellari inoltre, frequentavano più abitualmente le piazze e i mercati urbani, mentre i suonatori e cantastorie camplesi, definiti più propriamente anche diasillari, prediligevano zone periferiche e poco battute, dove era più facile trovare accoglienza e porre in essere le proprie peculiari strategie di negoziazione, basate sullo scambio cerimoniale più che sulla vendita.
I diasillari camplesi si discostano anche dall’impegno civile e compositivo proprio dei cantastorie di piazza e incarnano, al contrario, una funzione cerimoniale itinerante del tutto rivolta allo spazio geografico ed emblematico del margine, della periferia abitata al limite estremo di demarcazione fra il domestico e il selvatico: una dimensione privilegiata d’interazione vivi-morti messa in atto attraverso una forma di mobilità ritualmente connotata che ha assimilato nel corso dei secoli gli ambulanti e i questuanti all’universo dei defunti e delle anime vaganti, ancora diffusamente avvertibile nell’ideologia religiosa dell’Europa rurale della seconda metà del Novecento.
Giannina Malaspina e Marino Ciprietti, fra le più importanti figure di diasillari camplesi, hanno compiuto assieme i loro itinerari di questua fino all’ultimo decennio del secolo scorso. Si conosce inoltre l’identità di ulteriori diasillari della zona, dediti all’esecuzione di canti, preghiere e orazioni per le anime del Purgatorio, come Sabatino Di Pietro, meglio noto come Sabatino di Campli, Gaetano Paterini, Giuseppe Di Odoardo, Giovannino e Tonino Giubbini, Ernesto Di Francesco, per ricordarne solo alcuni provenienti da Garrufo e Guazzano.
L’intenzionalità cerimoniale dell’azione di questua di Marino Ciprietti e Giannina Malaspina si esplicitava, primariamente, nella pratica extra-liturgica di eseguire su richiesta degli abitanti un canto per i defunti della casa, i cui nomi erano pronunciati di volta in volta in corrispondenza della penultima strofa: Li diasille dei morti, noti anche come la Diasillë, un adattamento volgarizzato della sequenza in lingua latina attribuita a Tommaso da Celano (1200-1265), il Dies Iræ, lirica religiosa fra le più note della liturgia cristiana, inclusa nel messale romano come “sequenza dei morti” e cantata nei funerali.
Il canto e il suo uso cerimoniale, ancorato alla dottrina cristiana della resurrezione dei corpi, offriva la possibilità di uno scambio simbolico fra vivi e morti aprendo un terreno di comunicazione con le “anime purganti” in attesa del Giudizio; i diasillari camplesi erano pertanto considerati, di fatto, intercessori con i defunti della casa attraverso formule e preghiere destinate ad alleviare le pene dei trapassati e a garantire un prolungamento dei rapporti mantenuti in vita, ricevendo in cambio donativi in natura o, successivamente, in denaro. Alcuni, come Sabatino di Campli, eseguivano più frequentemente un recitativo chiamato Il lamento del Purgatorio, detto anche L’anime defunte, dalle funzioni similari a quelle incarnate dalla Diasillë.
Il repertorio performativo del cantastorie diasillaro poteva includere anche le storie dei santi, che costituivano uno dei più significativi punti di confluenza tra una codificata tradizione religiosa e il genere della ballata o della storia in rima a più estesa concatenazione narrativa, particolarmente diffusa nell’Italia centro-meridionale. Il nesso santi-defunti è del resto uno dei fondamentali nodi di articolazione funzionale del rapporto con i morti e delle forme rituali che lo stesso assume nell’Europa cristiana, proprio a partire dal culto dei santi intesi come particolare categoria di morti eletti, illustri e speciali, di benefattori miracolosi riconosciuti.
Dijesilla
Macchie di Farindola (PE), 13 luglio 1993.
Registrazione di Domenico Di Virgilio,
Archivio EtnoLinguistico Musicale Abruzzese (AELMA).
Ascolta il brano


Il canto alle anime sante
Giannina Malaspina
Foto di Gianfranco Spitilli,
Garrufo di Campli (TE), 22 settembre 2017,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


Il canto alle anime sante
Giannina Malaspina e Marino Ciprietti
Foto di Domenico Di Virgilio,
Macchie di Farindola (PE), 13 luglio 1993,
Archivio EtnoLinguistico Musicale Abruzzese (AELMA).


Il canto alle anime sante
Foglio volante
Particolare dal documento originale,
Arti Grafiche Campi Editore, Foligno, inizi XX secolo,
Archivio Filippo Lanci.


Il canto alle anime sante
Tiberio e Santa Rita
Foto di Gianfranco Spitilli,
Garrufo di Campli (TE), 12 settembre 2017,
Archivio Pro Loco “Città di Campli”.


Il canto alle anime sante
Sabatino di Campli
Foto di Domenico Di Domenicantonio,
Santa Maria di Basciano (TE), luglio 1977,
Archivio Domenico Di Domenicantonio/Gilda Valeriani.
GUARDA IL VIDEO
All’onore di Sant’Antonio
Arsita (TE), agosto 2010.
Riprese di Andrea Zuin, Archivio Altofino/Rondilà.
Trasmissione e salvaguardia
La pratica del canto o del recitativo domiciliare da parte dei diasillari dell’area del comune di Campli, in particolare di Garrufo e di Guazzano da cui la gran parte provenivano, è oggi del tutto estinta. Gli stessi diasillari, depositari dei repertori utilizzati nel corso degli spostamenti, sono quasi tutti scomparsi. Da un punto di vista della trasmissione è possibile rilevare che in taluni casi, come in quello di Giannina Malaspina, una certa continuità è stata garantita in ambito familiare tramite il nipote Francesco Di Carlo, relativamente all’uso della fisarmonica e per quanto concerne il repertorio di canti conosciuti dai nonni materni.
A questa rilevante trasmissione diretta, che rappresenta comunque un caso unico e non una diffusa eredità nell’ambito delle famiglie di diasillari, sono da integrare diversificate iniziative di recupero e valorizzazione, potenzialmente finalizzate a una prospettiva di salvaguardia dei repertori e di diffusa consapevolezza del contesto in cui erano portati avanti dalle figure itineranti. Per l’area facente capo al territorio del comune di Campli come ambito di irradiazione dei repertori si segnalano numerose documentazioni, ricerche e analisi interpretative che hanno consentito, con diversi gradi di approfondimento, una migliore conoscenza del fenomeno. Le prime registrazioni conosciute furono effettuate a Garrufo di Campli dal demologo Giuseppe Profeta (1963) e da una sua allieva, Marilena Sinigaglia (1968-1970), relative all’orazione cantata chiamata L’anime defunte, detta anche Il lamento del Purgatorio, interpretata dalla sorella di Sabatino Di Pietro, Eleonora Di Pietro, e descritta come “appartenente al repertorio dei cantori girovaghi chiamati diasillari” (Archivio Sonoro Abruzzo), unitamente a versioni cantate e recitate della Diasillë, che lo stesso Profeta ha documentato successivamente in diversi paesi del Gran Sasso e della Laga (1970, Istituto per i Beni Sonori ed Audiovisivi), dove furono diffuse proprio dai diasillari camplesi.
Lo stesso Sabatino Di Pietro fu documentato in contesto da Italo Luciani presso Scorrano, nella Media Valle del Vomano, in uno dei suoi lunghi tragitti compiuti a piedi (1980), mentre Giannina Malaspina e Marino Ciprietti furono oggetto di una documentazione quasi esaustiva del loro repertorio cerimoniale – comprendente orazioni cantate dedicate a Santa Rita da Cascia, a San Gabriele dell’Addolorata e a Sant’Antonio abate – quando sostavano presso la famiglia Salzetta a Macchie di Farindola, nell’unica registrazione in funzione esistente ad opera dell’etnomusicologo Domenico Di Virgilio (1993, Abruzzo Digital Archive). Un’altra versione cantata dell’orazione Il lamento del Purgatorio è stata invece documentata dall’etnomusicologo Carlo Di Silvestre nella stessa frazione rurale di Farindola, eseguita da Maria Salzetta, un’anziana contadina che dichiara di averla appresa proprio dai camplesi (1993, Archivio Sonoro Abruzzo); alcune versioni di Diasillë sono invece state documentate a sua cura presso le valli del Fino e del Tavo.
Questo elemento di propagazione dei repertori esercitato dai diasillari camplesi appare come costitutivo della loro natura di “portatori” culturali, esercitata nei secoli, di cui resta attestazione in molti dei territori attraversati: ad Arsita e nel circondario, ad esempio, è ancora in uso nella questua invernale di Sant’Antonio abate il canto In onore di Sant’Antonio, veicolato proprio dai camplesi nel loro peregrinare e presente nella memoria locale anche in forma di orazione.Più recenti sono le ricerche e le documentazioni sonore, audiovisive e fotografiche compiute dall’antropologo Gianfranco Spitilli con Giannina Malaspina e la sua famiglia, che ne ha ricostruito la biografia e il contesto culturale di riferimento, anche in un quadro di rivitalizzazione e reinterpretazione dei repertori in collaborazione con l’etnomusicologo Filippo Bonini Baraldi, dando vita a un volume e a una produzione discografica sull’argomento (2017), oltre a numerose presentazioni e partecipazioni pubbliche della stessa Giannina Malaspina con il nipote Francesco Di Carlo come quelle all’interno della festa di “Valfino al Canto” ad Arsita e nei teatri di Parigi.
All’origine di questo rinnovato interesse è da segnalare la produzione discografica del gruppo degli “A’ssaltarella”, di cui lo stesso Francesco Di Carlo faceva parte, che vide il coinvolgimento di Giannina Malaspina e Marino Ciprietti con una breve registrazione originale e il cui repertorio fu oggetto di un primo esperimento di reinterpretazione.

