Natura e universo
I germogli della mammara
La raccolta degli asparagi selvatici a Villa Petto
Nei boschi di latifoglie che salgono dalla Valle Siciliana verso le pendici del Gran Sasso, all’inizio della primavera, spuntano dal terreno i turioni dell’asparago selvatico: germogli sottili, scuri, amarognoli, lanciati in alto dalla pianta-madre, la mammara. La loro raccolta è un’attività coinvolgente che mobilita solitari cercatori o intere famiglie, coniugando sapienza botanica, conoscenza del territorio e abilità di osservazione nella penombra del sottobosco, fra zone incolte e impenetrabili arbusti.
“Ho iniziato verso i tre, quattro anni con mio padre, sempre. Da piccolo chiedevo a mio padre cos’erano tutte le piante che vedevo. Vedevo la mammara e non sapevo ancora che cos’era. E gli chiedevo: ‘Papà, che cos’è?’. E lui mi rispondeva: ‘Questa qua è la pianta da cui nascono gli asparagi’. E dopo un po’, certe volte mi scordavo il nome. Però una volta mi ha detto: ‘Ricordati il nome mamma, e da quel giorno in poi me lo sono ricordato”.
Alessandro Di Carlo, 22 aprile 2025
La raccolta degli asparagi selvatici, li spirnë, è una pratica di foraggiamento vegetale largamente attestata nel territorio del Gran Sasso teramano, legata alla primavera e all’abitudine, diffusa e intergenerazionale, di percorrere i boschi e gli incolti alla ricerca dell’Asparagus acutifolius, pianta perenne della famiglia delle Asparagacee, caratterizzata da un apparato ramificato legnoso e un’estremità aghiforme che, a maturità, la rende facilmente riconoscibile anche da lontano. Dalla pianta-madre, localmente chiamata la mammara, in primavera emergono i giovani germogli, i turioni, la parte edibile e l’oggetto primario della certosina opera di raccolta.
A Villa Petto di Colledara, una frazione collinare del versante orientale del massiccio, la pratica restituisce la struttura essenziale di un’attività in cui convivono conoscenza botanica, cognizione minuziosa del territorio, concentrazione silenziosa ma anche, al contempo, dimensione ludica e ricreativa. La raccolta avviene fra il mese di marzo e la primavera inoltrata, con una variabilità che dipende dall’andamento stagionale e dall’esposizione dei versanti. I raccoglitori percorrono boschi di querce, ginestreti, aree incolte o sassose, individuando le piante-madre e ispezionando il terreno d’intorno alla ricerca dei giovani turioni spuntati nei pressi. La tecnica è minima: il turione viene staccato manualmente dalla base o tagliato con le dita, lasciando intatta la pianta-madre e preservando il rizoma sotterraneo da cui, nei giorni e nelle settimane successive, torneranno a emergere nuovi germogli.
La tassonomia locale distingue i turioni in base al colore e al sapore: quelli esposti al sole, più scuri, tendenti al violaceo, sono considerati più saporiti e ricchi di ferro; quelli cresciuti in posizione ombrosa o sotto l’erba alta, di un verde più chiaro, sono valutati meno intensi al palato. Questa distinzione empirica, trasmessa oralmente fra raccoglitori, trova conferma parziale nella botanica: l’esposizione influenza effettivamente la concentrazione dei pigmenti e di alcuni metaboliti secondari.
La raccolta è percepita dai praticanti come un’attività a forte valenza sportiva e contemplativa: richiede un buon allenamento fisico, la capacità di muoversi in terreni impervi e scoscesi, uno sguardo educato a individuare i germogli in mezzo al fogliame e all’erba. È anche, molto frequentemente, un’esperienza relazionale e competitiva: si va in compagnia di amici o parenti, si confrontano a fine giornata le quantità raccolte, si racconta del posto buono, del mazzo trovato, della zona inesplorata.
Sul piano della profondità storica e sociale, la raccolta dei turioni di asparago selvatico è stata per lungo tempo una pratica di integrazione alimentare di rilievo nelle economie contadine di sussistenza. Maurizio Cruciani ricorda come, nelle testimonianze materne, l’asparago fosse “molto ricercato” nei decenni della povertà contadina, perché bastava “avere un po’ di galline, qualche uovo, e si faceva la frittata la sera”. E ancora oggi, di fatto, la frittata di asparagi è il piatto di riferimento della tradizione locale, preparata secondo la ricetta familiare con gli asparagi lavati e asciugati, cotti direttamente in padella con olio e sale, a fuoco basso e senza sbollentatura preliminare, infine legati con l’uovo.
La trasmissione familiare
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025.
Registrazione di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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I germogli della mammara
I turioni
Foto di Emanuele Di Paolo,
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


I germogli della mammara
Gli asparagi e il bastone
Foto di Emanuele Di Paolo,
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


I germogli della mammara
La mano e il turione
Foto di Emanuele Di Paolo,
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


I germogli della mammara
Il mazzo raccolto
Foto di Emanuele Di Paolo,
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.


I germogli della mammara
Nel sentiero
Foto di Emanuele Di Paolo,
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
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La raccolta degli asparagi
Villa Petto di Colledara (TE), 22 aprile 2025.
Riprese di Emanuele Di Paolo, Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.
Trasmissione e salvaguardia
La raccolta degli asparagi selvatici è una pratica ancora vitale nel teramano e in buona parte dell’area del Gran Sasso, con una partecipazione ampia e trasversale per età e condizioni sociali. Storicamente trasmessa all’interno dei nuclei familiari per accompagnamento diretto, si confronta oggi con alcuni elementi di fragilità: la progressiva riduzione del tempo trascorso nei boschi dalle generazioni più giovani, la pressione sulla risorsa da parte di raccoglitori non esperti che in alcuni casi danneggiano la pianta-madre, il fenomeno dell’abbandono di rifiuti nelle aree di crescita, l’assenza in Abruzzo – a differenza di altre regioni italiane come Toscana, Veneto, Sicilia – di un regolamento specifico per la raccolta che disciplini i metodi e fissi limiti quantitativi.
In questo contesto si inserisce l’Accademia degli Asparagi Selvatici, associazione culturale fondata a Teramo da Maurizio Cruciani nel 2018, con l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’asparago selvatico – le sue caratteristiche botaniche, le tecniche di raccolta sostenibile, il suo impiego in cucina, le proprietà nutritive – attraverso eventi pubblici, gare non competitive, cene in campagna, mercatini, conferenze, laboratori di riconoscimento con esperti di erbe spontanee, attività di educazione ambientale nelle scuole primarie e secondarie del territorio al fine di trasmettere alle nuove generazioni il rispetto per l’ambiente boschivo e per la sua biodiversità.
La pratica rientra pienamente fra i saperi ecologici tradizionali meritevoli di documentazione e tutela, in quanto veicolo di conoscenze botaniche, lessicali, gastronomiche e di pratica del territorio.



