Una lingua antica, dalle origini oscure, con parole d’oltreadriatico dall’etimologia dubbia o sconosciuta. Il pretarolo (pretarèjë in lingua locale), per gli abitanti di Pietracamela, soprattutto i più anziani e ricchi di memoria, è un po’ una bandiera di questo paese incastonato nel massiccio del Gran Sasso d’Italia. Qui la lingua è fusa con il gesto e il movimento del corpo, entrambi codificati secondo una semiotica inconfondibile per i nativi. Una lingua singolare che si accompagna e in parte confonde con l’ermetico gergo dei cardalana itineranti e che ha avuto i suoi difensori e poeti, in particolare Ginevra Bartolomei (1909-2007), che ci ha lasciato anche numerosi quaderni e, di conseguenza, una forma spontanea di scrittura.

“Dialetto e gergo di Pietracamela meriterebbero l’interessamento della Società Filologica friulana che si onora del nome di G. I. A[sc]oli, Filologica per la cui opera sorse quel monumento di italianità che è l’Atlante linguistico a cui il nostro amico prof. Ugo Pellis diede tanta attività, tanto amore, tanta intelligenza e tanta coltura!”
Tommaso Bruno Stoppa, aprile 1947

Pur essendo una varietà linguistica riferibile ai dialetti italiani centro-meridionali, il pretarolo è un bene culturale immateriale che caratterizza in modo marcato la comunità di Pietracamela, la quale esprime un attaccamento del tutto particolare nei suoi confronti.

Se la fonetica (in particolare il vocalismo), pur complessa, richiama, tra gli altri, alcuni tratti tipici della “fonetica pennese” (si pensi al passaggio in sillaba chiusa di /e/ tonica in /o/, come nei toponimi PĬNNA > Penne / Pònne e Betlemme / Betlòmme: «ha netë a Betlòmmë lu Santë Bambun», secondo un canto religioso pretarolo) e più in generale della koinè abruzzese, come alcuni frangimenti delle vocali toniche chiuse in sillaba aperta (PULLĬCĒNUM > pulcino / pëcèunë; NĔPOTEM > nipote / nipautë ecc.) o la trasformazione, fino al dileguo, della vocale atona finale (V > [ë]), tipica del versante adriatico di contro al versante aquilano, gli elementi più caratteristici del pretarolo riguardano il lessico, la sintassi e, dal punto di vista sociolinguistico, la configurazione del repertorio.

Dal punto di vista lessicale, segnaleremo almeno alcune parole di frequente uso, legate alla sfera familiare e di chiara o possibile origine straniera, in particolare albanese o più correttamente arbëreshe (albanese d’Italia), le quali sembrano non essere attestate in alcuna delle varietà finitime o regionali e fungono pertanto da autentici marcatori identitari della comunità pretarola. È molto verosimilmente il caso di vascia (“ragazza”, “figlia” in pretarolo), che ritroviamo almeno nelle comunità italo-albanesi molisane di Campomarino (CB) (vasheza nella forma femminile singolare determinata) e Portocannone (CB) (vasha nella forma femminile singolare determinata).

Più complesso il caso di r(i)juf / r(u)woff(a) (“bambino”, “bambina” in pretarolo), che potremmo con molta prudenza riferire a rufë, attestato a Chieuti, isolotto linguistico arbëresh della provincia di Foggia, e indicante la crosta lattea del bambino, attraverso un procedimento metonimico del tutto analogo a quello che porta a “moccioso” da “moccio”. La possibile parentela con le varietà italo-albanesi potrebbe essere spiegata dalla presenza, documentata, di mercanti di pellame «greci e schiavoni» ai Prati di Tivo nel XVII secolo. Inoltre, essa è in parte confortata da alcuni peculiari aspetti antropologici ancora vivi a Pietracamela e riscontrabili ancora oggi in alcune comunità italo-albanesi, come ad esempio la presenza di prefiche durante i riti funebri le quali, alla fine del rito, chiedono al parente del defunto se sia stato soddisfatto del loro operato. Un’analoga formulazione, nel medesimo contesto, l’abbiamo di recente riscontrata a Civita (Cosenza), isolotto linguistico arbëresh nel massiccio del Pollino. Ma la ricerca dev’essere ulteriormente approfondita: in questa sede si vuole solo sottolinearne la fecondità.

Tra le altre particolarità lessicali degne di nota in questa breve sintesi figura la forma dell’aggettivo numerale “ottanta”, che è costruito su base vigesimale (presumibilmente di origine celtica e arrivato nell’Italia centro-meridionale verosimilmente attraverso i normanni), dando luogo al sintagma “quattro ventine”. Questa forma sopravvive in alcune località dell’Abruzzo interno fino alla conca di Sulmona, ma è in forte regressione e risulta quindi marcata.

La lingua pretarola è inoltre percepita come fortemente singolare anche perché va inserita in un repertorio più complesso che include almeno la lingua italiana, data l’elevata scolarizzazione (anche femminile) che ha tradizionalmente caratterizzato il paese, e il gergo dei cardatori della lana, mestiere itinerante tipico di Pietracamela e della vicina Cerqueto.

In merito al rapporto tra il gergo, la parlata locale e l’italiano abbiamo osservato interessanti porosità (la singolarità del dialetto pretarolo già rendeva disponibile per il gergo alcuni elementi lessicali) e, soprattutto, il fatto che anche il primo sia divenuto patrimonio della comunità, essendo ancora oggi diffusamente noto in paese, pur se in modo frammentato, almeno dagli ultraquarantenni, sia uomini, sia donne. Quanto alla lingua italiana, occorre segnalare un po’ paradossalmente come si sia parlato in passato di Pietracamela come di un’«oasi di italianità». È il caso di Tommaso Bruno Stoppa, il quale osservò nel 1947 come molti cardatori pretaroli, dovendosi recare in Toscana per lavorare, riportassero in paese la lingua assurta a modello della lingua nazionale.

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Il nome dei bambini

Lidia Montauti e Paolo Trentini dialogano in pretarolo e spiegano i nomi che designano, in lingua locale, il bambino e la bambina.

Pietracamela (TE), 25 maggio 2013.

Riprese di Giovanni Agresti,
Archivio Centro Studi Sociolingua.

Trasmissione e salvaguardia

Le prime registrazioni sonore della lingua pretarola furono realizzate da Don Nicola Jobbi nel 1964, che documentò conversazioni, poesie e canti da diverse testimoni dell’epoca; nel 1978 lo stesso Jobbi produsse un vinile dal titolo Natale sul Gran Sasso, con due registrazioni di canti in pretarolo.

Attualmente, malgrado il crollo demografico che ha segnato il passato recente del paese, è dato osservare uno spiccato sentimento di lealtà linguistica, segnatamente presso un gruppo di appassionati studiosi e attivisti locali (Lidia Montauti, Celestina De Luca, Ezio Giardetti, Paolo Trentini e altri ancora), i quali hanno dato luogo o collaborato, in modo più o meno sistematico, a diverse iniziative di raccolta e documentazione della memoria e della lingua. L’ortografia del pretarolo, in ragione della particolare complessità fonetica, è tuttora oggetto di riflessioni e discussioni, basate anche su testimonianze scritte talvolta anche molto datate, come nel caso di un questionario messo a punto dall’insigne glottologo Francesco D’Ovidio (1849-1925), da noi ritrovato presso la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce di Napoli.

Importante è, in questa prospettiva, l’opera di Ginevra Bartolomei (1909-2007), la quale, già anziana, stese sulla carta parte della sua produzione poetica, il cui primo impulso le venne durante gli anni dell’emigrazione in Canada. Quest’opera, fissata in alcuni quaderni e registrata in alcune riprese video, spesso grazie alla cura del nipote Graziano Mirichigni, merita certamente un’edizione critica completa, in quanto monumento linguistico-letterario e testimonianza della storia del paese dell’ultimo secolo.

A fronte di questa materia, che dovrà essere adeguatamente sistematizzata e valorizzata, ci si interroga con una certa inquietudine circa la trasmissione del pretarolo alle generazioni più giovani. In quest’ottica vanno segnalati, sul versante della divulgazione, il filmato Testimonianza dialettale pretarola (Di Domenicantonio 2001), un recente studio sotto forma di tesi di laurea (Gabriella Francq 2016) sulle rappresentazioni sociali della lingua e dell’identità pretarole anche in funzione di uno sviluppo sociale e l’annesso Vocabolario sociale ed etnografico italiano-pretarolo, strumenti conoscitivi da perfezionare ma utili nell’ottica non solo della documentazione della lingua-cultura pretarola, ma anche della sua rivitalizzazione e del suo utilizzo ai fini della promozione territoriale.

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