Un canto suggestivo e inusuale, con un caratteristico andamento a più voci, riecheggia nei ricordi degli abitanti di Pietracamela che lo hanno ascoltato o eseguito in anni lontani, e nelle preziose registrazioni che ne fissarono lo stile, le parole, l’intensità vocale delle interpreti. Di tono amoroso o dispettoso, o adattati a circostanze religiose della vita comunitaria, gli stornelli erano un potente mezzo di comunicazione fra squadre di lavoro impegnate nei campi, di corteggiamento e di sfida, di adorazione e di saluto per il Santo Bambino appena nato nella fredda stalla di Betlemme.

“Je tinghë na saletë da mannà a gl’bambëneglië / je vuglie fa jejë / da mannà a gl’bambëneglië 
je vuglie fa jejë”.

“Io ho un saluto da mandare al Bambinello / glielo voglio far arrivare / da mandare al Bambinello glielo voglio far arrivare.

Stornello a Gesù Bambino, 1964

Nei primissimi anni della sua permanenza in montagna come parroco di Cerqueto, Don Nicola Jobbi ebbe modo di frequentare la parrocchia della vicina comunità di Pietracamela, paese posto a 1005 metri di altitudine ai piedi del Gran Sasso. In occasione delle messe del periodo natalizio Jobbi ascoltò per la prima volta i canti pretaroli per il Natale, organizzando subito dopo degli incontri di registrazione in cui documentò l’originale dialetto e il repertorio polivocale, che attirerà in seguito l’attenzione di numerosi ricercatori. Gli incontri avvennero in particolare con un gruppo di donne, frequentatrici della chiesa, fra le quali emerse la figura di Ginevra Bartolomei, conosciuta da tutti come La Gina Emidiola, con cui Jobbi si intrattenne anche in successive documentazioni.

Le registrazioni di Jobbi a Pietracamela sono collocabili tra la fine del 1964 e l’inverno del 1966, forse in circostanze connesse alla preparazione del primo Presepe Vivente – realizzato a Cerqueto ma in origine previsto proprio a Pietracamela –, per il quale verranno utilizzate come parte della colonna sonora; negli anni seguenti il prete etnografo continuò le sue ricerche quando di Pietracamela divenne anche parroco, con documentazioni ulteriori che arrivano fino all’inverno del 1983.

A Pietracamela questo genere di repertorio polivocale, spesso eseguito con una modalità a dispetto, si cantava per alleviare la fatica e corteggiare, da un campo all’altro, per trasmettersi informazioni sugli appuntamenti serali e indicare i luoghi delle feste e dei balli sull’aia, per discutere in una forma ritualizzata e controllata dal verso, dall’ironia, dall’estemporaneità del messaggio; o per le occasioni augurali e i matrimoni. Ma si cantava anche per solennizzare occasioni religiose, quando le donne si ritrovavano raccolte in chiesa e potevano esprimere il loro canto corale nel riverbero delle navate. La necessità di coprire grandi distanze formava voci potenti e penetranti, e la continua pratica favoriva la maturazione di una consapevolezza sulla qualità delle stesse voci e dei ruoli da assumere durante l’esecuzione. Soltanto alcune donne erano capaci di intonare la voce che apriva la sequenza, e di condurre poi con sapienza e competenza l’andamento degli stornelli per tutta la loro durata.

Nella polivocalità di Pietracamela il canto è infatti guidato in apertura da una voce solista, seguita da una parte corale all’unisono e da una rapida divaricazione delle voci, secondo la successione 3° 3° 5° 5° 3° e unisono nella cadenza conclusiva, come segnalato dall’etnomusicologo Roberto Leydi, che se ne interessò già dai primi anni Sessanta del Novecento.

Una delle modalità interpretative di stornelli polivocali più nota in paese era il saluto dedicato alla nascita di Gesù e alla Sacra Famiglia, da Jobbi stesso chiamato Stornelli a Gesù Bambino. La forma di polivocalità – comune a quella della modalità dispettosa e di corteggiamento – è assimilabile a una tipologia attestata in una vasta area dell’Italia centro-orientale, anche se non risulta documentata in altre località del Gran Sasso e del territorio regionale nel suo insieme. Roberto Leydi suggerisce, in riferimento a questo tipo di articolazione armonica, una comparazione con modelli simili presenti nelle comunità istrio-venete e croate dell’altra sponda dell’Adriatico.

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Stornelli

Luigina Panza esegue alcuni stornelli amorosi.

Pietracamela (TE), 17 agosto 2012.

Riprese di Marta Iannetti,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

Il canto è attualmente quasi del tutto estinto, con la morte degli ultimi anziani in grado di eseguirlo nel suo sviluppo concatenato, nelle forme improvvisative originarie, con la vocalità propria di questo genere di repertorio. La tipologia di canto polivocale documentata da Don Nicola Jobbi nel 1964 e poi in seguito da numerosi ricercatori –  fra gli altri, Maurizio Anselmi e Giuliana Fugazzotto negli anni Ottanta del secolo scorso –, era nota nell’area del Gran Sasso e Monti della Laga solo a Pietracamela, dove si aggiungeva alla particolare disposizione delle linee melodiche l’uso di un dialetto originale e di difficile comprensione, anch’esso minato dallo spopolamento del paese e dalla mancanza di una vera e propria trasmissione intergenerazionale.

Don Jobbi ha documentato alcune varianti di questo canto, sia per la differente articolazione testuale e le diversificate occasioni (dispettosa, amorosa, religiosa), sia per le raffinate microvariazioni armoniche, sostanzialmente riconducibili a due modelli prevalenti.

La registrazione effettuata assieme a Maurizio Anselmi nel 1983 è stata in seguito pubblicata e così resa nota nel terzo volume dei Documenti dell’Abruzzo, Teramano dedicato all’Alto Vomano e ai Monti della Laga. La stessa registrazione ha avuto successiva diffusione, assieme agli altri materiali sonori realizzati quel giorno nella chiesa di San Leucio a Pietracamela, per iniziativa del progetto Archivio Sonoro Abruzzo ; anche le versioni del canto polivocale pretarolo registrate da Don Jobbi vent’anni prima sono state rese note nell’ambito del portale.

Ma la prima iniziativa editoriale fu opera dello stesso Jobbi, alla fine degli anni Settanta, quando editò un vinile 45 giri per finanziare i lavori di restauro della chiesa di Pietracamela, utilizzando le proprie registrazioni dei primi anni Sessanta.

Negli ultimi anni sono stati realizzati riversamenti in digitale e restauri dei materiali originali, in vista di una loro pubblicazione integrale nell’ambito del progetto di studio, recupero e diffusione del Fondo Jobbi a cura dell’Associazione Culturale Bambun e del Centro Studi Don Nicola Jobbi con il concorso di numerose istituzioni territoriali e scientifiche nazionali e internazionali. La prima a occuparsi sistematicamente del salvataggio dei nastri originali, della loro duplicazione e di una preliminare schedatura, proprio su sollecitazione di Roberto Leydi, è stata Soriana Martegiani alla fine degli anni Ottanta in occasione della redazione della sua tesi di laurea presso il DAMS di Bologna.

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