Le storie cantate

Marinaio che vai per mare, vado per mare per ciel seren per ritrovare l’amato ben”. Inizia così un canto narrativo di delicata e incisiva esecuzione, trasmesso dalle donne di Cesacastina e diffuso fra le montagne e le colline di buona parte dell’Appennino. Parla dello sfortunato amore tra una giovane e un marinaio, che si innamora di lei perdutamente e la sposa, dopo aver promesso al padre l’assoluta fedeltà e il rispetto di un voto; la fanciulla lo segue in alto mare, dove annega infrangendo il sogno dell’unione. È un testo enigmatico e doloroso, concluso in ogni verso in forma polifonica, con le voci che si divaricano lasciando in chi ascolta un sentimento di sospensione e identificazione con la storia cantata.

La mattina, era come quando uno prende la penna e va allo studio. Noi prendevamo il bidente e andavamo a zappare. Poi facevamo colazione, poi a mezzogiorno venivano i genitori e ci portavano da mangiare, mangiavamo, poi quell’ora di riposo, cantavamo, ballavamo, litigavamo, le risate, e si passava la giornata”.

Emilia Ridolfi, 26 novembre 2012

La canzone narrativa è una definizione che identifica una tipologia di repertori attestata in tutto il continente europeo, particolarmente diffusa nell’Italia settentrionale, con estensioni nell’Italia centrale e una più rarefatta presenza nel meridione e nelle isole. Il canto narrativo, del quale si rinvengono tracce a partire dal medioevo, emerge soprattutto dal XVI secolo, successivamente documentato in vaste aree del territorio italiano dal XIX secolo in poi.

L’esecuzione dei canti narrativi può essere monodica o polifonica, con o senza accompagnamento strumentale. Il racconto in essi contenuto è in genere imperniato sul completo sviluppo di una storia, concatenando strofe che costruiscono un racconto, a carattere amoroso e passionale, spesso delittuoso e cruento, in genere definito da pochi protagonisti e da una sequenza rapida e sintetica di fatti e di azioni. Per tale ragione la canzone narrativa prevede la riconoscibilità immediata della parte verbale e il prevalente uso dell’italiano, anche se non di rado punteggiato di innesti e mescolanze dialettali.

Quando la polifonia prevale, le voci si raccolgono attorno alla ricerca del piacere del canto nell’esercitare accordi, distanziamenti e divaricazioni, unisoni e ritorni all’assetto armonico di partenza. Eseguite e trasmesse in contesti di intrattenimento pubblico o privato, di natura quasi sempre collettiva, le canzoni narrative erano a volte l’espressione di particolari specializzazioni o, come nel caso dei cantastorie, di professionismo itinerante. Molti canti diffusi nelle montagne della Laga furono trasmessi dai cosiddetti “camplesi”, cantastorie domiciliari che percorrevano il territorio ciclicamente, favorendo la trasmigrazione dei repertori.

Don Nicola Jobbi registrò per la prima volta alcune canzoni narrative di Cesacastina da un gruppo di donne, mentre lavoravano nelle cucine della scuola del paese in occasione di un campeggio estivo, nel 1965. Elgisa Giustiniani, Emilia Ridolfi, Maddalena Baldassarre, Costanza Romani intonarono allora una porzione significativa del loro repertorio narrativo, da La montanara a La pastorella, da Lu marënarë (Il marinaio) a Mia cara Emma, una variante de La Madre Resuscitata raccolta da Costantino Nigra fra i canti popolari del Piemonte. In una successiva visita al paese documentò anche l’anziano pastore transumante Palmerino Marrocco, detentore di un vastissimo repertorio di ottave rime cantate e recitate, di frammenti poetici tratti dall’epica cavalleresca, di lamenti e cantate sacre in funzione religiosa, usati in genere nel corso delle processioni.

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Mia cara Emma

Emilia Ridolfi, a distanza di molti anni, intona qualche strofa di “Mia cara Emma”.

Cesacastina di Crognaleto (TE), 26 novembre 2012.

Riprese di Gianfranco Spitilli,
Archivio Centro Studi Don Nicola Jobbi/Bambun.

Trasmissione e salvaguardia

A Cesacastina, come in tutta l’area del Gran Sasso e dei Monti della Laga, la pratica del canto narrativo e, più in generale, del canto di tradizione orale, appare fortemente disgregato a causa dello spopolamento, della perdita progressiva delle generazioni più anziane e di quelle circostanze che nel passato costituivano occasione della sua espressione: i raduni serali davanti al camino o nelle stalle, alcuni momenti legati al lavoro all’aperto, soprattutto nelle fasi di riposo, gli incontri in osteria, le attività domestiche come quelle in cui si imbatté Don Nicola Jobbi quando registrò per la prima volta alcune canzoni narrative in paese, nel 1965.

Queste preziose documentazioni hanno contribuito a rendere noti i canti e a favorire in qualche modo possibile una loro trasmissione anche oggi, quando l’apprendimento intergenerazionale diretto, all’interno della comunità di Cesacastina, sembra essersi interrotto.

Alcune registrazioni del 1965 sono state in seguito pubblicate nel terzo volume dei Documenti dell’Abruzzo, Teramano dedicato all’Alto Vomano e ai Monti della Laga nel 1991 e, più recentemente, in schede descrittive online, con relativi ascolti, per iniziativa del progetto Archivio Sonoro Abruzzo ; è inoltre in programma una loro pubblicazione integrale da parte di Gianfranco Spitilli e del Centro Studi Don Nicola Jobbi.

Negli ultimi anni sono stati infatti realizzati riversamenti in digitale e restauri dei materiali originali, finalizzati a una loro libera consultazione e alla diffusione editoriale nell’ambito del progetto di studio, recupero e diffusione del Fondo Jobbi a cura dell’Associazione Culturale Bambun e del Centro Studi Jobbi con il concorso di numerose istituzioni territoriali e scientifiche nazionali e internazionali e il sostegno del progetto europeo Réseau Tramontana.

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