Espressioni orali e linguistiche
La robustezza dell’acqua
Gli idronimi popolari nel territorio di Pietracamela
Il Gran Sasso è fonte di vita, con le numerose sorgenti e gli innumerevoli corsi e punti d’acqua che lo costellano. Storie, saperi, pratiche: una cultura e una memoria – personale, collettiva –, si addensano e intrecciano intorno a ciascun idronimo. Nomi che rischiano di dileguare al tramontare della lingua locale, della cultura agropastorale e degli abitanti che li hanno elaborati e trasmessi nel corso delle generazioni. Tuttavia, la lingua pretarola conosce oggi una rinascita perché difesa e promossa da una comunità fortemente coesa e consapevole del suo valore culturale e identitario.
«M’arcardë cha… lë ṣ̌tetë i guaglìunë së guagnevënë sulla callera dë Capëlëvanë – o Capëlacuoṣ̌ta. L’ocqua ghora ijëleta… S’arrassëquevënë allë saulë, sullë vanë.
[Mi ricordo che in estate i giovani coraggiosi si tuffavano nella caldaia di Capolevene – o Capolacosta. L’acqua era gelida. Si asciugavano al sole, distesi sulle rocce circostanti]».
Ailana Paoletti (2026)
I toponimi, tramandati in lingua locale (in parte tradotti nella lingua nazionale), contengono informazioni sul territorio – sia trasparenti sia opache. Inizialmente nomi comuni, spesso preceduti da un determinante e seguiti da un aggettivo che ne precisi una o più caratteristiche, con il tempo diventano nomi propri che identificano con esattezza un luogo, puntuale o esteso, cui si aggregano talvolta vere e proprie narrazioni (autentiche o leggendarie). Legati a pratiche culturali, sociali o economiche tradizionali, riflesso linguistico dell’interazione dell’uomo con l’ambiente e indice di robustezza e adattabilità del primo nei confronti del secondo, essi rappresentano un bene culturale immateriale in quanto parlano della comunità che abita e incide sul paesaggio e sulle sue risorse. Se il legame tra lingua e acqua, manifesto negli idronimi, risulta ovunque molto significativo (dove c’è acqua ci sono sempre vita e civiltà), nel contesto montano di Pietracamela esso è particolarmente ricco. La sua esplorazione consente di costruire un paesaggio socioculturale e geografico ad alta risoluzione.
Alcune fonti (primarie: la restituzione della possente memoria familiare di Ailana Paoletti, nostra fonte principale, quella di Lidia Montauti, i quaderni manoscritti della poetessa Ginevra Bartolomei, le osservazioni di Graziano Mirichigni; secondarie: il saggio di toponomastica pretarola di Davide Boccia) consentono di documentare tale patrimonio immateriale, anzitutto via l’elenco e la collocazione dei corsi d’acqua (o loro specifici tratti, secondo una prospettiva odologica) che lambiscono il borgo: u Rijë d’Ornë (il Rio Arno), u Rijë Resë (il Rio Ruso – un tratto del Rio Arno), u Rijë dë la Puorta (il Rio della Porta, che attraversa piazza degli Eroi), u Fussë Zeglë (il Fosso Piccolo), u Fussë Ronnë (il Fosso grande), u Fussë dë Vina Cacaccìara (il Fosso di Vena Cacacciara), u Fussë dë lë Ruotëlë (il Fosso del Rotolo), l’Acqua dë Suprataurë (l’Acqua di Sopratore)… Nell’alternanza degli aggettivi ronnë / zeglë si comprende come la rete degli idronimi sia un vero e proprio repertorio solidale: non c’è il fosso piccolo senza il fosso grande.
Altri idronimi sono più puntuali, come i nomi delle fontane naturali, da distinguere – anche qui in una prospettiva di complementarità topologica – tra la zona delle Terre alte – la Funta dë Tevë (la Fonte di Tivo), l’Acqua dë Vulvërë (l’Acqua di Vulvere), Funta dë Quroija (Fonte Corea), Funta Crëṣ̌tëijana (Fonte Cristiana), Funtimuonnëchë (Fontemonache), Funta Barelë (Fonte Barile), Funta Carvaunë (Fonte Carbone) –; e la zona delle Terre basse, vicine al paese – l’Acqua dë Vadëjiamë (l’Acqua di Vadìano), Funta Sëṣ̌teglia (Fonte Sestiglia), lë Funtë (le Fonti), l’Acqua dë suglë Quanelë (l’Acqua di sul Canale, vicino a Santa Barbara), l’Acqua du Fërrerë (l’Acqua del Ferraio, vicino a Sarachino), l’Acqua Peca (l’Acqua poca), lë Fëntëciallë (le Fonticelle), l’Acqua dë la Canela (sentiero per il passo della Forchetta). In diversi casi idronimi, toponimi e antroponimi (nomi di persone, individui, famiglie o casati) coincidono, a conferma della forza coesiva interna a tali elementi linguistici.
La portata culturale e identitaria dei toponimi affiora in filigrana nella traduzione in lingua italiana, talvolta problematica. Ne è un esempio [Funta dë] Qrojia, laddove qrojia significa “flatulenza” (probabilmente dal rumore scoppiettante tipico di quella sorgente), edulcorato e italianizzato sulle cartine topografiche in “corea”.
L’interazione tra l’acqua e le attività umane è marcata in diversi toponimi, come gli abbeveratoi (triucchë in pretarolo, costruiti nelle immediate adiacenze di una fonte), spesso formulati con funzione deittica: i Jabbëvëratèrë (nella zona dei fienili), a Partëlafaunta (a Portafontana), a Suprataurë (a Sopratore), illë Paglìarë (alle Pagliare), i Partapuotë (a Portapiedi)… Tale interazione affiora pienamente nel nome della contrada u Tëraterë (il Tiratoio della lana). I tiratori erano artigiani specializzati nella fase finale della lavorazione della lana, o “tiratura”, che seguiva la tessitura e la follatura: i panni venivano bagnati e poi stesi al sole sui campi della zona. I tiratori avevano quindi il compito di allungare e tendere il tessuto per portarlo alle dimensioni desiderate, mantenere la trama uniforme e correggere eventuali imperfezioni. La lavorazione della lana era destinata tanto a un utilizzo domestico quanto a un mercato locale ed esteriore.
Nel repertorio toponomastico pretarolo è inclusa anche una ricca trama di cascate, direttamente riconducibili all’idronimo corrispondente: la Caschìata du Rijë d’Ornë (la Cascata del Rio Arno), la Caschìata du Rijë dë la Puorta (la Cascata del Rio della Porta), ecc. Alla base delle cascate fragorose e spumeggianti si forma, per erosione, una conca, spesso circolare e profonda, detta callera (“caldaia”). Il territorio di Pietracamela ne è ricco: u Callaraunë (il Calderone, nella Val Maone), la Callera du Rijë dë la Puorta (la Caldaia del Rio della Porta), la Callera dë Caplëvanë (o Capëlacuoṣ̌ta) [Caldaia di Capolevene (o Capolacosta)], la Callera du pauntë du mëijenë (La caldaia del ponte del mulino), la Callera dë Zazeglë (la Caldaia di Zazegle, nella parte bassa del paese, zona di scarico delle fognature). Il giorno di San Giovanni i ragazzi inauguravano la stagione balneare alla Callera Ronna (la Caldaia grande), dopo aver scavato il fondo per avere una maggiore profondità.
Da annoverare infine altre strutture artificiali indirettamente collegate agli idronimi, come i ponti: u Puntë dë lë Cannavunë (il ponte delle Cannavine, “ponte molto lungo e alto. Un tempo era privo di ringhiera e faceva paura percorrerlo. Poco distante dalla residenza dei Paolini”), u Puntë du Fussë Zeglë (il Ponte delle Fosso Piccolo), u Puntë du Fussë Ronnë (il Ponte del Fosso Grande), u Pëntëciglë dë Marënerë (il Ponticello di Marinaro), ecc.; o le dighe: la Diga dë Vadëijamë (Diga di Vadiamo), u Vascaunë (il Vascone, ai Prati di Tivo), ecc.
Testimonianza di Ailana Paoletti
Pietracamela (TE), gennaio 2026.
Registrazione di Ailana Paoletti.
Archivio Aligi Bonaduce.
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La robustezza dell’acqua
Annina Paglialonga, nonna di Aligi Bonaduce, con la conca, d’inverno.
Foto di Aligi Bonaduce.
Pietracamela (TE), verso 1965
Archivio Aligi Bonaduce.


La robustezza dell’acqua
Sulla Piazza di Pietracamela
Foto di Aligi Bonaduce.
Pietracamela (TE), 1920-1930.
Archivio Aligi Bonaduce.


La robustezza dell’acqua
Rio della Porta
Foto di graziano Mirichigni.
Pietracamela (TE), 2018.
Archivio Graziano Mirichigni.


La robustezza dell’acqua
Rio Arno
Foto di Graziano Mirichigni.
Pietracamela (TE), 2014.
Archivio Graziano Mirichigni.


La robustezza dell’acqua
Conche di rame
Foto di Aligi Bonaduce.
Pietracamela (TE), anni ‘30 del Novecento.
Archivio Aligi Bonaduce.
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Fonte delle monache
Pineto (TE), luglio 2026
Riprese di Silvia Pallini.
Archivio Associazione LEM-Italia.
Trasmissione e salvaguardia
Il patrimonio idronimico pretarolo, insieme alla più ampia toponomastica ad esso collegata, sono minacciati da almeno quattro fattori principali, concomitanti e spesso interdipendenti. Anzitutto, la rarefazione della lingua locale, tradizionalmente orale, la cui trasmissione è in crisi anche a causa dello spopolamento del territorio montano. Questo combinato disposto porta inevitabilmente con sé uno sfilacciamento della memoria orale – e quindi anche della trasmissione d’informazioni sul territorio, tra cui, naturalmente, quella toponomastica. In quarto luogo, la scomparsa di mestieri tradizionali, la trasformazione delle pratiche sociali e del tipo di sfruttamento del territorio rendono quest’ultimo maggiormente “opaco”, meno frequentato, familiare e quindi meno leggibile.
Grazie alle testimonianze raccolte, nell’ambito di una vivace comunità virtuale pretarola, è possibile apprezzare questo fenomeno e l’interesse di risvegliare la memoria dei luoghi: «Lidia, io Funta Sëṣ̌teglia è la prima volta che la sento […] Con la terra umida di Funta Seṣ̌teglia si creavano le statuette del presepe. [La fonte] si trova “a due tiri di fucile dal paese”. Si imbocca il sentiero per Contrad’Arno e si prosegue fino a raggiungere il torrente le cui acque si rompono in mille cascatelle tra i bianchi massi di calcare, levigati dall’acqua del Rio d’Arno e coperti di muschio […] Qui gli anziani esperti raccoglievano i vimini per intessere ceste. I ragazzi, invece, prendevano la creta umida con cui modellavano pecorelle, casette, figure umane…».
Questo e altri esempi attestano l’emergere di una toponomastica narrativa (Agresti et al. 2020, Agresti e Pallini 2015), ossia la proliferazione di racconti (reali o mitologici) suscitati dal toponimo stesso, vero e proprio punto di ancoraggio della memoria del territorio. In questa prospettiva, il patrimonio linguistico legato agli idronimi non si limita a denominare i luoghi, ma attiva e organizza un sistema di narrazioni, conoscenze e pratiche. Nell’ottica di una rivitalizzazione delle lingua e cultura pretarole, queste narrazioni potrebbero rappresentare un punto di partenza per raccordare l’elemento linguistico-toponomastico a quello turistico-culturale, incontrando così, in modo originale, una delle vocazioni forti del territorio di Pietracamela.
Più in generale, negli ultimi anni osserviamo il consolidamento di una comunità pretarola virtuale, resa possibile dalle recenti evoluzioni tecnologiche, che è riuscita a federare pretaroli e pretarofili, anche di diaspora, intorno a un programma di pianificazione del corpus della lingua e della sua valorizzazione sociale e patrimoniale. La recente legge regionale sulla promozione delle lingue e dei dialetti d’Abruzzo può offrire una cornice istituzionale per avviare tale percorso. In questo intreccio tra lingua, memoria e territorio, gli idronimi continuano a rappresentare una forma viva di conoscenza condivisa.



